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Fiorenzo Fraioli frosinone

Il caso MPS

Sono reduce dalla distribuzione, nella mia città, dei volantini prodotti dal collettivo “La solitudine dei numeri reali“. Nel corso del volantinaggio, in molti mi hanno chiesto di scrivere un post sul caso Monte dei Paschi di Siena, cosa che mi accingo a fare.

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Devo però premettere che li deluderò. I miei concittadini si aspettano, ne sono certo, chissà quali rivelazioni sui sotterfugi messi in opera per sottrarre denaro a una banca altrimenti sana(?) nei fondamentali. Vogliono sapere se è colpa di Bersani e del PD, e/o di chi altri. Ebbene, io penso che gli eventuali illeciti, se ci sono stati, non siano tuttavia il cuore del problema.
Poiché non sono uno specialista di economia e finanza, mentre ritengo, con poca modestia, di essere abbastanza bravo nello spiegare quello che, a mia volta, apprendo dallo studio dei veri specialisti, mi limiterò a semplificare quello che ho appreso dallo studio dei loro lavori. Il cuore del problema, cari concittadini che mi rendete l’onore di leggere quello che scrivo, è nel grafico seguente.

Si tratta dell’andamento dell’indice più importante della borsa valori italiana, il FTSE-Mib, nell’intervallo dal 18 maggio 2007 al 5 marzo 2009, durate il quale l’indice medio pesato dei corsi azionari delle aziende quotate ha perso il 69,52%passando da 44364 a 13523. L’origine dei guai del MPS, e presto di altre grandi banche italiane e… udite udite… tedesche, è tutta in questo grafico, e in altri simili relativi ai corsi azionari dei paesi europei. Dal marzo 2009 ad oggi l’indice FTSE-Mib ha recuperato un po’, tornando ad oscillare intorno a 17.000 punti. La caduta dei valori azionari ha messo in crisi i bilanci di tutte le banche europee e italiane, perché le azioni erano iscritte come attivi nei loro bilanci. Il MPS (e probabilmente non solo il MPS) ha tentato di reagire lanciandosi in spericolate operazioni sui derivati, sulla base di una valutazione del quadro generale dell’evoluzione economica eccessivamente ottimistica. In pratica, i vertici hanno pensato che la crisi, innescata dalla bolla immobiliare negli Stati Uniti, non fosse di natura sistemica, e hanno scelto di scommettere su una ripresa dei valori degli indici. Per far ciò, nella fretta di coprire le perdite, hanno (forse: è un’ipotesi investigativa) aggirato le disposizioni di legge, le quali impongono una serie di vincoli nel rapporto tra gli impieghi e il capitale proprio. Le cose, però, non sono andate come i vertici della banca si aspettavano, perché l’attesa ripresa non c’è stata, e sono finiti a mollo.
Questa è la spiegazione, per così dire, “tecnica“, ma c’è dell’altro. Il problema, infatti, è politico. Ricordate, voi che siete vecchiotti come me, quando negli anni settanta si ripeteva il ritornello “il problema è politico“? Ebbene sì, il problema è politico. Ed ha dimensioni europee. Una data da ricordare è l’otto dicembre 2011, quando l’EBA (European Bank Authority) ha emesso una direttiva che imponeva alle banche la costituzione di una riserva eccezionale, tale da portare, entro la fine di giugno 2012, il loro Core Tier 1 ratio (rapporto tra capitale e impieghi) al 9%. Ma non basta, perché l’EBA decise anche che i titoli di Stato posseduti dalle banche dovessero essere valutati al prezzo di mercato della seduta del 30 settembre 2011, non più dunque sulla base dell’effettivo valore di rimborso, ma del valore (inferiore) prezzato sul mercato secondario. Un criterio che non era mai stato richiesto.
Ma non basta! Alcune tipologie di titoli non statali, quelli legati ai mutui subprime, posseduti in gran parte dalle banche tedesche e olandesi, furono considerati dall’EBA così affidabili da poter essere contabilizzati al valore di rimborso, e non al valore di mercato, come invece veniva imposto nel caso dei titoli di Stato italiani!
La tabella seguente (fonte: EBA) riporta le dimensioni dei cosiddetti buffers di riserva che i sistemi bancari di ogni paese erano obbligati, sulla base delle nuove regole, a predisporre:
Breakdown by country of estimated capital target buffers

