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IL QUARTO DITO DI CLARA: scritto e diretto da Luca Archibugi. Con Pietro Naglieri (Professor Secondo Filetti) e Veronica Zucchi (Clara/Robert).

IL QUARTO DITO DI CLARA  scritto e diretto da Luca Archibugi. Con Pietro Naglieri (Professor Secondo Filetti) e Veronica Zucchi (Clara/Robert).

Di che cosa parla “Il quarto dito di Clara”?

Veronica Zucchi: Lo spettacolo, che ha debuttato al Maxxi, è ispirato alla vita e all’opera di Robert e Clara Schumann e al progressivo scivolamento del grande musicista – che alcuni ritengono “il più grande di tutti i tempi” – nella follia, a causa di disturbi nervosi provocati forse dalla sifilide, o dall’alcolismo, oppure da un grave disturbo bipolare, il tutto unito a una melanconia senza rimedio. Robert si fascia l’anulare della mano destra per un lungo periodo, nell’intento di rafforzarlo, ma il quarto dito rimane semiparalizzato. Non gli resta – come ripiego paradossale – che la composizione. Nel titolo il quarto dito è di Clara: l’autore e regista, infatti, crea un’identificazione e una sovrapposizione fra Robert e Clara Schumann. Sullo sfondo viene infatti proiettata l’immagine di Clara e Robert in dissolvenza fissa. La grande pianista Clara Wieck è la moglie di Robert Schumann. La loro unione viene pesantemente osteggiata da Johann Wieck, il padre di lei, sia a causa degli ingravescenti disturbi nervosi di lui, sia forse anche per invidia di un talento tanto prorompente. Robert era, infatti, suo allievo. Malgrado ciò, i due amanti si sposano, hanno otto figli e costituiscono un nucleo famigliare in cui regnano la musica e l’amore per la bellezza. Tengono insieme un diario, oggi tradotto e pubblicato con il titolo “Casa Schumann. Diari 1841-1844”.

Leggo dal testo che il personaggio che interpreta si chiama Clara/Robert.  Cioè, dà voce a entrambi?

Veronica Zucchi: Sì. L’unione di Robert e Clara era una sorta di unione mistica, sublimata. Il mio personaggio è quello di una anonima paziente psichiatrica che ritiene di essere Clara e Robert insieme: vive come ingabbiata in una sorta di amore cristallizzato ed esclusivo, che però non è solo una prigione, ma è soprattutto una salvezza, un’illusione salvifica. Ad un certo punto, lo psichiatra che l’ha in cura, Secondo  Filetti (anch’egli, infine, sprofonderà in questa illusione di bellezza eterna) dice: “Quel grande amore che lei si è addossata sfida il deperimento, la caducità, e lei, insieme, porta in sé i due amanti in salvo, liberati dal fardello di una vita troppo breve. Io non riesco a guardarla e a rimanere impassibile. Lei ha ragione, vorrei sprofondare anch’io in questa  illusione (…). E che tutti diventino Clara e Robert, l’amore, l’amicizia, il conforto”. Ecco, Luca Archibugi ha, da un lato, voluto restituire l’eccezionalità di questo amore; dall’altro, tutto il testo è almeno doppio, raddoppiato o, addirittura triplicato: Clara è anche Robert e l’anonima paziente;  lo psichiatra Secondo Filetti (interpretato da Pietro Naglieri) è anche – per Clara/Robert – Franz Richarz, lo psichiatra che ebbe in cura Robert Schumann nel manicomio di Endenich (o siamo ad Ariccia?), ma potrebbe anche essere “quello della stanza accanto” dell’ospedale psichiatrico che si ritiene Ludwig Van Beethoven. Lo stesso Robert firmava i suoi scritti con vari eteronimi: i più ricorrenti sono Eusebio, Florestano e Maestro Raro.

Il tema dell’infanzia – si ascoltano anche le “Kinderszenen”, le “Scene infantili” di Robert Schumann – è molto presente. Ad un certo punto dello spettacolo,  lei crea e fa volare un’aeroplanino di carta, poi gioca a nascondino con se stessa. Che rapporto c’è fra l’infanzia e Schumann?

Veronica Zucchi: Clara/Robert, all’inizio, dice: “In un certo senso sono stato (qui parla la sua voce maschile) sempre in ritardo. Il rapporto con l’infanzia è il ritardo. Potrebbe costituire un capitolo a sé della mia vita. Poiché l’infante smarrisce il senso del tempo, si perde nel tempo, non conosce il ritardo. E’ sprofondato nel ritardo.” E, più avanti: “Robert era sprofondato in un’eterna infanzia. Basti pensare alle “Scene infantili”. Nessuno si è mai sognato di considerarle un’opera per l’infanzia, Schumann compreso. Le “Scene infantili” sono una sorta di ripiegamento nell’infanzia, una ritirata. In esse agisce un eccesso di consapevolezza, altro che l’ingenuità tipica dei bambini. Nelle “Scene infantili” gli assenti sono proprio i bambini”. In molti commettono l’errore di ritenere l’incessante evocazione del passato (la paziente ricorda la sua infanzia, la sua adolescenza, le maestre di pianoforte, Bice Ziffer fra tutte, il pianoforte – un Bogs & Voigt  comprato dal nonno violinista nel 1937, il suo rapporto con la musica di Schumann) una debolezza infantile. Piuttosto, tale accusa superficiale ha il merito involontario di gettare l’amo per una considerazione: il ricordare stesso ha la struttura del gioco d’infanzia: i ricordi appaiono e scompaiono, si camuffano e si tolgono i costumi, si perdono e si ritrovano con nuovi dettagli. Ricordare è un po’ sognare.  Come non si può dire, esattamente, che cosa si è sognato, così non si può dire, precisamente, che cosa si ricorda. Ciò che narriamo di ciò che sogniamo e ricordiamo è una fabula, un’affabulazione. La paziente sembra dire: sono in ritardo rispetto alla mia fabula, perché il linguaggio mente, non è esaustivo, è lacunoso, tarlato. Robert Schumann aveva capito che sarebbe comunque stato sempre in ritardo. Ogni opera, in un certo senso,  è in ritardo.

Robert Schumann, ad un punto, tentò il suicidio, si gettò nel Reno. Trovò una guardia che gli voleva fare pagare il pedaggio per accedere al ponte sul fiume. Non avendo soldi con sé, dà al custode un fazzoletto. Nello spettacolo, quando ascoltiamo la “Fantasia in do maggiore op.17”, la scena del fazzoletto è davvero cruciale.

Veronica Zucchi: Sì. Nel 1854 Schumann esce di casa, in pantofole e vestaglia verde, dà alla guardia un fazzoletto per poter passare e si getta nel Reno. Viene salvato da alcuni barcaioli, che lo riportano a riva. Viene ricoverato nel manicomio di Endenich dove morirà, due anni dopo. La famiglia di Clara, inspiegabilmente, ha fatto sparire diversi fascicoli medici sul suo caso. Dopo aver consegnato il fazzoletto, il mio personaggio corre attorno al lettino, come cercando di salvare qualcosa, qualcuno (Robert stesso?) o come se diventasse improvvisamente consapevole della sua ferita. Piange e ride, prova un dolore inconsolabile. In quel momento, non sono né Clara, né Robert, né la paziente. E’ come se il personaggio e lo spettacolo, per un attimo, uscissero di scena: rimangono il dolore e il lettino vuoto.

Sono previste altre repliche?

Veronica Zucchi: Non è, al momento, sicuro. Stiamo lavorando per questo.

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