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La Nato va a caccia di startup militari contro Cina e Russia

Al via il programma Diana, per reclutare tecnologie avanzate per la difesa, e un fondo innovazione da 70 milioni di dollari all’anno. Nessuno stop preventivo ai robot killer

Militare controlla l'arrivo a Bruxelles del presidente americano Joe Biden per il summit Nato (foto Pool/ F.Andrieu/Agencepeps/Ipa)
Militare controlla l’arrivo a Bruxelles del presidente americano Joe Biden per il summit Nato (foto Pool/ F.Andrieu/Agencepeps/Ipa)

Come la dea della mitologia latina da cui prende il nome, anche la prossima missione della Nato, Diana, andrà a caccia. Di startup e tecnologie per la difesa, per l’esattezza. Non di sole relazioni diplomatiche vive l’Organizzazione del patto dell’Atlantico del nord, che lega Stati Uniti e 29 paesi europei, è la linea ai piani alti di Bruxelles dopo il viaggio del presidente americano Joe Biden nel vecchio continente per riallacciare i rapporti sfilacciati dal predecessore, Donald Trump. Se l’obiettivo è, come ha stabilito l’inquilino della Casa bianca, contenere le mire espansionistiche di Cina e Russia, occorre aggiornare la difesa degli alleati Nato a tecnologie in grado di tenere testa allo sviluppo del Dragone e alle incursioni cyber di gruppi legati al Cremlino.

A questo servirà Diana, programma battezzato proprio nell’ultimo consesso del patto atlantico. Sarà “un acceleratore di startup e imprese innovative”, in campi che vanno dall’intelligenza artificiale ai computer quantistici, spiega David van Weel, assistente segretario generale della Nato per le sfide emergenti della sicurezza in una presentazione alla stampa. Per dare carburante al piano, l’Organizzazione lancerà anche un fondo innovazione, con una dotazione di 70 milioni di dollari all’anno e un orizzonte iniziale di 15 anni.

Il prestigio perduto

L’obiettivo della Nato è di accendere i motori di Diana nel 2022, per rendere il programma e il fondo innovazione pienamente operativi nell’anno successivo. C’è un rapporto, presentato a marzo da un gruppo di 12 esperti arruolati dalla Nato stessa per prepararsi alle sfide tecnologiche del futuro, che sollecita gli alleati ad aggiornare le proprie difese. Tra i rischi del futuro, per esempio, il Financial Times cita il fatto che la Cina possa adoperare l’intelligenza artificiale per coordinare attacchi. Per questo il segretario generale dell’Organizzazione, Jens Stoltenberg, in un’intervista alla stessa testata ha sottolineato che “per decenni gli alleati Nato hanno dominato nel segmento della tecnologia. Ma questo non è più così ovvio”.

Un discorso che vale in particolare per l’Europa, surclassata dai campioni digitali di Stati Uniti e Cina. Non solo a livello di mercato civile, ma anche militare. Stando a un recente rapporto del centro studi statunitense Center for American progress, vicino alla Casa Bianca, “le forze europee non sono pronte per combattere con l’equipaggiamento che hanno”, come riferisce Politico. Motivo per cui la Nato vuole cambiare presto direzione, affiancando ai normali bandi di acquisto di tecnologie dalle multinazionali della difesa un piano ad hoc per esplorare nuove frontiere, finanziare startup e sostenere ricerche innovative.

Inversione a U

Diana avrà due uffici, in Europa e in Nord America”, racconta van Weel, e si avvarrà di una rete di centri già esistenti per sperimentare e validare i progetti di ricerca. La Nato vuole recuperare immediatamente terreno in settori critici per le forze armate quali intelligenza artificiale, big data e quantum computing. Successivamente l’attenzione si concentrerà anche su difesa spaziale, motori supersonici e bio-ingegneria per aumentare le capacità dell’essere umano. “Dobbiamo essere pronti a fare la giusta mossa al momento giusto”, dice van Weel.

Diana dovrà favorire lo scambio di innovazione e la collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico. Ma anche il fluire di fondi verso i progetti considerati più interessanti e sensibili. Per fare questo, la Nato creerà una sorta di “marketplace affidabile e sicuro per mettere insieme startup, scaleup e investitori privati e prevenire il trasferimento illecito di tecnologia militare”, spiega l’assistente segretario generale. Detto altrimenti, l’Organizzazione alzerà un perimetro di sicurezza intorno ai progetti di suo interesse. L’investimento, per esempio, non sarà aperto a tutti, ma solo a operatori accreditati, considerati sicuri e inseriti in una white list. In questo modo, “saranno bloccate le aziende legate a paesi che non sono nell’alleanza o che hanno un buon track record”, precisa van Weel. Sarà effettuato uno screening per impedire che governi come quelli di Russia e Cina possano mettere le mani dentro l’ecosistema di innovazione militare che l’alleanza intende coltivare.

