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«Il Futuro Delle Aziende è L’essere Immateriali», Parola Di Philippe Starck

Il loro primo incontro, alla fine degli anni Ottanta, il presidente di Kartell Claudio Luti lo ricorda bene. Perché dopo l’esperienza alla guida del gruppo Versace e un breve intermezzo sabbatico, volare a Parigi a casa di Philippe Starck, con cui condivide oggi venticinque anni di sodalizio, fu il primo viaggio da presidente designato del gruppo Kartell, in compagnia del suocero Giulio Castelli: «Mi avevano presentato De Lucchi, conoscevo Matteo Thun perché lo incontravo in giro, ma non avevo gran dimestichezza coi designer» racconta Luti, «capivo di numeri, quello sì, ma sapevo di volerci mettere la faccia in prima persona per comprendere meglio tutti i processi. Lui fu il mio battesimo del fuoco: quel giorno, nella dimora fuori città dove viveva con la prima moglie, ponemmo le basi per la sedia Dr. Globe».

Nel suo francese perennemente estatico, Starck invece dice di non aver ricordo alcuno del loro primo rendez-vous. Piuttosto, racconta in questa intervista, di conservare l’impressione netta di conoscere Claudio Luti da sempre.

Partiamo dall’inizio.

«Lavoravo già con Giulio Castelli, il fondatore di Kartell, un uomo straordinario. Lavoravamo molto bene ma non eravamo altro che produttori di mobili. Quando ho incontrato Claudio, che ha preso il suo posto, ho finalmente avuto quello che volevo. Per molto tempo mi sono detto che i mobili, per essere veramente moderni, non avrebbero più dovuto essere prodotti né sviluppati da persone provenienti dall’industria del mobile, poiché la loro visione era ristretta. Claudio invece veniva dal mondo della moda, dove aveva dato prova di sé. Era arrivato con nuovi metodi, più sofisticati, più intelligenti. Mi affascinava, ed è stato come un angelo salvatore. La nostra è stata un’intesa immediata perché abbiamo condiviso il valore intangibile di un mobile piuttosto che il suo valore materiale. Parlavamo la stessa lingua, discutevamo di sentimenti, di simboli, ma mai di arredi. Come uno stilista che non manca mai una prova prima di una collezione, Claudio non ha mai perso un solo appuntamento. È sempre stato lì, apprezzando, discutendo, negando, confermando tutti i modelli, millimetro per millimetro, colore per colore, raggio per raggio, materiale per materiale. Questa è una cosa abbastanza rara nell’industria del mobile, dove il capo è solitamente in alto e lo sviluppo è riservato agli ingegneri. Claudio è presente e ciò è straordinario per un designer, in quanto non abbiamo l’impressione di lavorare per un’azienda, ma con e per un amico. Ogni volta che disegno un nuovo modello mi sembra di preparargli un regalo di Natale. Mi sento felice e persino commosso quando gli mostro i modelli e vedo il suo sorriso di giubilo. E adoro sentire la parola che ripete sempre alla fine di una presentazione: successo».

Dr. Glob, 1988Come descriverebbe i pilastri della vostra relazione?

«I pilastri sono una comune visione a lungo termine, prima dell’azienda e poi dei modelli. Kartell è lo Spirito Santo, perché è esistito, esiste ed esisterà. Attraverso ogni modello costruiamo il marchio e i suoi valori. E questo accade anche ora attraverso le eco-plastiche, lo Smart Wood e gli altri materiali intelligenti che stiamo preparando, pianificati e immaginati da molto tempo».

In che modo comincerebbe una lettera d’amore per Luti?

«Rischio di essere un po’ confuso, perché sinceramente non ci avevo pensato. Claudio, ti voglio bene perché sei elegante. Non solo per gli straordinari abiti che porti, sei elegante nel tuo portamento, nelle tue parole di estrema raffinatezza e tenerezza, nel tuo modo di pensare e nei tuoi giudizi. Quando rientro da un appuntamento con lui, dico sempre a mia moglie che Claudio è un aristocratico, un aristocratico laico. Gestisce i rapporti con le persone della sua azienda, me compreso, con estrema nobiltà. Sono felice che ci sia stata una rivoluzione, che siamo in una democrazia, ma nonostante tutto, amo ancora la nobiltà umana».

Attila, 2000Magistretti diceva che il design è l’opera di due menti: quella del designer e quella dell’imprenditore. Quanto è vera questa affermazione, se riferita a voi?

«Non sapevo di copiare Vico Magistretti: anche io la penso così. Per un designer è facile avere delle buone idee, con la nostra competenza tecnica che consente di svilupparle, ma non sono nulla senza un grande imprenditore. Il passaggio alla materia, la cristallizzazione del sogno e del progetto, è come un parto. Una madre non terrà un bambino nel suo grembo per tutta la vita, così come io non terrò i miei sogni dentro di me per tutta la vita. Se così fosse, sarebbero sterili e inutili. Claudio, con Kartell, è come una levatrice che dà vita ai sogni. I sogni più interessanti che si possano fare».

Louis Ghost, 2002Luti la descrive come molto generoso, pronto a ricominciare ad ogni progetto, perfino in stadio avanzato. Ricorda una creazione che ha dovuto rielaborare di sana pianta?

«Se qualcuno parla di “ricominciare”, io direi semplicemente “continuare”, andare avanti con la ricerca e lo sviluppo. È il mio lavoro. È possibile che un modello sia stato abbandonato, forse a causa di un prezzo eccessivo che non ci permetteva di proporre il progetto nell’ambito di Kartell e della nostra filosofia, oppure per una ragione tecnologica o forse perché era troppo fragile. In ogni caso non userò mai la parola “rifare”. Si tratta di continuare il lavoro o di elaborare un altro percorso».

