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La Cina sta mettendo in difficoltà bitcoin e criptovalute

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Autorità centrali e locali rendono impossibile la vita a miner e utenti con continui divieti e restrizioni che hanno fatto scendere la capacità di calcolo della rete e la valutazione

foto: Pixabay

La Cina dà un altro giro di vite ai danni del bitcoin. Le autorità centrali e locali a cascata stanno rendendo sempre più inospitale l’ambiente per utenti e miner. Dal momento che il paese ospita circa il 65% circa delle attività di mining a livello globale, l’effetto si ripercuote sui termometri del settore. Scesa dai quasi 41mila dollari di una settimana fa, la valutazione di bitcoin ora veleggia intorno ai 31-32mila dollari mentre l’hash rate (un indicatore della potenza di elaborazione) della blockchain è sceso ai livelli di novembre (meno di 90 Exa hash al secondo). Eppure, appena il 13 maggio l’infrastruttura globale di calcolo aveva raggiunto il picco storico di sempre, pari a 171,4 Exa hash al secondo.

I miner stanno incontrando difficoltà in tutte le regioni cinesi, a prescindere dal fatto che le loro attività siano alimentate dal carbone, come nello Xinjiang e Mongolia interna, o dall’energia idroelettrica, come Yunnan e Sichuan. Proprio là, venerdì scorso le autorità hanno ordinato la chiusura di 26 attività di mining, chiedendo ai fornitori di energia elettrica di tagliare i collegamenti a tali impianti entro due giorni. Compagnie come Huobi Pool, Binance e Antpool hanno subito un calo di hashrate del 20-40% nel giro di 24 ore, secondo Global Times. L’organo di stampa in lingua inglese sostenuto dal partito comunista cinese asserisce la possibilità che il 90% del mining cinese verrà sospeso, “almeno nel breve periodo”.

Una delle prime province a chiudere le farm era stata la Mongolia interna, che fino a marzo valeva l’8% del mining globale. Gli Stati Uniti hanno il 7,2%, per fare un paragone. Il caso dello Sichuan dimostra ora che il disappunto delle autorità cinesi nei confronti del bitcoin non dipende solo dal consumo energetico o dall’inquinamento. L’ultima mossa è stata della Banca popolare cinese, che lunedì ha convocato i servizi di pagamento e i maggiori istituti di credito, come Alipay, la Banca cinese dell’industria e del commercio, la Banca dell’agricoltura. La “richiesta” è di non fornire più agli utenti alcun servizio connesso all’acquisto o speculazioni di criptovalute.

La Cina ha già vietato nel 2017 le initial coin offering, le offerte di denaro iniziale per lanciare nuove criptovalute, bloccando inoltre l’attività dei local exchange. Questo però non ha fermato le persone interessate ad acquistare criptovalute, che hanno iniziato a rivolgersi a operatori finanziari e quindi aggiungendo semplicemente un passaggio in più al procedimento. A maggio, Pechino ha ripreso l’iniziativa per soffocare la cripto, ritenuta pericolosa per la stabilità, l’ordine finanziario e la possibilità di transazioni oltreconfine con riciclaggio di denaro, vietando qualsiasi servizio di transazione in bitcoin. Ora, la nuova stretta rivolta direttamente agli istituti di credito e di pagamento.

Nondimeno, diversi account social influenti nel mondo delle cripto sono stati chiusi su Weibo, una piattaforma simile a Twitter. Attualmente, molti miner stanno meditando di lasciare il paese: le mete preferite potrebbero essere località dove l’energia costa poco come Texas o Florida, Asia centrale, Medio Oriente o Europa dell’est.

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