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I Sottotono a FQMagazine: “Tiziano Ferro era il nostro corista, ora impariamo da lui. Noi? Dopo 20 anni insieme: ecco chi c’è nel disco”

Massimiliano Cellamaro (alias Tormento) e Massimiliano Dagani (alias Big Fish) si sono imposti con i Sottotono nella nascente scena hip hop italiana, lasciando un segno con singoli di successo come “Tranquillo”, “Solo lei ha quel che voglio” e “Dimmi di sbagliato che c’è”. Solo per citarne alcuni. Poi vent’anni fa l’arrivederci e due percorsi paralleli tra produzione e pubblicazioni di album. Poi la scintilla al Festival di Sanremo 2019, grazie a Livio Cori e Nino D’Angelo ed ecco che esce l’album “Original” che segna una reunion “per chiudere il cerchio”. Nel disco sei inediti e sette fra i successi dei Sottotono, riarrangiati e rivisitati insieme ad amici e colleghi come Tiziano Ferro, Guè Pequeno, Marracash, Fabri Fibra, Emis Killa e Jake La Furia, oltre a esponenti della scena urban e pop come Mahmood, Elodie, Coez, Stash, Luchè e Coco, infine una strofa di Primo Brown.

Come mai vi siete riuniti dopo così tanto tempo?

Nel 2019 siamo tornati al Festival di Sanremo per cantare con Livio Cori e Nino D’Angelo. In molti hanno pensato che avremmo buttato fuori, da lì a poco, un singolo. Ma non è stato così. Nel giro di qualche mese ci siamo resi conto che c’era ancora un bel feeling tra noi e che potevamo creare una situazione importante per chiudere un cerchio. Ci siamo ritrovati assieme su quel palco dopo la nostra partecipazione 2001. Le coincidenze non accadono mai per caso.

Nel 2001 fece abbastanza clamore la vostra presenza e anche gli scontri con “Striscia la notizia” che sollevò un caso di presunto plagio. Rifareste tutto?

Sì certamente. Per noi andare lì era una vera figata. Ci siamo approcciati a qualsiasi trasmissione televisiva e occasione di incontro con i fan senza alcun pregiudizio, lo stesso abbiamo fatto per il Festival. Per noi rimane un bel Sanremo nonostante anche la classifica finale (al 14esimo posto su 16, ndr). Per il resto rispondiamo che la nostra carriera è proseguita tra album e riconoscimenti vari. Quel 2001 fa parte della nostra storia e tutto quello che è accaduto ha avuto un senso.

In questi 20 anni le cose nel mondo della musica sono cambiate in meglio o in peggio?

È tutto cambiato. A quei tempi caricare file musicali sul web era ritenuto illegale. Oggi in una stanza ci si attrezza per far canzoni e in un attimo il brano è disponibile in streaming. Non avremmo mai pensato che si evolvesse così velocemente tutto e che lo streaming e il digitale superassero il fisico. Siamo comunque ottimisti questo nuovo scenario ha dato nuova linfa alle case discografiche che così possono investire negli artisti e in nuove tecnologie. Oggi gli emergenti sono molto più bravi a promuovere la propria musica e con i social c’è un contatto diretto con chi ascolta. Prima era impossibile.

Il singolo “Mastroianni” è stato ben accolto dalle radio (al 4 posto della classifica Earone, ndr). Ve lo aspettavate dopo tanto tempo?

Non era così scontato. Abbiamo fatto un pezzo con forti sonorità Anni 90, un beat classico con argomenti attuali come il fatto di fregarsene del giudizio degli altri e valorizzare più sé stessi.

Un po’ il contrario di quanto avviene su Instagram?

C’è un egocentrismo sfrenato su quel social. C’è il rischio di non accettarsi, di non volersi bene e perdere il senso anche di comunione. In questo ha contribuito anche certa mentalità americana del volere andare contro tutti per emergere.

C’è il rapporto genitori-figli nel brano “Ti bacio mentre dormi”. Sono cambiati anche i modelli educativi tra ieri e oggi?

Di certo rispetto ai nostri genitori, la nostra generazione è molto più vicina ai figli. Ai nostri tempi erano più duri e distanti. A quell’epoca diventare papà a 45 anni si veniva considerati già vecchi. Oggi ci ritroviamo ad essere amici e consiglieri dei nostri figli su quali passi fare, indicando magari anche quelli giusti. Tralasciando l’età critica dell’adolescenza 13-17 anni (ridono, ndr). Lì non c’è scampo per nessuno. La nostra generazione credo voglia ridare alle nuove generazione quello che c’è mancato. Però deve essere forte il senso di responsabilità. Se un giorno uno dei nostri figli ci dicesse ‘vogliamo fare musica’. Nessun trauma, ma il patto è che bisogna farlo diventare un lavoro senza l’aiuto da parte della famiglia.

Tiziano Ferro ha fatto il vostro corista e averlo coinvolto – con Guè Pequeno & Marracash -in “Solo lei ha quel che voglio” chiude un cerchio?

Tiziano per noi ha speso sempre bellissime parole e lo ringraziamo. Lui era coinvolto nel nostro progetto: eravamo nuovi sulla scena hip hop, ci si inventava ma nel tour c’era una disciplina di preparazione ferrea. Siamo molto felici per Tiziano e vedere l’artista che è diventato. Ha una impostazione americana sia sul lavoro che nelle interviste. Ha studiato, si vede, ma non nasconde la sua arte, anzi la comunica al meglio. Eravamo i suoi mentori e ora impariamo da lui.

Il disco si chiude con un inno all’amore e a regalarsi una nuova visione. In un contesto così difficile come quello che stiamo vivendo sarà facile?

È un obbligo. Lo dobbiamo anche alla storia italiana, culla della cultura. Non ci si può permettere di essere leggeri. Gli americani – che adoriamo – sembrano quasi degli adolescenti un po’ impazziti, noi non ce lo possiamo permettere. Dobbiamo lavorare duro specialmente perché stiamo uscendo da un periodo nero per il mondo dello spettacolo. Ci sono tantissimi lavoratori nel nostro settore che hanno vissuto momenti difficilissimi, noi siamo stati fortunati. L’unica cosa bella da fare dunque era mettere in piedi questo progetto per lanciare anche un messaggio di rinascita e di ripartenza. Soprattutto dal pinto di vista psicologico è stato molto utile anche per noi poter lavorare a questo disco.

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