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Ha senso allargare di nuovo l’uso del vaccino AstraZeneca agli under 60?

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Dal punto di vista logistico e organizzativo può avere un’utilità, anche se sul fronte scientifico non sono emerse novità rilevanti. L’ipotesi di abbassare il limite di età ventilata dal commissario Figliuolo risponde soprattutto a esigenze pratiche: ecco i numeri in gioco

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(foto: Prasesh Shiwakoti/Unsplash)

Non c’è pace per i limiti d’età relativi all’uso di Vaxzevria, il vaccino anti Covid-19 di Oxford-AstraZeneca. Dopo i numerosi giri di valzer burocratici e scientifici che hanno portato dall’indicazione iniziale (il vaccino era riservato esclusivamente fino ai 55 anni) a quella attuale (solo sopra ai 60), ora per l’Italia si inizia a parlare di un’ulteriore revisione, allargando l’utilizzabilità del vaccino anche a chi ha meno di 60 anni.

A dare ufficialità a questa chiacchiera è stato, nella giornata di lunedì 3 maggio, il commissario straordinario per l’emergenza sanitaria Francesco Paolo Figliuolo, durante una visita all’hub vaccinale della Federazione italiana nuoto a Ostia, Roma. Per ora si tratta solo di un’intenzione, certo, ma secondo ciò che è stato riferito sono già in corso valutazioni in questo senso da parte dell’Agenzia italiana del farmaco, dell’Istituto superiore di sanità e del Comitato tecnico scientifico. Insomma, molto più di una semplice voce di corridoio.

Dalla scienza, nessuna particolare novità

Sul fondamento scientifico della possibilità di estendere l’uso del vaccino, Figliuolo si è limitato a citare “studi avanzati” relativi a “un discorso che la scienza sta vedendo”. Si tratta, come più volte ribadito, di un processo di revisione continua (rolling review), in cui i nuovi dati mano a mano disponibili vengono inclusi nelle valutazioni. Tuttavia, negli ultimi giorni non risultano essersi accumulate nuove prove o evidenze tali da far cambiare (ulteriormente) idea ai gruppi di lavoro scientifici.

Lo stesso direttore generale della prevenzione presso il ministero della salute Gianni Rezza ha dichiarato lo scorso fine settimana che al momento “non ci sono cambiamenti”, e che il vaccino anglo-svedese resta raccomandato per gli over 60, salvo chi ha già fatto la prima dose con Vaxzevria e può procedere allo stesso modo con la seconda.

Più che essere indotto da nuovi dati disponibili, l’eventuale ri-ripensamento sull’uso del vaccino AstraZeneca potrebbe essere scientificamente giustificato dal fatto che, a parità di evidenze raccolte, altre istituzioni come l’Agenzia europea per i medicinali (l’Ema) e le autorità britanniche hanno concesso l’uso del vaccino per tutte le fasce d’età. Il motivo della precauzione per chi ha meno di 60 anni, infatti, è la remotissima (ma non nulla) possibilità di sviluppare una particolare forma di trombosi, che ha portato a definire la sospensione d’uso come una precauzione estrema.

Se anche per l’Italia il limite dei 60 anni dovesse decadere, si tratterebbe di fatto di una rivalutazione dei dati in linea con il pronunciamento dall’Ema. Di per sé ragionevole e razionale, ma che striderebbe non poco con la decisione precedente, vecchia di alcune settimane appena. E che renderebbe quasi risibile l’aver bloccato l’uso del vaccino AstraZeneca agli under 60 solo per un periodo di tempo in cui le vaccinazioni per fasce d’età hanno riguardato gli ultrasessantenni.

Una questione di fiducia

Di quali siano le motivazioni pragmatiche che potrebbero portare ad estendere l’uso del vaccino, Figliuolo non ha fatto certo segreto. “I vaccini vanno impiegati tutti, ha detto alludendo al fatto che ormai i contratti di fornitura con AstraZeneca per quest’anno sono fatti e firmati. [Il vaccino AstraZeneca va usato] altrimenti non raggiungiamo gli obiettivi previsti”, ha ribadito facendo riferimento ai traguardi prefissati sia in termini di calendario delle vaccinazioni sia di numero quotidiano di dosi da somministrare.

Seppure molto bene comprensibili, queste motivazioni e argomentazioni portano con sé un rischio implicito: quello di minare ulteriormente la fiducia nel sistema di gestione dei vaccini. Cambiare le disposizioni d’uso solo perché ormai abbiamo le dosi e non le possiamo buttare via, oppure perché senza AstraZeneca difficilmente staremmo nei termini prestabiliti, non risulterebbe una motivazione particolarmente scientifica o convincente presso l’opinione pubblica. Insomma, sentirsi dire fino a un certo momento che non si potrà riceve Vaxzevria perché troppo giovani, e poi che invece il vaccino va benone perché quello passa il convento e non lo si può certo lasciare ammuffire in frigorifero potrebbe far vacillare anche i più convinti nelle vaccinazioni. Figuriamoci chi già è esitante.

