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La guerriglia nei 5S ora tiene in ostaggio anche il ddl penale

Vince la politica: a voler essere ottimisti, si potrebbe leggere così lo slittamento a luglio (se tutto va bene) della riforma penale. Il rinvio della discussione in aula sul ddl delega, fissata al 28 giugno, è praticamente ufficiale. Due giorni fa il presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni ha scritto a Roberto Fico per chiedere la modifica del calendario. Ha spiegato la scelta anche con la necessità di convocare in audizione Giorgio Lattanzi, presidente del gruppo di esperti che ha consegnato (quasi un mese fa) a Marta Cartabia le proposte per gli emendamenti governativi.

È vero che l’incontro con Lattanzi ha trovato d’accordo tutti, dal Movimento 5 Stelle alle prime linee del fronte garantista, cioè Pierantonio Zanettin di FI ed Enrico Costa di Azione. Ma è difficile negare che il rallentamento del percorso riformatore sia anche di origine politica. Può spiegarsi con due ordini di motivi: le difficoltà dei pentastellati nel metabolizzare la riforma della prescrizione, che Cartabia certamente proporrà, e la prova delle Amministrative, che esaspera quegli affanni.

Tanto per essere chiari, non si tratta solo dell’agitazione del Movimento per l’inevitabile addio alla norma Bonafede: di mezzo c’è anche il rodaggio della leadership di Giuseppe Conte, che rischia di vedersi tarpate le ali da un clamoroso insuccesso, quale sarebbe considerata la modifica della prescrizione. Certo, parliamo di una débacle più percepita che reale: i grillini sono comunque minoranza, nella coalizione di governo, e non possono pretendere di imporre la linea sul processo penale. Sono però i militanti e, ancor di più, i molti parlamentari tentati dalla dissidenza, a vedere nel cedimento su quella norma il segno dell’apocalisse.È un quadro un po’ surreale, ma che complica il lavoro della guardasigilli. Cartabia ha le idee molto chiare, sa che le riforme possono prevedere tante variabili ma non prescindere dalla Costituzione. E già col celebre primo ordine del giorno stilato subito dopo la fiducia a Draghi, la ministra chiarì ai partiti che la norma Bonafede sulla prescrizione collide coi principi della presunzione d’innocenza (articolo 27) e del giusto processo (articolo 111). La relazione Lattanzi ha ribadito il concetto. E ha formulato tempestivamente (addirittura un mese fa) due possibili exit strategies sulla prescrizione. Una, assai urticante per i grillini, equivarrebbe al ripristino di quella legge Orlando spazzata via da Bonafede. L’altra, più tollerabile dal punto di vista del Movimento, è basata sulla cosiddetta “prescrizione processuale”.

Già il 25 maggio scorso, Lattanzi e Cartabia illustrarono le ipotesi ai partiti di maggioranza, 5 stelle inclusi. Se quasi un mese dopo ancora non c’è la traduzione di quelle ipotesi nei veri e propri emendamenti governativi, davvero è solo perché i partiti hanno bisogno di riparlarne con Lattanzi? La verità è che si deve fare i conti pure con un’oggettiva inagibilità politica. Perché? Facile dirlo. Intanto, Giuseppe Conte ha incontrato nelle scorse settimane la ministra. Ha ribadito le perplessità già espresse sulla prescrizione (e, in modo più sfumato, sul divieto d’appello per i pm) da altri big del Movimento: Alfonso Bonafede, Vittorio Ferraresi, Mario Perantoni. Come leader, l’ex premier ha problemi di natura “giuridico-formale” ancora non del tutto risolti. E gli ostacoli allontanano anche il redde rationem fra lo stesso Conte e i parlamentari 5 stelle sul delicato nodo del doppio mandato. Quest’ultimo aspetto è una bomba pronta a esplodere: diversi deputati e senatori, di fronte alla certezza di non poter essere ricandidati, sarebbero spinti verso l’area della dissidenza. Nell’attesa, i versamenti delle quote, necessarie a pagare Casaleggio, sono praticamente fermi. Ora, se in quadro simile, aggravato dall’ansia per le Amministrative, precipitasse anche l’addio alla prescrizione, Conte rischierebbe di restare inchiodato ai blocchi di partenza. La sua sfida da leader del Movimento 5 Stelle ne uscirebbe pietrificata. E non è che una simile crisi politica nel partito di maggioranza relativa sarebbe irrilevante per il governo. Potrebbe creare seri ostacoli al cammino delle altre riforme e soprattutto all’attuazione del Piano di ripresa. A saperlo non è solo Marta Cartabia, ma anche Mario Draghi.

Zanettin: «Riforma del Csm, Luciani è indebolito»

Oltretutto la “psicosi da ddl penale” è un problema per il calendario dell’intera riforma della Giustizia. Magari non per la legge delega sul processo civile, meno esposta alle rivendicazioni politiche, ma di sicuro per il ddl sul Csm. Se la relazione Lattanzi, da cui Cartabia dovrebbe ricavare gran parte dei propri emendamenti in materia penale, è piaciuta quasi a tutti, il pacchetto di proposte sull’ordinamento giudiziario elaborato dalla commissione Luciani ha entusiasmato meno la maggioranza. Ieri il capogruppo di Forza Italia nella commissione Giustizia di Montecitorio, il già citato Zanettin, ha annunciato una propria interrogazione alla guardasigilli «per conoscere il suo orientamento in merito alla permanenza del prof. Luciani in seno alla citata commissione ministeriale». Un articolo del Riformista ha riferito di un interessamento della corrente progressista “Area” per un’eventuale nomina di Luciani a vicepresidente del Csm, ipotesi che si sarebbe poi infranta sul niet di “Magistratura indipendente”. Luciani è un costituzionalista stimatissmo, ma è chiaro che la mossa di FI non sarà priva di effetti sulla tempistica della riforma. I problemi sono insomma disponibili in una vasta gamma di offerte. Ma quelli del M5s e di Conte restano più seri degli altri.

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