cronaca

La discriminazione, le stelle e tutto il resto. Storia di Adrian Fartade, divulgatore antirazzista

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Ha trascorso più di metà della sua vita in Toscana, ma per qualcuno non ha mai smesso di essere “il romeno”. E ora Fartade usa il suo vissuto per fare attivismo, anche con il suo esempio

(foto: Rosdiana Ciaravolo/Getty Images)

Adrian Fartade ha 34 anni ed è uno dei divulgatori scientifici più seguiti del web in lingua italiana, grazie a un canale YouTube da 350 mila iscritti che da quasi nove anni avvicina grandi e piccoli utenti di internet all’affascinante mondo della cosmologia. Ma Fartade è anche nato a Bacău – un’antica città nel cuore della Moldavia rumena – e questo sarebbe poco più che il dettaglio trascurabile di una brillante biografia, se non fosse che una persona immigrata non può permettersi il lusso di considerare le sue origini un semplice dettaglio. 

Ho vissuto diversi tipi di razzismo in diversi momenti della mia vita”, racconta Adrian Fartade a Wired Italia, “Quando ero molto giovane, alle superiori, il problema principale era quello di non essere chiamato per nome, essere chiamato romeno. O sentir parlare in modo offensivo dei romeni, cosa che nei primi anni Duemila accadeva con una certa frequenza”. Fartade è arrivato in Italia nel 2002, quando aveva appena quindici anni, e ciò significa che più di metà della sua vita l’ha trascorsa in Toscana, luogo in cui ha vissuto, studiato recitazione e conseguito una laurea in Storia e Filosofia. Eppure, per qualcuno non ha mai smesso di essere “il romeno

Di solito i professori riconducevano tutto al bullismo e dicevano che se fossi stato grasso o molto alto se la sarebbero presa con quello. Il consiglio che mi davano era di non dare peso a certe cose, di tenere duro”. Il problema con questo tipo di risposta, dice Fartade, è che non inquadra il fenomeno nella giusta prospettiva e lascia un ragazzino discriminato da solo con le sue paure e con il peso di sentirsi sbagliato per qualcosa su cui non ha potere. “La cosa che mi ha salvato è stata prenderla sul ridere, ma allo stesso tempo ero molto incazzato. Molto più con gli adulti che con i miei coetanei”, spiega Fartade, “Non avevo grandi aspettative sui ragazzi della mia età, ma quando vedi adulti che non prendono una posizione netta o non dicono niente su questi problemi, hai solo paura di non avere un punto di riferimento al mondo

Al suo secondo anno in Italia, Fartade era già stato eletto rappresentante d’istituto. Una piccola vittoria, certo, ma quantomai significativa per un adolescente in piena fase di ambientamento. “Avevo grandi idee su mille progetti da attuare, corsi di teatro ai quali dar vita. I ragazzi mi avevano dato fiducia, ma i loro genitori dicevano «perché un ragazzo straniero deve rappresentare una scuola di italiani?». Avevo solo 16 anni e questa cosa era un macigno che mi trascinava sul fondo. Ora di anni ne ho 34 e sono in grado di rispondere a tono, ma al tempo diventai tutto rosso, non riuscivo a capire e mi sentii in imbarazzo. Ero preparato a combattere contro il razzismo di ragazzi della mia età, ma non potevo nulla di fronte alla discriminazione di persone adulte”.

Poi si cresce, e con l’età cambia anche l’entità della discriminazione subita, che si fa più sottile e latente. “All’università mi chiedevano: «Da dove vieni?». Io dicevo di venire dalla provincia di Arezzo, ma non era quello che volevano sentirsi dire. Quando andavo in banca a ritirare la borsa di studio con altri ragazzi, l’impiegato dava del tu solo a me. Non ho mai preteso nulla e capivo che l’informalità era un modo gentile per non complicare la vita a uno straniero. Ma mi ero appena laureato con 110 e lode in Lettere e Filosofia, avevo dato esami su Hegel: ero perfettamente in grado di capire quanti soldi avessi sul conto”. Non c’era razzismo esplicito nelle loro azioni, se ne rende conto Fartade, “ma questo mi ricordava ogni volta che non sarei mai stato davvero italiano, non importa da quanto tempo vivessi effettivamente qui”. 

Però non tutte le domande sono neutre e in alcuni aspetti della vita, il fardello delle proprie origini torna a pesare più che in altri: “Ho scoperto molto presto che per me era più facile essere fermato dalla polizia per i controlli”, continua Fartade, “Mi è capitato spesso di essere macchina con amici e di incontrare un posto di blocco. Le forze dell’ordine chiedevano i documenti a tutti, ma quando toccava a me dovevo puntualmente scendere dall’auto per ulteriori controlli, compreso quello sul permesso di soggiorno. Mi domandavano cosa ci facessi in Italia e se avessi rubato qualcosa. Succedeva di continuo, solo a me e a nessun altro dei miei amici. Ancora oggi, in un anno vengo fermato in media sette volte: è spiacevole perché rimarca sempre il fatto che non sono di qui”.