La campagna con e senza Vaxzevria

Ma l’uso del vaccino AstraZeneca è davvero così decisivo per portare a termine con successo la campagna vaccinale? È lapalissiano che un vaccino in meno provoca senz’altro un rallentamento nella filiera delle somministrazioni, ma quanto farebbe effettivamente la differenza? Pur nella fluidità della situazione delle forniture vaccinali, proviamo a fare qualche conto.

Secondo quanto reso noto finora, entro metà maggio dovrebbero arrivare in Italia altre 17 milioni di dosi. E nel mese successivo, diciamo da metà maggio a metà giugno, ne sono attese ulteriori 30. A cui si aggiungono poco meno di 4 ulteriori milioni di dosi già consegnate e in attesa di essere iniettate nel braccio delle persone. Dunque, diciamo, nei prossimi 50 giorni circa possiamo contare su un monte teorico di 51 milioni di dosi. Spannometricamente, un milione al giorno.

Due valutazioni sono quindi ovvie. Al traguardo più ambizioso del milione di dosi somministrate al giorno – ammesso che l’organizzazione coordinata da Figliuolo possa aspirare a questa cifra – potremo arrivare solo senza sprecare alcuna dose, ossia somministrando anche tutte quelle della formulazione di AstraZeneca. Viceversa, il tasso di somministrazioni già (quasi) raggiunto dell’ordine del mezzo milione potrà essere mantenuto anche senza AstraZeneca, che pesa certo meno del 50% nel paniere complessivo dei vaccini in arrivo.

Volendo essere più precisi, al momento le stime di consegna di Vaxzevria da qui a metà giugno sono dell’ordine dei 7 milioni di dosi, con un tasso più che raddioppiato rispetto a quanto accaduto fin qui. Il che, sommato alle dosi già consegnate, pone un tetto massimo alle dosi AstraZeneca disponibili fissato a 10 milioni. Vale a dire, alla peggio senza questo vaccino potremmo avere 40 milioni di dosi da iniettare anziché 50. Una stima forse fin troppo pessimista perché, tra seconde dosi e over 60 da vaccinare, una parte dei vaccini Vaxzevria verrebbe impiegata anche senza modificare le regole relative all’età. Insomma, sempre ragionando a spanne si potrebbe ambire, con l’impostazione attuale, a raggiungere comunque le 800mila somministrazioni quotidiane.

Solo nella fascia 60-69 anni in Italia, per esempio, abbiamo oltre 7 milioni di persone, corrispondenti a più di 14 milioni di dosi potenziali da inoculare. Al momento siamo a 1,2 milioni di dosi somministrate, dunque un certo margine di utilizzo ancora c’è.

Guardando più in là

Se si allarga la prospettiva temporale, la situazione è certamente meno nitida. Anzitutto perché restano grandi incertezze sull’effettivo rispetto delle consegne da parte delle diverse case farmaceutiche, a cominciare proprio da AstraZeneca (a cui l’Unione europea ha fatto causa per i ritardi e i tagli nelle forniture). Poi perché potrebbero entrare in gioco ulteriori soluzioni vaccinali come quella a mRna europea CureVac, con qualche milione di dosi che potrebbe arrivare già prima della fine di giugno.

Infine, non è chiaro che cosa accadrà con il vaccino targato Janssen (Johnson & Johnson), che ha parecchie analogie con Vaxzevria in termini di rarissimi effetti avversi e dunque lascia aperto il tema della limitazione agli under 60. In questo caso l’effetto sulla campagna vaccinale potrebbe essere doppiamente impattante perché, oltre a fare la differenza su una formulazione vaccinale in più o in meno a disposizione delle prossime fasce d’età da vaccinare, c’è anche il tema della somministrazione monodose.

Decisivo o meno che sia, almeno a livello comunicativo è però importante che per qualunque vaccino non venga lasciato passare un messaggio distorto e aberrante. Le indicazioni d’uso di un farmaco non possono essere stabilite in modo funzionale al bisogno contingente, ma vanno basate su evidenze scientifiche e su criteri oggettivi e certi, che prescindono dalla disponibilità delle dosi e dallo stato della campagna vaccinale. Altrimenti, esagerando, tanto varrebbe iniziare a somministrare subito altre formulazioni nemmeno approvate, nascondendosi dietro la necessità di fare presto.

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