Giovani e lavoro in Italia: Silvia Sciorilli Borrelli racconta “l’età del cambiamento”

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    In Italia ci sono oltre 3 milioni di Neet (Not in Education, Employment or Training), giovani che non frequentano una scuola o un corso di formazione, non hanno un impiego e non lo cercano neanche. È il numero più alto d’Europa. Allo stesso tempo, le condizioni lavorative sono spesso inaccettabili, i salari da fame, i contratti precari, il paternalismo vige sovrano e chi può permetterselo emigra all’estero, in fuga con il proprio cervello. Mentre sono tantissimi i giovani, e meno giovani, che vivono sulle spalle della famiglia di origine, tutto stride con l’articolo 36 della Costituzione Italiana: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
    «Eppure, gli unici ragazzi che ho visto scendere in piazza in questi anni, prima delle manifestazioni contro l’alternanza scuola-lavoro, sono quelli che protestano per il clima, l’esercito dei Fridays for Future. E più recentemente ho incontrato qualche coetaneo, ma anche ragazzi più giovani, alle manifestazioni contro il Green Pass. Sostenevano di rivendicare il diritto a uno Stato libero e democratico. Perché non il diritto al lavoro?».
    Comincia con questo interrogativo, per poi sviscerarne molti altri, il libro della giornalista Silvia Sciorilli Borrelli, L’età del cambiamento. Come ridiventare un Paese per giovani (Solferino, 2022), un’indagine sulle contraddizioni e le storture di un mercato del lavoro fermo e un compendio di soluzioni concrete rivolte ai decisori politici, per poter mettere in atto un cambiamento che non può più essere posposto.

    Come mi racconta Silvia, che dopo diversi anni a Londra è tornata in Italia nel 2018 per seguire da vicino le vicende del primo governo guidato da Giuseppe Conte per conto di Politico Europe, la spinta a scrivere il libro è arrivata proprio dalla sua esperienza personale. «Sono tornata in Italia qualche anno fa, dopo una lunga esperienza all’estero. E mi sono resa conto che nel mio settore sono ancora una mosca bianca: sono corrispondente per una testata straniera, mi invitano spesso ad esprimere le mie opinioni in televisione e sono quasi sempre la più giovane e, quasi sempre, l’unica donna. Ho quindi iniziato a chiedermi: non sarà che mi invitano così spesso, non tanto per quello che ho da dire, ma piuttosto perché sono giovane e sono una donna, caratteristiche entrambi non comuni in Italia?».
    Come darle torto? Il più delle volte un professionista di 25 anni, anche se dimostra di essere competente e di saper fare il proprio mestiere, deve comunque aspettare i 30 o i 35 anni per fare carriera o acquisire un po’ di credibilità e autorevolezza. Una cultura del lavoro che nel libro viene spesso paragonata a quella americana, molto più meritocratica di quella italiana, e dove non è affatto raro incontrare giovani in posizioni di rilievo.
    «L’essere giovane è una caratteristica che mi viene fatta notare soprattutto in Italia», sottolinea Sciorilli Borrelli. «Fuori dall’Italia non sono percepita come tanto giovane, perché a 36 anni non si è poi tanto giovani, se ci si pone in un orizzonte dove la carriera lavorativa inizia a 21 anni e a 30 si cominciano a fare dei figli. Mi sono interrogata su quali siano le ragioni dietro questa percezione. La risposta che mi sono data è che c’è, di sicuro, un elemento culturale molto forte, ma ci sono anche altre motivazioni che riguardano il tessuto sociale ed economico. Tutti conoscono il mercato del lavoro di questo Paese e tutti ne parlano in ordine sparso, in modo spesso ideologico, che si tratti del salario minimo, del lavoro in nero, del reddito di cittadinanza, o della disoccupazione, o dei Neet. Se ne parla sempre in maniera sparpagliata e, soprattutto, ne parlano sempre quelli che sono lontani dal problema, che fanno parte di altre generazioni e che hanno anche difficoltà a capire le ragioni delle generazioni di giovani di oggi. E quindi – conclude Sciorilli Borrelli parlando della decisione che l’ha spinta a scrivere il libro – ho pensato che sarebbe stata interessante un’analisi che partisse dai dati per poi fare un approfondimento. Inoltre, è un tema che io sento molto, visto che ho anche studiato l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro come argomento di tesi quando mi sono laureata in Legge, ed è anche un tema che ho sentito per molto tempo sulla mia pelle, in quanto “cervello in fuga” che ha fatto ritorno. E così, alla fine, il volume è diventato anche un saggio dove c’è molto di me stessa, della mia opinione, della mia esperienza».

