Redazione

Hannes Peer e una tabula rasa a Milano

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Se l’edificio è Art Déco, se è a Milano, zona Porta Romana, enclave architettonica in cui quasi ogni casa risponde a uno stesso codice estetico, le aspettative si creano. Invece quello che ha trovato Hannes Peer dietro la porta dell’appartamento acquistato dal suo amico e cliente Roberto Ortello, amministratore delegato del brand di moda N°21, e dalla moglie Natalia, ex modella, sommelier e anima del laboratorio Signor Lievito, che produce pane e dolci con un lievito madre antico di 120 anni, è stato il risultato di una «violentissima ristrutturazione anni ’80, in cui perfino la pianta era stata girata di 45 gradi». Non era sopravvissuto niente, neppure i pavimenti sotto strati di parquet. «Non mi era mai capitato di dover partire da zero, ma è stata l’opportunità per dare vita a una sorta di “falso storico” che fosse convincente e restituisse alla casa la sua identità», racconta l’architetto. Cominciando, appunto, dal pavimento, in cui una palladiana grigia molto Milano inizio ’900 è l’eco contemporanea (grazie a un cordolo in travertino Noce) di quella, originale, trovata nell’androne del palazzo. E “ripristinando” le inglesine, ossia le traversine orizzontali dei serramenti in legno di betulla moganato come quelle che Rudolf Schindler aveva utilizzato nelle sue ville di Los Angeles.

Poltrona in pelle di Percival Lafer, Brasile anni ’70. Coffee table in ceramica di Roger Capron. Lampada da terra Fantasma di Tobia Scarpa per Flos, 1961. Sul divano Diesis di

Antonio Citterio (B&B Italia) cuscini ricamati di Lindell & Co. Foto Helenio Barbetta /Living Inside

Un occhio a Frank Lloyd Wright e Ray Kappe per il loro rapporto con la natura, e un omaggio alle origini dei padroni di casa, Napoli e la Lettonia, sono stati il tema dell’intervento di Peer: uno chalet urbano (ispirazione: lo chalet di Balthus a Rossinière, in Svizzera) con grandi boiserie in betulla moganata che evocano i boschi lettoni (e i disegni di Robert Mallet-Stevens per Villa Cavrois a Croix), rivestimenti materici grazie alla finitura di resina cementizia grezza a muro che ha i toni caldi delle rocce, e la centralità della cucina, fondamento della cultura partenopea. «Il mio lavoro procede normalmente per stratificazioni, correndo sulla linea sottile tra la storia e le sue reinterpretazioni, ma qui non c’erano tracce significative da conservare, né eredità da proteggere: era una tela bianca su cui poter inventare tutto. Inebriante per un architetto, ma anche un’enorme responsabilità, che presume una fiducia totale da parte del committente», dice Peer. «Per e con Roberto non ero al primo progetto, avendo disegnato per N°21 spazi in tutto il mondo, compresi 1.500 metri quadrati di uffici e showroom a Milano, ma era la prima volta in cui mi mettevo a disposizione per la sua casa, quella in cui voleva vivere con la sua famiglia. Il primo disegno è stato un colpo: tutta la superficie era tracciata in rosso (demolizione) e in giallo (ricostruzione). Ho dovuto chiederglielo: “Sei proprio sicuro di volerlo fare?”».

Cucina custom in ottone e marmo Rosso Levanto, design Hannes Peer. Elettrodomestici Miele. Sgabelli Cesca (Knoll), lampadario custom in stile Stilnovo. Sull’isola, vaso in vetro soffiato disegnato dall’artista Luca Rossire. Il progetto della boiserie moganata è di Hannes Peer. Foto Helenio Barbetta /Living Inside

Lo spazio che è nato, letteralmente dal nulla, è vitale ed eclettico, organizzato su una pianta a L dove, con fluidità, le diverse funzioni si distribuiscono su una superficie di quasi 200 metri quadrati. L’andamento curvo dell’ingresso, rivestito interamente dalla boiserie, crea una specie di attesa prima che la vista si allarghi sul living, il pranzo e la cucina vis-à-vis, e le due zone conversazione in sequenza, separate da una libreria in betulla moganata e ottone su disegno di Hannes Peer. Sono moltissimi, al di là dell’intervento strutturale, i pezzi firmati dall’architetto. Come il grande lampadario Paysage realizzato insieme a 6:AM – Bespoke Glass di Murano che sembra una cascata di vetro lucido e opaco sopra al tavolo da pranzo Butterfly e alle sedie Alea prodotte da SEM-Spotti Edizioni Milano. «È su questo spazio che è avvenuto l’unico “scontro” con Roberto», ricorda Peer. «Io lo avevo disegnato aperto, continuo; lui, che cucina tanto e in modo professionale, chiuso e separato dal resto della casa. Per fortuna la tecnologia delle nuove cappe aspiranti lo ha, alla fine, convinto. Ho vinto io, ma la battaglia è stata dura». Commenta Roberto Ortello: «Da partenopeo, la cucina per me è il vero focolare domestico, il posto in cui si trascorrono i momenti più importanti e dove si costruisce e si fortifica la famiglia. All’inizio la soluzione con cucina aperta non mi convinceva, a poco a poco però mi sono lasciato persuadere dall’architetto. Certo, prima di arrivare alla versione attuale siamo passati per una lunga sequenza di disegni e varianti». La cucina è, al di fuori della facile metafora, il vero cuore della casa. D’oro, in questo caso: la finitura dei mobili in ottone spazzolato a mano assorbe e restituisce la luce, caricandola di bagliori caldi. I piani di lavoro, anche quello dell’isola centrale dove la famiglia fa colazione, sono in marmo Rosso Levanto, per sottolineare la matericità di ogni scelta. Di cui la massima espressione è la gigantesca parete di mattoni in cotto crudo che include il camino, realizzata dalla Fornace Bernasconi trasformando un materiale rustico in presenza raffinata: ruvida, scenografica, è la sorpresa che accoglie chi entra subito dopo la parete curva dell’ingresso. Nel gioco dei riferimenti d’autore il nome che Peer ripete con più convinzione è quello di Georgia O’Keeffe, e del suo Ghost Ranch ad Abiquiú, vicino a Santa Fe: colori, materia e legame con la terra che, trasportati e tradotti in un linguaggio urbano diversissimo, hanno avuto come risultato questa casa. «Abbiamo affidato a Hannes un grande compito: racchiudere i nostri desideri nel luogo più importante della nostra vita», dice Roberto Ortello. La riuscita del compito è stata certificata dai bambini, come racconta Peer: «Dopo un giorno era come se avessero vissuto in questa casa da sempre. Questo, per me, è stato il più gratificante dei risultati».

Trovate il servizio con gli scatti di Helenio Barbetta /Living Inside a pagina 166 di AD di giugno. 

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