Country
Estimated target capital buffer
Sovereign capital buffer*
AT (1)
2,938
224
BE (2)
4,143
5,634
CY
3,587
3,085
DE
5,184
7,687
DK
47
35
ES
26,161
6,290
FI
0
3
FR
8,844
3,550
GB
0
0
GR (3)
30,000
/
HU
0
43
IE
0
25
IT
14,771
9,491
LU
0
0
MT
0
0
NL
0
99
NO (4)
1,312
0
PT
7,804
4,432
SE
1,359
4
Sl
297
20
Total
106,447
amounts are in million Euros

Nella colonna centrale è riportato il buffer in termini di titoli nazionali, nella seconda in titoli esteri. Si noti il dato relativo alla Gran Bretagna (GB), che è 0 (dicazi: zero). L’inghilterra “s’è data“, come se dice a Roma. Per chi non capisce il romanesco: ha detto “ciao” ed è andata per la sua strada.
Ora dite voi se questa non è una decisione “politica“! Ed è stata questa decisione che ha costretto MPS (e non solo MPS) a lanciarsi in disperate acrobazie speculative nel tentativo di rientrare nei parametri. Tuttavia la Spagna (ES), la Francia (FR), la Grecia (GR) e l’Italia (IT) hanno accettato. O, forse, hanno dovuto accettare? Si notino, in particolare, i valori relativamente bassi, se rapportati alle dimensioni della sua economia, richiesti alla Germania (DE).
La domanda che dobbiamo pórci è la seguente: l’EBA si è resa complice di un “complotto“, oppure, più semplicemente, uno dei paesi del suo board, segnatamente la Germania, ha potuto trattare da una posizione di forza? La seconda che ho detto, ovviamente. E perché? Ragazzi, è semplice, ve lo dico da tempo, ma voi non volete ascoltare, incantati come siete dalle sirene del “più €uropa” o “un’altra €uropa“. Un altro graficuccio (Fonte: FMI), volete?

Questo grafico della Bilancia dei Pagamenti (in inglese Current Account) riporta i saldi (in valori assoluti) tra i soldi che escono ed entrano in un paese, sia per effetto degli scambi di merci, sia per i movimenti di capitali dovuti a investimenti produttivi (del paese all’estero, e dall’estero nel paese) e dei trasferimenti diretti (es. rimesse degli immigrati/emigrati). Si vede bene come, subito dopo l’ingresso nell’€uro, la Germania sia andata nettamente in attivo, mentre tutti gli altri paesi sono andati in deficit. Domandiamoci: con quali soldi il commercio intra-europeo ha potuto continuare? Se la sola germania esporta (incamera soldi) e tutti gli altri importano (tirano fuori soldi), come è potuto continuare il giochetto? Mai sentito parlare di prestiti? E chi presta, se non chi ha soldi? E chi ha i soldi, in €uropa, se non la Germania? Dunque, le banche tedesche sono creditrici, mentre quelle di tutti i paesi del sud sono debitrici, e da questa posizione di forza hanno potuto imporre la decisione dell’EBA dell’8 dicembre 2011.
E’ più chiaro, adesso, perché MPS (e non solo MPS) ha dovuto fare “carte false” per sopravvivere? Detto questo, vogliamo ipotizzare che, vista la mala parata, qualcuno abbia tentato di salvare il “suo tessssoro“? Aspettiamo, e vediamo se i fatti confermeranno questa ipotesi.

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