    Uno dei tanti paradossi evidenziati nel libro è l’enorme discrepanza, nel mercato del lavoro italiano, tra domanda e offerta. Un fenomeno a causa del quale più di un terzo delle imprese fanno fatica a reperire le figure di cui hanno bisogno.
    Come sottolinea l’ultimo bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato mensilmente da Anpal e Unioncamere per fornire indicazioni tempestive a supporto delle Politiche attive del lavoro, a riscontrare maggiori difficoltà sono le industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo, con il 55,6% di profili ricercati di difficile reperimento; seguono le industrie del legno e del mobile (53,7%), le imprese delle costruzioni (52,7%), le imprese dei servizi informatici e delle comunicazioni (48,9%) e infine le industrie meccaniche ed elettroniche (47,9%). Mancano artigiani, operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni, fabbri ferrai, costruttori di utensili, meccanici artigianali, montatori, riparatori e manutentori. E se scarseggiano queste figure professionali non è certo per i bassi salari.
    «Gli stipendi di alcuni specialisti tecnici sono esorbitanti rispetto a quelli di chi fa lavori intellettuali. Il problema è la percezione di quei mestieri all’interno della società», spiega Silvia, che, nel capitolo in cui racconta il caso di un imprenditore brianzolo che non riusciva a trovare un litografo, a cui veniva offerta una retribuzione di 3.000 euro al mese, scrive: “Chi ha detto che tutti debbano andare all’università?”. Quella che potrebbe suonare come una domanda provocatoria, è in realtà un interrogativo assolutamente sensato e pragmatico. Un invito a non vedere l’università come una scelta obbligata e un segno di promozione sociale, ma a chiedersi piuttosto se andare all’università sia abbastanza utile per raggiungere i propri obiettivi e se si ha abbastanza motivazione per rimandare l’ingresso nel mondo del lavoro.
    «Se uno studente, finite le scuole medie, si sente in qualche modo costretto ad andare al liceo, per rendersi presto conto di non essere un grande studioso e di essere invece più portato per le attività creative o manuali, ma non si sente dire da nessuno: “Perché non vai in un istituto professionale così vai a lavorare subito quando hai finito?”, sarà molto difficile creare un collegamento tra questi mondi. Secondo me è una questione di cambiare la percezione culturale. Nel libro parlo di quando Guido Crosetto mi ha detto che se le scuole professionali si chiamassero “licei industriali” avrebbero molti più iscritti, semplicemente perché i genitori potrebbero vantarsi che il proprio figlio va al liceo. Ha centrato il punto: la nobiltà del lavoro in Italia è data dal valore sociale della professione, più che dallo stipendio. Per questo motivo, anche se un fabbro o un idraulico guadagnano 3mila euro al mese, e un giornalista ne guadagna mille, sulla carta il lavoro del giornalista dà uno status maggiore. Non è giusto, anche perché quanti si iscrivono all’università per rimanere fuori corso a vita o mollare dopo un anno e entrare in crisi esistenziale? Dobbiamo riconoscere e deve essere socialmente accettabile che non tutti sono degli studiosi. Ben venga studiare il greco, il latino e la matematica, ma ci sono anche ragazzi che hanno inclinazioni diverse ed è bene riconoscerlo, soprattutto in un Paese manifatturiero come l’Italia e in cui buona parte del PIL che arriva dal turismo. Se coltivassimo professioni, non soltanto intellettuali, ma che rispondano all’esigenza manifatturiera e all’industria del turismo, forse contribuiremmo positivamente alla nostra economia».
    Oltre ad evidenziare problematiche come queste, in molti capitoli del suo libro Sciorilli Borrelli avanza delle proposte concrete, come quella di sperimentare la riduzione di un anno per le scuole superiori, introducendo il tempo pieno per tutti gli studenti (una soluzione che avrebbe effetti positivi anche su chi vive situazioni economiche e sociali più svantaggiate); o come la proposta di anticipare al primo anno di università la possibilità di svolgere stage curriculari; o quella di ripristinare la Fondazione per il Merito, una partnership tra pubblico-privato che ha l’obiettivo di sostenere la formazione universitaria dei giovani attraverso un sistema di prestiti e premi di studio a favore degli studenti più meritevoli.
    «Un’altra proposta che faccio nel libro è l’obbligo di pubblicare insieme all’offerta di lavoro, obbligatoriamente, anche la RAL che deve essere parametrata all’esperienza. Sarebbe un modo di mettere pressione sull’azienda, sugli imprenditori, creando una peer pressure virtuosa».

