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Il declino americano è iniziato trent’anni fa ma pochi lo vedevano

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Forse, per capire meglio le cose ci possono aiutare la letteratura e il cinema. Nel 2001, l’anno dell’11 settembre e dell’attacco alle Torri gemelle, esce Il declino dell’impero Whiting, di Richard Russo. Siamo nel Maine, a Empire Falls: l’Empire Avenue, la grande arteria che un tempo brulicava di gente, auto e attività commerciali, ora è un viale deserto che lo sguardo può abbracciare fino in cima, là dove troneggiano le imponenti sagome delle vecchie fabbriche abbandonate. Prima che i Whiting – la famiglia le cui alterne vicende si intrecciano alla vita della cittadina – vendessero i loro stabilimenti alle multinazionali, prosperava una florida comunità di lavoratori e lavoratrici. Ora, quelli bisognosi di lavoro si sono trasferiti altrove e all’esigua popolazione di Empire Falls non resta che trascorrere il tempo coltivando speranze e illusioni. Sogni e disinganni di rinascita che caratterizzano puntualmente i giorni di Miles Roby, il gestore dell’Empire Grill, il ristorante che, con le sue ampie vetrine, spicca lungo il viale principale della città. Sono vent’anni che Miles prepara hamburger, venti lunghi anni in cui sono svanite le sue speranze.

Nel 1989 era uscito al cinema Roger and me, di Michael Moore. Moore è nativo di Flint, nel Michigan, dove c’è la General Motors che dà lavoro a 35mila dei 150mila abitanti. A metà degli anni Ottanta il presidente della GM, Roger Smith (è lui, il Roger del titolo), decide di chiudere la fabbrica di Flint, licenziando i suoi operai. Moore, che era giornalista, si improvvisa regista e prova a fare un’intervista a Smith – un tentativo che dura tre anni, in giro per tutti gli Stati uniti, senza mai riuscire a parlargli.

Intanto, “le autorità”, senza farsi carico della disoccupazione, organizzano sfilate di reginette di bellezza o manifestazioni canore, oppure cercano assurdamente di creare un centro turistico inutile, sprecando grandi quantità di danaro. La vita a Flint assume una coloritura drammatica: il susseguirsi degli sfratti di famiglie di ex operai, che non possono più pagare l’affitto; alcuni disoccupati si arrangiano vendendo il proprio sangue per trasfusioni, o allevano conigli; altri diventano criminali o guardie carcerarie, perché la delinquenza dilaga nella città.

Ma le ricche signore del posto giocano a golf o a Scarabeo, e la vigilia di Natale, durante un retorico e banale discorso d’occasione pronunciato da Roger Smith alla televisione, a Flint il solito vice- sceriffo effettua ancora uno sfratto.

D’altronde, quest’anno l’Oscar è andato a Nomadland di Chloè Zhao. Siamo a Empire ( proprio lo stesso nome della cittadina del libro di Richard Russo), Nevada. Nel 1988 la fabbrica presso cui Fern e suo marito Bo hanno lavorato tutta la vita ha chiuso i battenti, lasciando i dipendenti letteralmente per strada. Anche Bo se ne è andato, dopo una lunga malattia, e ora il mondo di Fern si divide fra un garage in cui sono rinchiuse tutte le cose del marito e un van che la donna ha riempito di tutto ciò che ha ancora per lei un significato. Vive di lavoretti saltuari poiché non ha diritto ai sussidi statali e non ha l’età per riciclarsi in un paese in crisi, e si sposta di posteggio in posteggio, cercando di tenere insieme il puzzle scomposto della propria vita. Fern non è nomade per scelta, si muove continuamente sulla sua “casa mobile” fermandosi in campi improvvisati popolati da gente come lei, sradicata e itinerante, quella Nomadland che sono diventati gli Stati Uniti a cominciare dalla fine degli anni Ottanta: la frontiera del mito americano si è trasformata in un vagabondaggio circolare.