La scelta delle startup

Delle startup il programma Diana vuole replicare anche l’approccio più agile. Nato e nazioni esprimeranno la governance, indicheranno le direttive di investimento e piazzeranno le fiches. Almeno 70 milioni di dollari all’anno per 15 anni per il solo fondo innovazione, a cui si potranno aggiungere altre risorse. La selezione delle startup, l’accelerazione e il finanziamento saranno invece in mano a operatori di mercato con un solido curriculum alle spalle. Van Weel pensa a soggetti come Inqtel, che ha 500 investimenti in corso e sostiene i governi, a cominciare da Washington, nello sviluppo tecnologico.

Questo modello più agile deve premiare anche in velocità, nella scelta dei progetti e nell’allocazione delle risorse. Non è ancora chiaro come le startup si potranno candidare, ma la Nato è pronta sin d’ora a raccogliere adesioni.

Dilemmi etici

Diana dovrà fissare anche standard di prodotto e direttive etiche su cui gli alleati concordano. Un metodo per provare a comporre le divisioni sul 5G made in China, vietato negli Stati Uniti ma ammesso sotto esame nell’Unione europea. Tuttavia al momento l’alleanza sembra volersi tenere fuori dagli argomenti più scottanti. Come i robot killer, alias i sistemi d’arma autonomi. Proprio in questi giorni ha fatto discutere un rapporto indipendente delle Nazioni Unite sulla Libia, da cui emergono attacchi da parte di droni contro le truppe del generale Haftar senza un comando umano. Proprio il grado di autonomia di queste macchine è un aspetto controverso e discusso, come ricorda Luca Sambucci, esperto di intelligenza artificiale, nella sua newsletter.

Ed è anche la linea della Nato, almeno stando alle risposte di van Weel a Wired. “Fisseremo dei principi di uso responsabile della tecnologia, ma non vincolanti e senza nessun divieto preventivo”, spiega l’esperto: “Dietro la definizione di robot killer ci sono molte tecnologie diverse, che vogliamo studiare per avere un’intelligenza artificiale che possa essere spiegata”. Prima di stabilire se imporre un blocco o meno, la Nato vuole consentire a startup e centri di ricerca di esaminare tutte le tecnologie e valutare le possibili ripercussioni.

Alleanza sotto stress

Certo questo sarà uno degli aspetti più divisivi dentro l’alleanza. Da un lato, l’Europarlamento a fine gennaio ha votato a favore di un divieto dei sistemi d’arma autonomi. “La decisione di selezionare un bersaglio e di effettuare un’azione legale usando un sistema di arma autonoma deve essere sempre fatta da un essere umano, che esercita un pieno controllo e giudizio”, è la posizione dell’emiciclo comunitario, che spinge perché la Commissione faccia riconoscere questo standard anche dalle Nazioni Unite. Negli stessi giorni, tuttavia, come riporta Reuters, un comitato di esperti, guidato dall’ex amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ha suggerito al Congresso degli Stati Uniti di non proibire le armi attivate dall’intelligenza artificiale, perché farebbero meno errori di un essere umano.

In generale, secondo la campagna internazionale per lo stop ai robot killer, sono 30 i Paesi e 140 le associazioni non governative che si oppongono a queste tecnologie. Anche il comitato etico del ricco Fondo pensione globale del governo norvegese, che reinveste le royalties dell’estrazione del petrolio, ha suggerito di considerare un divieto delle armi autonome. Una divergenza di vedute che mette sotto stress un’alleanza già preoccupata dal crescente protagonismo a Oriente.

Come scrive il Mercator institute for China studies, osservatorio tedesco sulla Cina, in un rapporto sui cent’anni dalla fondazione del Partito comunista cinese, il primo luglio 1921, “la sicurezza nazionale sarà il paradigma dominante delle relazioni internazionali della Cina. Con la prospettiva del “prima la sicurezza” di Xi (Jinping, presidente cinese, ndr) che permea le istituzioni e le interazioni con la Cina, le controparti internazionali potrebbe essere sorpresa dell’aumentata intransigenza negli scambi e nella cooperazione”. A cominciare proprio dalla tecnologia, l’arma principale del Partito comunista cinese del terzo millennio, riconosce Merics. Diana dovrà correre più veloce del Dragone.

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