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Il remake di So cosa hai fatto è un horror quasi offensivo

Se si cita il titolo So cosa hai fatto, in pochi ricordano il romanzo di Lois Duncan che ha dato avvio alla saga (e a una trilogia letteraria comparsa negli Stati Uniti a partire dagli anni Settanta ma arrivata da noi solo vent’anni dopo), mentre tutti ricorderanno il film cult del 1997. Era un’altra epoca: l’anno precedente Scream aveva sbancato il botteghino rilanciando il genere slasher e lo stesso sceneggiatore, Kevin Williamson, era stato chiamato ad adattare – molto vagamente, c’è da dire – il romanzo di Duncan. Trama estremamente derivativa a parte, si fece affidamento soprattutto su un cast di famosissimi teen idol del calibro di Jennifer Love Hewitt, Sarah Michelle Gellar, Ryan Phillippe e Freddie Prinze Jr. La pellicola fu un successo straordinario, anche se a vederlo con gli occhi di oggi sembra davvero un’operazione piena di inciampi e ingenuità. Nulla, però, in confronto ai difetti del nuovo So cosa hai fatto, la serie remake disponibile dal 15 ottobre su Amazon Prime Video.

Il punto di partenza è sempre il medesimo: un gruppo di ragazzi e ragazze si ubriaca (e in questo caso, aggiornando giustamente i tempi, si droga) durante la festa per il diploma e poi si mette in macchina finendo per investire una persona; terrorizzato dalle conseguenze, il gruppo decide di occultare il cadavere e di lasciarsi tutto alle spalle, se non fosse che l’anno dopo un misterioso killer torna a perseguitarli, uccidendoli uno a uno cercando vendetta. Fin qui tutto lineare, si fa per dire, eppure l’adattamento seriale, che tenta la carta esotica trasferendosi nel punto più uggioso delle Hawaii, riesce a incasellare già in questa premessa una serie di elementi dissonanti e a dir poco inquietanti, se non disturbanti: c’è il rapporto travagliato fra due gemelle, Lennon e Alison (interpretate entrambe dalla protagonista Madison Iseman), c’è uno scambio di persona, c’è la messa in scena di un suicidio, ci sono genitori conniventi e tutta una sequela di scelte moralmente discutibili anche a voler guardare il tutto il più laicamente possibile.

C’è da dire che, volendo ridurre l’intera produzione al suo genere di appartenenza, molte soluzioni fanno il loro lavoro: ci sono scene di grande crudezza e i modi in cui i vari personaggi vengono fatti fuori non mancano di inventiva (non guarderete mai più le granite colorate con gli stessi occhi). Il problema è che la serie si sforza continuamente di essere qualcos’altro, dandosi una patina affatto convincente: tutti i teenager sembrano usciti da uno scarto di Euphoria, ma più che espressione di un reale disagio giovanile sembrano cliché ambulanti ossessionati dai social media e da una pretesa fluidità; il montaggio con svelamento progressivo a ritroso, echeggiando successi recenti come Big Little Lies, più che dare profondità alla narrazione la rende confusa e se possibile ancora più incoerente. Un altro elemento di possibile interesse viene dalle sottotrame che caratterizzano i genitori, anche loro presi da manie pseudo-adolescenziali (soprattutto se si tratta di scappatelle sessuali) e anche loro ammantati di segreti e misteri che però si perdono nell’ordito di mille fili da seguire.

I dialoghi sono forse l’aspetto in cui So cosa hai fatto raggiunge l’apice della sua assurdità, poiché i personaggi non fanno altro che parlarsi addosso passando con grande nonchalance da momenti di autocoscienza dolente e moralmente affranta (ma che somigliano più a un trip egotico pieno d’ansia) ad altri immediatamente successivi in cui si crucciano per amori mancati e piccoli screzi amicali. Fra tutti gli interpreti Iseman è colei che ha più ampio respiro e possibilità di giocare su registri diversi proprio per una svolta fondamentale nella storia che è però impossibile da accennare qui senza incorrere in spoiler che, onestamente, toglierebbero l’unico barlume di complessità a una serie che, in sostanza, mira a eliminare uno dopo l’altro questi adolescenti piatti e nevrotici, di fronte agli occhi di genitori altrettanto incapaci di leggere i problemi che nascono attorno a loro (anzi, a volte ne creano di peggiori a loro volta). Forse in questo senso So cosa hai fatto vorrebbe essere un grande e terribile affresco sociologico e generazionale, ma non riesce a essere compiutamente nemmeno quello.

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