Eppure, bisogna dirlo, c’è della coerenza. Un filo evidente di coerenza che porta dritto a una visione del mondo. Ha provocato molta indignazione la ricostruzione difensiva contenuta nel video in cui Beppe Grillo protesta l’innocenza di suo figlio Ciro, accusato di «stupro di gruppo». In particolare, in due passaggi, che svelano un maschilismo arcaico, perfettamente patriarcale, abbastanza in contrasto con l’immagine di un leader politico digitale, ambientalista e tanto attento alla contemporaneità.

Anzitutto – andando peraltro nel verso contrario all’evoluzione giuridica del Codice rosso – Grillo asserisce che è «strano» la vittima abbia denunciato dopo otto giorni, come se la veridicità di uno stupro fosse legata alla sveltezza con cui viene rivelato alle autorità. E, secondo, afferma una idea di consensualità molto particolare: per lui si evince dal fatto che in un video della serata «c’è il gruppo che ride, che sono ragazzi di 19 anni, che si stanno divertendo», «perché sono quattro coglioni, non quattro stupratori».

Ecco, al netto degli aspetti giudiziari, che probabilmente non terranno conto del video di Grillo (o almeno: questo è ciò che deve sperare, perché la legale della vittima, Giulia Bongiorno, ha già dichiarato che lo porterà «come prova a carico») è utile collocare in quale universo simbolico e valoriale si inseriscano le parole del fondatore dei Cinque stelle. Rispetto al quale le apparenti bizzarrie del leader trovano il loro posto. Quale sia l’idea delle donne nel vertice del Movimento, si evince da alcuni esempi della storia sua e del partito.

I più ricorderanno anzitutto con quale argomento Grillo redarguì la consigliera di Bologna Federica Salsi, colpevole di essere andata in tv a Ballarò: era vittima del «punto G, quello che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk show». Apostrofata in quanto donna, per un (presunto) reato che peraltro si è poi esteso a tutti, trasversalmente al genere. È la tipologia del pubblico linciaggio, che ha avuto varie articolazioni. Famoso il post del 2014 del blog gestito dalla Casaleggio: «Cosa fareste da soli in auto con la Boldrini?», titolo a un video sull’allora presidente della Camera che scatenò i peggiori istinti e commenti della rete. Si scusò qualcuno, all’epoca? Boldrini si infuriò dicendo che era «istigazione alla violenza»; Claudio Messora, allora responsabile della comunicazione M5S, volle replicare: «Cara Laura, volevo tranquillizzarti. Anche se noi del blog fossimo tutti potenziali stupratori, tu non corri nessun rischio».

Politiche attaccate perché donne, donne trattate come oggetti sessuali, a tutti i costi: persino Rita Levi Montalcini non fu risparmiata, Grillo le diede della «vecchia puttana». Sessismo con automatismi che aprono la porta alla violenza e l’accolgono con pacche sulle spalle. Nel gennaio 2016, anche l’hashtag #boschidovesei, nell’ambito degli attacchi a Maria Elena Boschi relativi alla vicenda di Banca Etruria, fu lanciato in rete da Grillo con un tweet sessista: «#Boschidovesei in tangenziale con la Pina». Anche se si trattava di banche, conflitti di interesse, l’aggressione cadeva là: l’allusione era in tangenziale.

Resta nelle cronache, a novembre 2018, l’attacco modello Boldrini promosso sul blog del Movimento ai danni della deputata di Forza Italia Matilde Siracusano, rea di aver criticato in Aula il decreto anticorruzione e lodato Berlusconi: irriferibili i moltissimi commenti osceni di cui il blog consentì la pubblicazione, sotto il video rimontato del suo intervento alla Camera. Li ripostò lei stessa, per denunciare la violenza subìta.

Non possiamo del resto dimenticare, anche dentro al Movimento, quale trattamento fu riservato a Giulia Sarti, la parlamentare che è stata vittima del sessimo grillino più violento: sue foto private sono state in giro per anni, dopo un hackeraggio che, secondo alcuni del M5S era stato «inside job». Una vicenda angosciante, tra il revenge porn e il regolamento di conti interno. Un lavoro sporco, comunque mai chiarito.

Giusto a dire in quanta considerazione tenga il genere – lui che pure ha fondato un partito dove tante sono le donne, a partire dalle sindache Virginia Raggi e Chiara Appendino – fu Grillo stesso, in occasione della campagna elettorale per le Europee 2014, quando Renzi candidò cinque donne capilista, a parlare di «quattro veline» (circolava del resto anche un fotomontaggio ad hoc) la cui «scelta è una presa per il culo ma tinta di rosa». Per forza: sono donne.

Le «loro» donne, diverse dalle «nostre», come ebbe poi a chiarire in uno dei suoi spettacoli : «Ora lo psiconano vuole incontrarci: vorrà capire se nel Movimento c’è fica. Ma le nostre donne sono diverse dalle sue, forse non la danno nemmeno ai mariti». Battute, certo. E anche: un uso illuminante degli aggettivi possessivi. Una volta, durante il suo spettacolo, per spiegare qualcosa che si presentava come una contraddizione in termini, disse: «È come violentare una puttana: è lì per quello».