Sentirsi straniero nel posto che hai imparato a chiamare casa è una sensazione che investe ogni singolo aspetto della vita di una persona e che in qualche modo ti rimane dentro per sempre. Fa male quando sei ragazzo, spiega Fartade, ma difficilmente migliora con l’età. Anzi. “Una delle cose che mi fa più male è vedere la paura dei miei genitori nei confronti delle autorità, perché in qualche modo si rompe quel legame di fiducia istituzionale che consiste nel chiedere aiuto a una persona quando sei in pericolo. Ricordo la vista dei miei genitori, che quando passavano i Carabinieri abbassavano lo sguardo e attraversavano dall’altra parte della strada. Non avevano fatto nulla di male, ma sapevano di essere nel torto a prescindere

Il problema, sostiene Fartade, non può essere percepito in tutta la sua complessità se non lo si affronta in un’ottica strutturale, spostando il fuoco dal singolo all’intera società che lo ha prodotto. “Mi rendo conto, d’altra parte, che a me basta stare zitto per passare inosservato. L’ho notato frequentando una mia amica nera: se io non parlo controllano sempre lei per prima. Io ho un privilegio in quanto bianco e ho un privilegio in quanto uomo, perché andando in giro per fare spettacoli ho visto come vengo trattato diversamente da uomo che parla di scienza, rispetto alle donne che parlano di scienza. Sono problemi sistematici e strutturali, che fanno parte del modo in cui è organizzata la nostra società”.

Fino a quando continueremo a trattare i casi di discriminazione come episodi isolati causati da poche mele marce, insomma, fare passi in avanti sarà impossibile. Tra il 1 gennaio 2008 e il 31 marzo 2020 i casi documentati di razzismo in Italia sono stati 7.426, attacchi perlopiù limitati alla violenza verbale, ma sfociati in molti casi in vere e proprie aggressioni fisiche. Vale a dire 7.426 singoli episodi isolati. E questa è solo la punta dell’iceberg, perché dietro i casi denunciati si cela un sottobosco si soprusi e sfruttamento difficilmente rilevabile, tanto più odioso perché colpisce una delle fasce più deboli della nostra società.

Le aggressioni fisiche fanno rumore, certo, a volte anche molto male. Ma ciò che fa davvero paura è la normalizzazione della discriminazione: “Volevo fare il classico, ma gli adulti dicevano sempre ai miei genitori di mandarmi all’Itis, essendo rumeno lì avrei imparato un mestiere”, ricorda Fartade, “E infatti andai all’Itis, una scuola con un’alta percentuale di migranti, relegati lì solo ed esclusivamente in quanto migranti. Io stesso non avevo idea che una persona immigrata potesse fare quello che io faccio adesso, perché non avevo alcun punto di riferimento che potesse mostrarmelo”.

Qui Fartade inizia ad elencare una serie di ruoli preclusi a chi non è nato in questo paese. Non preclusi preclusi, com’è ovvio, ma preclusi di fatto. Non esiste ad esempio un anchorman nero, né un’anchorwoman nera. Non esiste un presentatore venuto dall’est Europa, un allenatore di calcio nordafricano o un alto funzionario figlio di persone immigrate. “Io vado nelle scuole e faccio incontri con gli studenti”, spiega Fartade, “Quando vedo studenti immigrati, che per la prima volta vedono una persona immigrata dall’altra parte della cattedra, per loro è un’esperienza sconvolgente, non hanno mai visto una cosa del genere. Per me andare nelle scuole è importante per una questione di rappresentatività: voglio mostrare che un immigrato non è relagato a un certo tipo di ruolo, ma può diventare tutto ciò che desidera”.

Oggi Adrian Fartade è uno youtuber di successo, un divulgatore con all’attivo tre libri e numerose collaborazioni di prestigio, regolarmente chiamato nei teatri di mezza Italia per parlare di scienza ai più giovani. Ma su Twitter, per qualcuno, è ancora “il romeno”, l’immigrato che “deve prendere il barcone e tornare a casa sua” – “Chissà come ci arriva, poi, un barcone sui Carpazi”, ironizza lui. Fartade, che partendo dall’Itis ha reso la scienza pop – “ma non come Piero Angela”, precisa, “io volevo fare cose ribelli e meno istituzionali” – e che lungo il tragitto si è ritrovato a diventare un simbolo per tutti quei ragazzi che ancora oggi si sentono stranieri a casa loro. 

Potrei tranquillamente parlare solo di stelle e risparmiarmi tanti messaggi d’odio”, riflette ad alta voce Fartade, “ma là fuori, da qualche parte, ci sono persone che sono arrivate qui come immigrate e sono a scuola. Potrebbero essere il Tony Stark del futuro e non possono diventarlo perché non sanno che possono fare quel tipo di carriera. Non si avvicinano alla scienza perché non gli viene detto che possono farlo. Io voglio essere presente e ricordarglielo, sempre”. A guardare le stelle, qualche volta si perde la strada di casa, altre volte ci si ricorda semplicemente che casa è il luogo in cui si realizzano i sogni. 

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