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I gatti sono davvero così pericolosi per la fauna selvatica?

Photo by Pacto Visual on Unsplash

I gatti sono spesso considerati il nemico numero uno della fauna selvatica, mentre molto meno si sa dell’impatto dei cani. La preoccupazione di alcuni conservazionisti australiani è che gli animali da compagnia possano predare la fauna nativa, soprattutto mammiferi e uccelli, e portare alcune specie all’estinzione. Al momento ci sono pesanti restrizioni relative ai felini domestici (associate a campagne di abbattimento dei gatti ferali), mentre per i cani ci sono solo prescrizioni ad andare al guinzaglio in alcune aree e rimanere all’interno dei giardini di proprietà. Questa differenza non è stata finora supportata da studi scientifici.

Un nuovo studio pubblicato su Frontiers Veterinary Science condotto da un team di ricercatori australiani chiarisce finalmente l’impatto relativo di cani e gatti sulla fauna locale urbana. Lo studio usa l’approccio della citizen science, tramite questionari online che chiedevano ai proprietari di segnalare e identificare le eventuali prede dei loro animali.

I risultati dello studio sono molto interessanti: in entrambi i casi la maggior parte delle prede erano mammiferi e, di questi, quelli predati da cani e gatti, l’88% e il 97% dei casi rispettivamente, erano topi, ratti e conigli, tutte specie introdotte recentemente in Australia e considerate nocive. I cani però erano molto più inclini dei felini nel predare specie native, 62% contro 47%. Di queste, le specie più predate erano scinchi e lucertole, ma i cani erano più inclini a predare anche animali più grandi come opossum, canguri e wallaby, mentre la maggior parte degli uccelli predati erano introdotti o molto abbondanti: il 18% degli uccelli predati dai cani e il 14% di quelli predati dai gatti erano autoctoni, ma nessuna popolazione di uccelli predati, secondo il questionario, è in declino.

Questi risultati sono in disaccordo con diversi studi precedenti, che riportano un effetto negativo dei felini domestici sulle popolazioni native di uccelli e mammiferi. Tuttavia, fanno notare gli autori, “molti studi si basano solo su modelli matematici e non valutano le reali densità di popolazione. Per esempio, una recente revisione sistematica riporta che i gatti negli Stati Uniti uccidono miliardi di uccelli e mammiferi ogni anno”. Secondo gli autori, questi numeri sono sovrastimati in quanto estrapolazioni da altri studi che usavano presupposti sbagliati, per esempio non tenevano conto del breve tempo che il gatto medio americano spende fuori casa, o sovrastimano il numero di gatti rispetto ai numeri effettivi forniti dalla associazione dei veterinari americani.

Uno studio neozelandese, continuano gli autori, “stima gli uccelli predati dai gatti in un’area urbana in modo implausibile, dato che il numero di uccelli predati dai gatti in 12 mesi è vicino o superiore al numero totale di uccelli presenti”. Un altro studio condotto nell’area metropolitana di Perth (Australia Occidentale), riferiscono i ricercatori australiani, non trova correlazione tra la densità di cani e gatti e l’abbondanza di passeriformi, ma trova una correlazione negativa tra la densità degli uccelli e lo sviluppo edilizio, il che porta gli autori a concludere che il fattore critico sia la distruzione dell’habitat, piuttosto che la presenza di cani e gatti. Infine, secondo lo studio, non si tiene conto degli effetti positivi delle predazioni da parte di cani e gatti, come la recente invasione di ratti e topi in Australia dopo le campagne di abbattimento lascerebbe pensare.

Il fattore critico, conclude lo studio, non è quanti animali vengono predati ogni anno, ma l’impatto generale di cani e gatti sulle popolazioni di animali selvatici. La predazione a opera di cani e gatti sembra essere di importanza minore rispetto ad altri problemi come la perdita di habitat e lo sviluppo urbano. Si deve puntare a sforzi di conservazione efficaci sulla base di studi scientifici, anziché biasimare una singola specie senza una evidenza sperimentale.

* L’autrice dell’articolo è stata peer reviewer della ricerca menzionata

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