cronaca

Gli integratori di vitamina D proteggono davvero dal coronavirus?

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Un nuovo studio non ha rilevato alcuna relazione fra livelli più alti di vitamina D e un rischio minore di Covid-19 e complicanze. Ma la ricerca ha qualche limite, fra cui il fatto di non aver incluso persone con carenza di questa vitamina

vitamina D
(foto: via Pixabay)

L’eventuale protezione fornita dalla vitamina D contro il coronavirus è stata più volte oggetto di dibattito durante la pandemia. A oggi il ministero della Salute sottolinea che non ci sono prove sufficienti per raccomandarne l’uso. Tuttavia qualche studio basato sull’osservazione a posteriori dei dati dei malati, (senza studiare il nesso di causa-effetto e in alcuni casi anche in pazienti non Covid-19) hanno portato qualche prova preliminare a favore di questo ruolo difensivo della vitamina D. I risultati delle varie indagini sono però spesso contrastanti e oggi un nuovo studio genetico, pubblicato su Plos Medicine, non ha rilevato alcuna associazione degna di nota fra la presenza di livelli più alti di vitamina D e una riduzione del rischio di contagio, ricovero o decesso per Covid-19. Lo studio, che analizza le basi genetiche, non intende e non può dare una risposta definitiva su questo ruolo, e la discussione rimane ancora aperta.

Cosa dice il ministero della Salute

Nella circolare del 30 novembre 2020 il ministero scrive che non esistono, a oggi, evidenze solide e incontrovertibili (ovvero derivanti da studi clinici controllati) di efficacia di supplementi vitaminici e integratori alimentari (ad esempio vitamine, inclusa vitamina D, lattoferrina, quercitina [anche di queste ultime due si è spesso parlato, ndr]), il cui utilizzo per questa indicazione non è, quindi, raccomandato.

Cosa dice lo studio

La ricerca di oggi indaga l’eventuale collegamento fra la predisposizione genetica della persona a presentare quantità più elevate di vitamina D nel sangue e la presenza di Covid-19 grave. Ci sono infatti alcune varianti genetiche che sono alla base di questa caratteristica. Gli autori hanno analizzato i dati di circa 4mila persone che hanno avuto Covid-19 e oltre un milione di persone (quasi 1,3 milioni) non colpite dal coronavirus, provenienti da 11 paesi. I risultati indicano che a livelli più alti di vitamina D non corrisponde una vulnerabilità minore a contrarre l’infezione o ad avere un Covid-19 meno grave. Secondo gli autori, questo elemento suggerisce che prendere integratori per alzare i livelli della vitamina D potrebbe non migliorare, non aver alcun effetto rispetto al rischio di Covid-19.

Vitamina D, come interpretare i dati

Bisogna precisare che questa ricerca collega le basi genetiche che predispongono il singolo individuo ad avere concentrazioni maggiori di vitamina D al rischio di Covid-19, ma non studia i maniera diretta il ruolo dell’assunzione di integratori di questo elemento in relazione all’infezione. In particolare, non include persone che hanno una carenza di questo elemento, e non è escluso che queste possano trarre qualche beneficio anche contro Covid-19 dalla supplementazione. Inoltre i dati genetici si basano su informazioni tratte da popolazioni europee antiche.

Lo studio però mette in luce la necessità di ulteriori approfondimenti per trovare approcci terapeutici e preventivi, oltre a quelli validi che abbiamo (i vaccini, ad esempio), per contrastare Covid. Inoltre evidenzia alcuni problemi negli studi precedenti, come la difficoltà di studiare separatamente fattori di rischio per Covid fra loro collegati, come l’età anziana e bassa vitamina D, dato che questi due elementi sono associati. Insomma, su questo tema abbiamo molte domande e ancora poche risposte. Ma una cosa la ricerca la dice chiaramente: correre a comprare e assumere integratori potrebbe non essere d’aiuto, almeno contro il coronavirus.

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