La sensazione di declino – di non essere più una nazione produttiva, potente, ricca, felice, la più produttiva, la più potente, la più ricca, la più felice – alberga da tempo in America. Un malessere crescente che le statistiche ufficiali confermano. Secondo il Center for Disease Control and Prevention, il tasso di suicidio è cresciuto del 34 percento dal 2000 al 2016. Le morti per overdose aumentano in modo esponenziale, stando ai dati dello stesso Centro. Riflesso di questo malessere dai contorni indefiniti, il numero dei detenuti negli Stati Uniti è il più alto del mondo, in termini assoluti e relativi. Quando ha cominciato a installarsi questo senso di decadenza? Quando Richard Nixon decise di porre fine alla convertibilità del dollaro in oro, il 15 agosto 1971? Quella decisione decretò la fine degli Accordi di Bretton Woods dell’agosto 1944, con i quali gli Usa avevano imposto il dollaro quale moneta di riserva internazionale. Oppure, con l’implosione dell’Unione Sovietica il 21 dicembre 1991? Non c’era più un nemico, e questa data segnava contemporaneamente l’apogeo americano – Francis Fukuyama si affrettò a proclamare La fine della storia – e la fine del suo “destino manifesto”: se tutto il mondo voleva diventare come l’America, che senso aveva più l’America?

Una decina d’anni fa il dibattito si fece incandescente, se perfino Barack Obama si sentì in dovere di intervenire. Nel suo discorso sullo stato dell’Unione del gennaio 2012, disse: «Chi vi dice che siamo in declino, non sa di cosa parla». Forse rispondeva proprio a Francis Fukuyama, che aveva scritto su Le Monde dell’ 11 settembre 2011, dieci anni dopo gli attacchi di al Qaeda, che essi avevano «segnato l’inizio della fine dell’egemonia degli Stati Uniti». Stephen Walt, professore di Harvard, gli aveva fatto eco scrivendo nel The National Interest di novembre 2011 che «l’apparizione di nuovi poteri e la doppia débacle in Iraq e in Afghanistan annunciano un brutale declino della capacità statunitense di forgiare l’ordine mondiale».

Impressiona, a rileggerlo oggi, per la sua capacità profetica l’analisi di Alfred W. McCoy, professore di storia all’Università del Wisconsin- Madison, pubblicata su The Nation nel dicembre 2010. Per McCoy gli imperi sono organismi fragili, e quando le cose cominciano a andare male precipitano con inaspettata velocità: bastò un anno per il Portogallo, ce ne vollero due per l’Unione sovietica, otto per la Francia, undici per l’impero ottomano, diciassette per la Gran Bretagna. Per gli Stati uniti ce ne vorranno ventidue – McCoy fissa la data del collasso al 2025 e la data in cui tutto è cominciato nel 2003, l’anno dell’invasione dell’Iraq. Nel 2008 l’US National Intelligence Council ammise per la prima volta che il potere globale dell’America era ormai in una traiettoria declinante.

In uno dei suoi report “futuristici”, Global Trends 2025, il Council citava «lo spostamento di ricchezza e potere economico da Occidente a Oriente, senza precedenti nella storia». In un sondaggio del 2010, il 65 percento degli americani considerava il proprio paese in uno “stato di declino”. La questione non è “se” l’impero americano declinerà, ma “quando” e in che modo: se sarà una caduta dolce o un precipizio. McCoy indica una serie di questioni cruciali – il ruolo del dollaro, la crisi economica, la crisi del petrolio e energetica, le divisioni maggiori all’interno del paese con il prevalere della destra – ma soprattutto la “pressione” che subiranno le centinaia di basi militari all’estero.

E parla dell’Afghanistan, situando l’acme della crisi nel 2014: «Presto, i mullah predicheranno il jihad dalle moschee di tutta la regione, e le unità dell’esercito afghano, a lungo addestrate dalle forze americane per invertire le sorti della guerra, inizieranno a disertare in massa. I combattenti talebani lanceranno una serie di attacchi alle guarnigioni statunitensi in tutto il paese, facendo salire vertiginosamente le vittime americane. In scene che ricordano Saigon nel 1975, elicotteri statunitensi salveranno soldati e civili americani dai tetti di Kabul e Kandahar». Beh, per essere una “profezia” ci ha sbagliato solo di qualche anno.

Roma non fu costruita in un giorno, si dice, per indicare quanto tempo occorra a realizzare grandi imprese. Grandi imperi. Anche a cadere, gli imperi non ci mettono un giorno.

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