cronaca

“Il mio Joker simbolo degli haters e la comicità in pandemia”. Un’intervista a Gabriele Salvatores

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Il 10 giugno arriva nelle sale Comedians, del regista premio Oscar. Wired gli ha chiesto di spiegare perché l’ironia è una medicina e non una caramella che fa marcire i denti, e come vede il futuro prossimo della next generation

I comici, a volte, mettono sul piatto paura e pregiudizi. Ma i migliori sanno illuminare, volando oltre stereotipi e banalità. Lo dice chiaramente con il suo nuovo film, ComediansGabriele Salvatores, riprendendo il testo del drammaturgo inglese Trevor Griffiths che già aveva portato a teatro con successo 30 anni fa. Allora, all’Elfo di Milano, dirigeva i giovani Paolo Rossi, Silvio Orlando, Claudio Bisio, Bebo Storti, Renato Sarti. Sullo schermo, dal 10 giugno, sfilano Ale e Franz, Marco Bonadei, Walter Leonardi, Giulio Pranno, Vincenzo Zampa e i maestri della comicità, antitetici tra loro, Natalino Balasso e Christian De Sica.

Insieme, sullo schermo come su un palco, a ribadire che oggi come ieri “L’uomo è l’unico animale che ride”. Spesso solo per allontanare la paura. Ne abbiamo parlato direttamente con Gabriele Salvatores, cineasta premio Oscar che più versatile non si può.

Partiamo da una battuta del film: “La comicità è una medicina, non una caramella che fa marcire i denti”. In tempi di pandemia quanto funziona questa medicina?

“Da napoletano l’ironia è sempre fondamentale, vengo da un popolo che ne fa uso anche quando ci sono le disgrazie. Ridere fa bene. È un antidepressivo naturale, ma bisogna stare attenti: se ne assumi troppo, ti addormenti.  L’importante è che la comicità non diventi una pillola finale che elimini la paura e il problema”.

Pensa che il Covid-19 possa diventare uno spartiacque anche per la comicità?

“Credo di sì, o perlomeno un bravo comico saprebbe come usarlo. Sono girate tantissime battute sulla pandemia via social – io non ne sono un grande frequentatore, me le mandavano –, alcune anche molto divertenti. Come dicevo, bisogna stare attenti, e il tema di Comedians in fondo è proprio questo: se l’ironia o la comicità servono a far sì che un problema faccia un po’ meno paura allora va bene, perché in certi frangenti la leggerezza è utile. Ridere su una malattia che peraltro ha fatto centinaia di migliaia di morti ci aiuta, magari, a vederla in un altro modo. Ma ridere di un omosessuale, di un nero o di mia moglie grassa è diverso e pericoloso. Si ride degli stereotipi e dei pregiudizi solo per eliminare la paura che si ha”.

Il comico più giovane del suo film, interpretato da Giulio Pranno, è un pagliaccio triste e inquietante, una sorta di Joker. Alle nuove generazioni non è rimasto che l’odio?

“Purtroppo è il risultato di 30 anni di Napalm sulle nostre coscienze, di separazioni, di difficoltà di relazioni, di immagini del sesso preconfezionate – non si può imparare l’educazione sessuale su YouPorn. Penso che un’arma che hanno i giovani sia l’odio, che però genera il fenomeno degli haters, per cui ti senti vivo solo se detesti e non è giusto. La gioventù è sempre rivoluzionaria, è rock and roll, possiede una rabbia generazionale. Film come Joker lo raccontano bene e si legano al personaggio di Pranno, un elfo che è una specie di terrorista capitato dentro a una situazione destabilizzante. Eppure, di fatto, è un ‘dimenticato’, lasciato dalla sua compagna che si è portata via il figlio, con un lavoro complicato”.

Ha visto LOL – Chi ride è fuori?

“No, stavo montando il film e avevo paura che mi potesse influenzare. Ma trovo interessante questo bisogno prepotente di comicità che sta tornando”.

Se dovesse suggerire una serie comica che ha apprezzato quale indicherebbe?

Il metodo Kominsky, meraviglioso, e La fantastica Signora Maisel, su una stand-up comedian strepitosa».

A proposito di donne, Comedians ha un cast tutto maschile. Quando farà un film sole attrici?

“Un Comedians al femminile era già stato fatto a teatro da Renato Sarti, io volevo rimanere più fedele possibile al testo originale, per altro attualissimo, anche per non alterare l’equilibrio di certe battute, specie quelle a sfondo sessuale. A ogni modo, il mio prossimo lavoro è su un regista di 60 anni che deve fare un film su Casanova coetaneo: ci sono parecchi personaggi femminili e quello di cui si innamora il regista e quello di cui si innamora Casanova sono decisamente molto più avanti di loro!”.

Ogni volta lei osa, cambia stile, registro, genere e si rinnova, proponendo lavori estremamente diversi tra loro. Come ci riesce?

“È una piccola difesa da quella statuetta che mi hanno dato [l’Oscar per Mediterraneo, ndr]. Ero al mio terzo film, mi sono detto: ‘Se adesso mi convinco che sono bravo è finita’. Allora ho provato a spostare sempre più in là l’obiettivo, a fare cose che non si fanno in Italia o che io non ero capace di fare, da un film di fantascienza a un film politico come Sud. Mi serve anche a tenermi vivo: quando pensi di riuscire bene in una cosa è meglio smettere”.

Citando un suo film, Lei non ha paura.

“Io di paure ne ho tante, anche di vivere, ma non al cinema. Purtroppo nella quotidianità non puoi fare il regista, non essendoci il copione; quindi sul set ti rifugi in storie che in qualche modo controlli. Questo è il mio punto debole, ormai non so se lo supererò più. Ma magari, se uno non lo supera, continua a proporre cose diverse, e a provare, provare, provare”.

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