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La battaglia contro i Comuni no 5G in Italia non è ancora finita

Protesta contro il 5G a Torino (foto di Marco Bertorello/Afp via Getty Images)
Protesta contro il 5G a Torino (foto di Marco Bertorello/Afp via Getty Images)

Per la causa Iliad versus Poggiomarino ci si rivede il 30 marzo 2022. Il Tribunale amministrativo regionale (Tar) della Campania ha aggiornato alla prossima primavera il ricorso che la compagnia telefonica francese ha mosso contro il Comune alle falde del Vesuvio a causa del divieto di installare antenne 5G. Un’ordinanza datata 30 luglio 2019, firmata dall’ex sindaco Leo Annunziata, segretario del Partito democratico campano e ritenuto fedelissimo del presidente della Regione Vincenzo De Luca, ha alzato le barricate contro la quinta generazione di comunicazioni mobili. Il 15 settembre il Tar ha sospeso gli atti anti-5G, comminato al municipio 500 euro di spese legali, ma per entrare nel vivo bisognerà attendere l’udienza tra sei mesi.

Quella contro i Comuni no 5G è una battaglia tutt’altro che conclusa. Sebbene il decreto Semplificazioni, varato a luglio del 2020, abbia tentato di tranciare di netto le ordinanze di stop dei sindaci che stavano spuntando come funghi, sulla scia di un’infondata correlazione tra 5G e Covid-19, resta un’eredità di oltre 400 divieti, censiti da Wired nel tempo. Due sono le strade: o il sindaco fa un passo indietro o si passa alle carte bollate. 

Risultato? Analizzando le cause incardinate ai Tar, a settembre 2021 sono 72 i Comuni citati per iniziative contro il 5G (nel caso di Genova, Quarto e Perugia a opera di comitati locali). È un dato in crescita rispetto all’ultimo censimento di aprile, quando il contatore era a quota 60, segno che la ghigliottina del decreto Semplificazioni da sola non ha troncato l’opposizione alle reti mobili di quinta generazione, inducendo i sindaci a ritirare i loro provvedimenti. Stando agli ultimi dati di Asstel, l’associazione di categorie del comparto telecomunicazioni, nell’ultimo mese solo un Comune ha fatto dietrofront: Spresiano, in provincia di Treviso.

I ricorsi contro lo stop al 5GLa mappa comprende sia i Comuni che sono stati chiamati in causa davanti al Tar dopo aver emanato ordinanze contro il 5G, sia tre città nelle quali alcuni comitati di cittadini hanno fatto causa a municipio e compagnie telef

Le conseguenze dello stop

In Veneto si colloca il maggior numero di Comuni citati al Tar. La regione, d’altronde, ha avuto anche la più alta concentrazione di ordinanze no 5G. Seguono Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. In generale, Asstel rileva calma piatta dalla parte della fronda contraria alle nuove reti mobili. Anche le proteste dei comitati si sono fermate. 

Resta, tuttavia, l’eredità di una stagione di rincorsa alla propaganda contro il 5G che nel giro di un anno, tra l’estate del 2019 e quella del 2020 e con un picco nei mesi del lockdown più duro, ha indotto centinaia di municipi a mettersi di traverso alle nuove antenne sulla base di un collage di tesi antiscientifiche e documenti ufficiali manipolati ad arte. Un’eredità che ora tocca sbrogliare in tribunale. Con cause rimandate a data da destinarsi, spese legali spesso a carico dei Comuni (quindi in ultima istanza dei cittadini) e cantieri bloccati.

La prima sezione del Tar di Lecce ha calendarizzato al 9 marzo 2022 l’udienza sul ricorso di Wind Tre contro lo stop del Comune di Aradeo. A Diamante, in provincia di Cosenza, ognuno dei 5.052 abitanti dovrà sborsare 1,7 euro per coprire gli 8.653 euro di spese legali che al Comune spetta rifondere a Wind e Telecom. Contro lo stop di Sellia Marina, vicino a Catanzaro, Wind ha addirittura promosso un ricorso urgente al presidente della Repubblica. Un’istanza ora finita sui banchi del Consiglio di Stato, che ha interpellato il ministero dello Sviluppo economico. A sua volta il dicastero dovrà spedire ai giudici amministrativi un incartamento necessario a dirimere definitivamente la questione, nonostante sia già stata emessa una sospensiva. E dire che l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Calabria (Arpacal) aveva acceso il semaforo verde all’installazione degli impianti nel 2020.

Proprio le Arpa sono chiamate dagli stessi Comuni a stabilire se il progetto di un’antenna rispetta i limiti di inquinamento elettromagnetico, quando una compagnia di telecomunicazioni fa richiesta per costruirne una. Dal 2019, come Wired ha dimostrato, oltre 5.000 domande per antenne 5G in tutta Italia hanno ottenuto il via libera dalle Arpa. E siccome alcune agenzie non ha risposto alle nostre richieste di accesso pubblico, il dato è per difetto.

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Europa in affanno

Il ritardo provocato dai ricorsi si somma a quello causato dalla pandemia. Sebbene l’Italia sia stato il primo paese in Europa ad assegnare tutte le frequenze per il 5G (alcune delle quali oggi occupate dalle televisioni), ha anche vincolato a luglio 2022 lo switch off delle emittenti dalla banda dei 700 megahertz, di fatto posticipando all’anno prossima la possibilità di attivare lo spettro più ambito dalle compagnie telefoniche. Questa frenata ha un costo: fino a 4,3 miliardi di euro persi, secondo i calcoli della società di consulenza Ernst & Young. In tutta Europa il 5G è in ritardo e le fake news, dati dell’associazione europea delle compagnie telefoniche Etno, hanno provocato 288 attacchi contro le antenne.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza scommette su 5G e reti a banda ultralarga 6,7 miliardi, ma serve anche che il terreno sia spianato. Ci vorranno mesi. Il 2 dicembre Wind Tre rivede in tribunale il Comune di Siracusa, il 16 Iliad affronta la cittadina siciliana di Leonforte. E con decine di ordinanze no 5G ancora al loro posto, benché invalidate, altri ricorsi sono dietro l’angolo.

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