    Per quanto contenga diverse soluzioni pronte per i decisori politici, il libro ha come target principale i giovani, piuttosto che i politici, e non ha un movente ideologico. Muove infatti critiche ai vari schieramenti politici, a destra, sinistra e al centro, basandosi solo sui contenuti e non sulle ideologie, come racconta la stessa Silvia.
    «Sono abbastanza disillusa sulla politica e sui partiti», spiega mentre parla della necessità di riforme più strutturali, che vadano oltre i semplici slogan da campagna elettorale. «Quello che vorrei fare è coinvolgere di più i giovani in prima persona, attraverso dibattiti pubblici, delle dirette Instagram o andando nelle scuole».
    Coinvolgere i giovani, quindi, che sono stati esclusi anche dalla comunicazione di quel piano pensato apposta per loro e che in Italia ha preso il nome di “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”, ma il cui nome originario, non a caso, è “Next Generation Eu”. Due missioni del PNRR in particolare sono dedicate ai giovani, la 4 (“Istruzione e ricerca”) e la 5 (“Inclusione e coesione”), ma obiettivi come il sostegno all’empowerment femminile, l’incremento dell’occupazione giovanile e il superamento dei divari territoriali sono traversali a tutto il piano. Eppure i giovani non sembrano saperne molto, come dimostra anche un sondaggio condotto a marzo del 2022 dall’Istituto Piepoli, secondo cui la conoscenza del piano aumenta al crescere dell’età.
    «Secondo me la cosa più importante sarebbe coinvolgere i giovani su queste proposte e far sì che acquisiscano una loro voce nel portarle avanti, così da essere ascoltati dalla politica». Infatti, contrariamente a quanto spesso narrato dal dibattito pubblico, che li vuole “sdraiati”, “scansafatiche”, “bamboccioni”, i giovani sono in buona misura partecipi, non sono disinteressati e si informano, anche se lo fanno su dei canali diversi rispetto al passato. Ciò di cui hanno bisogno è una guida che riesca a farsi portavoce delle loro istanze.

    Il titolo del primo capitolo del libro, “Ribelliamoci?”, con l’unione di un verbo combattivo a un punto interrogativo, ben comunica il senso di placida rassegnazione in cui vivono i giovani, che pur avendo delle cose da dire, non si espongono. Credono nella politica, ma non nei politici. “Se non credi nella politica e nelle istituzioni, nazionali e internazionali, non credi nella possibilità di un cambiamento e quindi anche la protesta diventa un esercizio inutile”, scrive Sciorilli Borrelli. E quindi torniamo alla domanda iniziale: perché i giovani non manifestano per il diritto al lavoro?
    La risposta è che non hanno uno slogan e non hanno un leader, una Greta Thunberg del diritto al lavoro. «Mentre la lotta ai cambiamenti climatici, al razzismo, alla violenza sulle donne sono battaglie che riguardano categorie precise, quando parli di lavoro hai delle istanze molto diverse a seconda del mestiere, dell’area geografica in cui vivi, della tua esperienza personale e, quindi, alla fine prevale la disillusione», spiega Silvia, che nel libro propone di scendere in piazza con lo slogan “più lavoro meno debito”.
    D’altronde l’interesse vivissimo nei confronti di queste tematiche è testimoniato anche dalla grande affluenza alle presentazioni del libro. «Mi fanno tantissime domande, anche le mamme e i nonni che vengono ad ascoltare le presentazioni. Dicono che le cose di cui parlo nel libro rispecchiano le loro esperienze o quelle dei nipoti».
    Sicuramente, una delle ragioni per cui oggi i giovani non scendono in piazza, è che c’è un benessere molto più diffuso rispetto al passato. Con un risparmio privato in continua crescita, sono in molti a potersi permettere di vivere sulle spalle dei propri familiari.
    «Però, secondo me, l’errore è proprio quello. Pensare che per i giovani possano essere il papà, la mamma o il nonno che, superata una certa età, a farsi carico del loro sostentamento. Non è normale. E non è normale che sia diventato normale».
    Silvia me lo dice con la stesso spirito battagliero che per tutto il libro accompagna il grintoso appello, rivolto a tutti, a smettere di aspettare che le cose cambino e diventare, invece, motori del cambiamento.
    «Rivendichiamo il diritto di scegliere, non rassegnamoci a essere messi nelle condizioni di rinunciare (ad avere figli, a comprare una casa, a restare nella propria città natale anche se al Sud o comunque lontana dai grandi centri economici)».
    Un’esortazione a non lasciare più che qualcun altro decida per noi. A rivendicare il diritto di restare nel proprio Paese, se lo si vuole, e ad andarsene, se invece non lo si desidera. Purché restare e andare via cessino di essere delle scelte obbligate.
    «Spero che in questo Paese anche bambini come i miei figli, che fanno parte della generazione Alpha, possano essere nella condizione di non dover per forza emigrare ma di poter rimanere, se lo vogliono, a delle condizioni dignitose ed in linea con le loro competenze e il loro merito».

    L’articolo Giovani e lavoro in Italia: Silvia Sciorilli Borrelli racconta “l’età del cambiamento” proviene da The Map Report.

    Vittorio Rienzo

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