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Il nuovo Dune non vuole solo intrattenere, vuole abbagliare

La domanda che aleggiava era quale fosse la maniera per adattare Dune di Frank Herbert scelta da Denis Villeneuve? La risposta è “Con ponderosità”. Il Dune del 2021 (in uscita da noi nelle sale il 16 Settembre) è ponderoso, molto serio e intenzionato a creare un mito. Non vuole avvicinare gli spettatori ai personaggi, non vuole renderli umani e come noi, vuole renderli epici, mitici, un casato nobile dell’anno 10191, il cui rampollo è forse il nuovo eletto, personaggi e figure giganti in storie e contesti dal peso specifico immenso. Questo Dune non vuole coinvolgere il pubblico in un giro sull’ottovolante. Questo Dune vuole abbagliare.

E per molti versi ci riesce, innanzitutto passando per la politica. La dinastia Atreides ha ricevuto dall’imperatore il compito di insediarsi sul pianeta Arrakis dove si produce la spezia, sostanza indispensabile per il funzionamento del viaggio spaziale e quindi cruciale per tutto l’universo. Prima di loro c’era un’altra dinastia in quel posto così importante, l’imperatore vuole metterli contro con questa mossa ma il Duca Atreides ha una contromossa politica: allearsi con gli indigeni. È qui che prende il via il film, con la partenza dal pianeta natale e l’arrivo su Arrakis dei nuovi reggenti. Le proporzioni sono subito immense, non è una piccola storia ma una gigante. A questo si aggiunge che Paul Atreides, per l’appunto il rampollo, è stato allevato dalla madre alle arti delle Bene Gesserit (preveggenza e controllo psichico), lei stessa insinua sia il messia a lungo atteso, ma forse è solo un modo per essere subito accettati dai superstiziosi indigeni.

Ci vuole parecchio perché Villeneuve ci dica tutto questo, spieghi le forze in campo e metta in chiaro chi è chi, cosa vuole, dove si va e come funziona questo futuro, insomma la mitologia di Dune. Una grandissima quantità di informazioni che il film però dosa e spiega benissimo, senza la pesantezza dei grandi discorsi e lasciando che molto passi per le immagini e con l’intuito così da capirlo da soli. Ad esempio inventa un codice visivo per i combattimenti, fatto di blu e rossi, in modo che da soli capiamo cosa accada e come funzioni la tecnologia degli scudi, non ci spiega che i mezzi (e alcune armi) sono ispirati ad animali ma ci lascia intuire perché. Bastano pochi secondi di una forma di vita del deserto e il suo comportamento per capire che la tecnologia indigena per sopravvivere nel deserto viene da loro. Dune è un film che chiede allo spettatore di fare la sua parte di interpretazione e deduzione (e meno male!). Su tutto regna un senso di mistero e tensione, per i sogni premonitori, per il messia e per questo arrivo sul pianeta Arrakis che è ottimo davvero, è il segreto di tanta grande fantascienza e passa dal design, dagli interni e dalla recitazione (per non dire da una grande colonna sonora).

Così quindi Dune si presenta a tutti, con una lunghissima introduzione, tutti i personaggi, tutti gli ambienti, tutta la premessa, per poi concentrarsi su Paul Atreides, tutto mito, non un protagonista con cui identificarsi ma un rampollo nobilissimo, addestrato, intelligente, estremamente dedicato e concentrato, silenzioso e pieno di pensieri. È raro che la fantascienza tenti questo, la scelta più frequente è di abbassare i toni e dare ai personaggi qualcosa che li renda vicini a noi, Paul Atreides non è vicino a noi. È qualcuno da guardare non qualcuno da essere. Ragion per cui risulta subito interessante e diverso dal solito e per la quale una scena semplice ha una grande potenza: la prima volta che lui tocca la sabbia del pianeta. Se n’è parlato così tanto che anche noi lo sentiamo come un incontro epico.

Con questo capitale di mito costruito Dune fa scatenare la sua azione (di grandissimo livello, chiarezza e ritmo), capovolgimenti, confronti, tradimenti e grandi trame di palazzo. Villeneuve ha tenuto gli snodi migliori dei romanzi, le trovate più intelligenti e influenti, ha creato un film che davvero asciuga con molta testa la sua ispirazione e ne fa un film lungo (quello sì) ma teso e affilato. Il suo Dune è una grande avventura vicina ai blockbuster di oggi ma che è fiera di avere un atteggiamento diverso, di grandissima sofisticazione visiva e ricercatezza, un film mainstream pensato con la dedizione e l’elevazione del cinema d’autore, che si interrompe ben prima di quello di Lynch del 1984. Finisce sul più bello, giustamente. È una grande epica, non si ferma ad un film, questa è davvero solo la prima parte di un percorso più grande. La prima parte della formazione di un leader silenzioso, perché Timothée Chalamet ha sicuramente meno battute degli altri ma proprio la sua economia di parole è una risorsa e gli consente di incarnare ancora di più il carisma. Ogni volta che parla sono macigni, ogni volta che è in silenzio ci si chiede quando parlerà.

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