Masters, 2010Chi tra voi due – citando uno dei vostri prodotti – è “Mr. Impossible”?

«Mr. Impossible sono io, questo è certo. Io sono assolutamente impossibile da vivere, impossibile da ascoltare, impossibile per tutto. Claudio invece è tutto il contrario. Lui è aperto, gentile, cortese, amichevole, quasi materno. Con me tutto è difficile, ma insieme tutto è possibile. Lo dimostriamo ogni giorno e continueremo a dimostrarlo».

Uncle Jack, 2014Qual è la storia dietro il progetto Smart Wood?

«È una storia molto vecchia. Ho passato la vita cercando di creare oggetti che fossero i più intelligenti possibili, con il minimo utilizzo di materiale e di energia, e il più possibile senza tempo. Ci siamo riusciti con la plastica, questo straordinario materiale inventato dall’uomo, grazie al quale siamo riusciti nella battaglia del design democratico: aumentando la qualità, abbassando il prezzo e rendendolo accessibile al maggior numero di persone. Stiamo continuando e continueremo a lavorare con delle eco-plastiche che sono la materia di domani, il materiale perfetto. Mentre progettavo mobili in plastica, io che sono un figlio della natura, sentivo crescere la voglia di lavorare con il legno, ma non accettavo l’idea di abbattere nuovi alberi, e l’idea stessa del legno massello mi sembrava scandalosa. Ho sempre pensato, come Charles Eames prima di me, che il compensato sarebbe stato la soluzione ideale poiché è fatto di strisce di legno molto sottili, intrecciate insieme, pressate, e consente di ottenere una resistenza straordinaria usando pochissimo materiale. Ma in passato, il compensato era piatto, e creare mobili piatti non lasciava spazio a grandi possibilità. Non poteva interessarmi perché il suo impiego era troppo limitato. Col tempo, taluni produttori – alcuni su mia richiesta – hanno cominciato a pressare il legno, prima in due dimensioni come un cilindro, poi in tre dimensioni per creare una sfera. È stato un processo molto lungo, durato circa quarant’anni. Ho chiesto ad alcuni di loro se fosse possibile andare oltre, per raggiungere una profondità superiore ai 7 centimentri. Finché tre anni fa, un industriale è riuscito a ottenere una profondità incredibile, di 17 centimetri. Grazie ad un’astuzia di progettazione e costruzione, ciò mi ha consentito di creare mobili scultorei come quelli che stavo già creando grazie alla plastica, e così è nata la collezione Smart Wood. Ne vado molto fiero, perché è un lavoro che mi ha impegnato per diversi anni, realizzato millimetro per millimetro, e ringrazio gli industriali che vi hanno partecipato.

L’epoca che viviamo è un po’ inquietante, non dobbiamo essere pessimisti, ma obiettivamente è preoccupante. Purtroppo la scienza e la tecnologia si sono trasformate da benefattori a malfattori e non ci fidiamo più. C’è una confusione generale e un desiderio di comfort, sicurezza e di ritorno alla natura, che sto vivendo anche io. Ho voglia di circondarmi di legno. Smart Wood è la collezione giusta al momento giusto. Mi consente di rispondere a questo bisogno di natura, di una presenza rassicurante. Ma non smetterò mai di usare la plastica. Fra pochissimi anni tutta la produzione Kartell sarà realizzata al 100% in eco-plastica».

Q/Wood soft, 2021Puoi entrare più nello specifico, descrivendo le icone della nuova collezione?

«La collezione Smart Wood home office è il risultato di un lungo processo. Ho sempre lavorato a casa mia, dove da sempre vivo confinato, detestando gli uffici e i mobili da ufficio. Inoltre, considero la parola francese “travaille” nella sua vera etimologia, che significa sforzo e tortura, e gli edifici e i mobili da ufficio per me sono questo: oggetti di tortura. È da molto tempo che cerco dei mobili caldi per l’home office e la collezione Smart Wood è perfetta: è in legno, discreta, flessibile ed efficiente. Una gran parte della popolazione continuerà a lavorare da casa, e questo accadrà per due motivi: il primo è che ci si sente meglio. E il secondo, è che questo benessere è positivo per la creatività, per pensare e lavorare bene. Le grandi aziende e i datori di lavoro lo stanno capendo e molti continueranno a lavorare in questa modalità a beneficio di loro stessi, delle proprie famiglie e del risultato finale. Per completare la collezione ho creato la libreria Adam Wood, basandomi ancora una volta non sulla materia ma sull’intelligenza strutturale. Adam Wood è una trave d’acciaio tridimensionale, minimalista, calcolata al computer. Con questo oggetto, l’ossessione di ridurre ai minimi termini l’uso di materiale ed energia si traduce in un’estetica elegante».

Qual è il suo sogno professionale legato a Kartell? Forse, disegnare qualcosa di completamente immateriale, come una preghiera o un sussurro?

«Il mio sogno per Kartell è proprio ciò che Kartell è oggi. Questa non è un’azienda di mobili o di oggetti in plastica. È un’azienda alla ricerca di soluzioni che rendano la nostra vita migliore, utilizzando l’alta tecnologia e l’alta intelligenza. Tutte le possibilità sono aperte. Oggi produciamo sedie, domani non sappiamo. In questo momento utilizziamo la plastica o l’eco-plastica, domani chissà. La cosa importante è aver creato e mantenuto una piattaforma fertile, dalla quale può emergere qualsiasi cosa. Se sarà immateriale – e io lo spero per Kartell, perché il futuro delle aziende è l’essere immateriali – ora non posso svelarlo, perché significherebbe rovinare il sogno di domani. Come dice Lacan: “il detto uccide”. Quindi, nominare il sogno, equivarrebbe certamente ad ucciderlo».

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