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Kevin Can F**k Himself è un po’ come Breaking Bad al femminile

Con la fine delle vacanze estive si torna alla routine familiare. Quella di Allison, la tipica moglie delle sitcom, si prospetta tuttavia come qualcosa di diverso in Kevin Can F**k Himself, amena serie sperimentale da domani, 27 agosto, su Amazon Prime Video. La 35enne Allison McRoberts è la mogliettina mansueta, accomodante e servizievole di Kevin, il marito infantile, irresponsabile e pasticcione, archetipi di decine di situation comedy e cartoni americani. La coppia vive nella tipica casetta delle sitcom, circondata dai tipici vicini che si riuniscono nel tipico soggiorno – ripreso con la tipica regia in multicamera e la tipica piatta fotografia – allietando i telespettatori, istruiti su quali battute apprezzare da risate preregistrate. Kevin Can F**k Himself è la solita commedia americana, oppure il terrificante incubo di Allison, la quale conduce da quindici anni un’esistenza insulsa con un perdente. Dalla sua insoddisfazione scaturisce il desiderio represso di aver figli, non assecondato da Kevin perché “distoglierebbero le attenzioni dai suoi bisogni“.

Kevin Can F**k Himself squarcia il velo dell’ipocrisia della famigliola della piccola e media provincia americana (nello specifico, quella di Worcester nel Massachusetts) dove la mediocrità, l’indolenza e il maschilismo sono dipinti come simpatiche debolezze delle quelle ridere bonariamente. Il pingue e inetto patriarca dei McRoberts sfoggia lo stesso ciuffo patinato alla Grease che portava al liceo assieme a un’immaturità incommensurabile, un inamovibile egocentrismo (la festa per l’anniversario di matrimonio che celebra solamente lui), una sfacciata tendenza all’appropriazione indebita (i risparmi usati per pagarsi i vizi, il furto dei pacchi dei vicini), una spiccata propensione alla truffa (l’espediente dell’escape room truccata) e un imbarazzante distacco tra realtà e proprio valore oggettivo (la fondazione della rock band “karaoke”) culminanti in una riprovevole irresponsabilità (l’abbandono del cane).

La serie creata da Valerie Armstrong è una critica durissima che mostra come l’indulgenza della società verso i “Kevin mattacchioni” sottenda l’impoverimento morale di un popolo che ha perso la capacità di sognare non solo il sogno americano, ma qualsiasi miglioramento personale: il personaggio incarnato da Eric Petersen, il benvoluto everyman Made in Usa è in realtà un emblematico esemplare di white trash. Allison comincia improvvisamente a rendersene conto e la sua presa di coscienza assume i contorni di una malattia mentale: dapprima per sfuggire alla propria realtà si rifugia in una fantasia di mogliettina perfetta degli Anni ’50, poi passa ad immaginare una se stessa ribelle e aggressiva, meditando l’omicidio di Kevin.

Ciò che rende Kevin Can F**k Himself sperimentale è la giustapposizione dei generi, corredata da brusco cambiamento nello stile di regia, fotografia e registro: quando Allison interagisce con il marito, siamo immersi nella peculiare messa in scena che informa il genere della situation comedy; quando i due sono separati l’atmosfera diventa quella ominosa e opprimente del noir di provincia alla Fargo che trasforma la protagonista in una Walter White in gonnella. È proprio in una Breaking Bad al femminile con tanto di spalla criminale (la cinica Patty), spacciatori e sicari (lo sbandato concittadino Nick interpretato da Robin Lord Taylor di Gotham) che la serie si trasfigura quando esplora il lato oscuro di Allison. Se per le produzioni di altri paesi, per esempio le britanniche e le coreane, la polarizzazione “shakesperiana” del registro – da estremamente comico a estremamente tragico – è comune, per le americane non è così usuale.

Lo scollamento tra le due realtà rappresentato dalla collisione dei generi è l’aspetto più intrigante di Kevin Can F**k Himself ma anche il più straniante: è difficile digerire i cambi repentini e radicali e ancor più reggere i siparietti di Kevin e dei suoi amici ignoranti e dementi se già non si apprezzavano le sitcom prima. Altrettanto spinosa è la fruizione della parte “realistica”, soffocante e pessimista. La Armstrong riesce efficacemente a rendere gli acclamati show alla Pappa e ciccia indigesti anzi, ci riesce troppo. Piuttosto che abbandonare l’espediente stilistico man mano che la presa di coscienza di Allison prende forma, privilegiando la disamina della sua discesa infernale, Kevin Can F**k Himself  mantiene la struttura originale fino alla fine, calcando sull’aspetto satirico e costringendo lo spettatore a vivere la stessa insopportabile esistenza liminale della protagonista (interpretata da Annie Murphy, bravissima in “entrambi” i ruoli). Alla fine – complice un finale di stagione inesorabile e sardonico – ci si sente intrappolati, senza via d’uscita se non quella di premere il pulsante off del telecomando, abbandonando Allison al suo destino. Geniale e tragico.

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