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La presa del potere dei talebani in Afghanistan avrà anche conseguenze ambientali

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(foto: Ej Wolfson/Unsplash)

Di fronte all’avanzata dei talebani, alla fuga disordinata da Kabul del personale diplomatico e al dramma umano che si sta consumando negli ultimi giorni investendo la popolazione afghana, il pensiero non va certo immediatamente all’ambiente, alla sostenibilità e alla tutela delle specie vegetali e animali del paese. Eppure anche da questo punto di vista il brusco cambio al potere a cui stiamo assistendo potrebbe avere effetti importanti, e non in positivo.

La doverosa premessa è che nemmeno durante il governo precedente, guidato dal presidente Ashraf Ghani Ahmadzai, la situazione era rosea, ma negli ultimi quindici anni c’era comunque stato un graduale aumento dell’attenzione verso le questioni ambientali. Un trend lento ma positivo, costruito sulla base di premesse – come la collaborazione internazionale a livello progettuale e accademico, la stabilità politica, la diffusione della cultura, l’assenza di conflitti civili – che al momento sembrano essere venute rapidamente meno. Tanto che, almeno stando a quanto diversi report tecnico-scientifici redatti negli ultimi anni hanno concluso, ora il cammino verso la valorizzazione della biodiversità e il rispetto della natura appare decisamente in salita.

Mini-storia della scienza ambientale afghana

L’ultimo periodo di fiorente ricerca in materia di biodiversità in Afghanistan risale a quasi mezzo secolo fa, nei primi anni Settanta del Novecento, appena prima che iniziasse un lunghissimo (e di fatto mai davvero concluso) periodo di instabilità politica e conflittualità interna. Anche se allora dal punto di vista scientifico si era al passo con i tempi, negli ultimi decenni come noto le tecniche di analisi e studio e anche l’attenzione collettiva al tema hanno fatto enormi passi avanti in tutto il mondo, mentre l’Afghanistan è rimasto sempre più indietro.

Pure nei primi anni Duemila, con la guerra, la situazione è andata peggiorando, tanto che fino al 2008 nel paese non esisteva nemmeno un parco nazionale. Un passo significativo è stato l’istituzione nel 2005 della National Environment Protection Agency (Nepa), con l’arrivo nel 2007 di una legge a tutela dell’ambiente. E nel 2008, quasi contemporaneamente all’istituzione del primo parco nazionale, venne pubblicato anche un primo report approfondito del profilo di biodiversità nel paese, con la collaborazione dell’Onu e la stesura nero su bianco di una lista delle specie a rischio (2009) e di una serie di strategie post-conflitto.

Tra queste, come documenta anche una lettera recentemente pubblicata sulla rivista scientifica Science, l’istituzione di un numero sempre più grande di aree protette, la cooperazione con università e organizzazioni internazionali, la formazione e la sensibilizzazione della popolazione locale, la creazione o l’ammodernamento di musei di storia naturale, l’identificazione di nuove specie e la catalogazione di tutte quelle presenti nel paese, con particolare attenzione a piante e animali a rischio di estinzione. A oggi, le aree protette o in fase di valutazione nel paese sono arrivate a essere decine.

Oltre la ricerca scientifica

Non è un caso che molti dei conflitti mondiali degli ultimi settant’anni abbiano avuto luogo in aree considerate hotspot globali per la biodiversità e – anche se formalmente l’Afghanistan non rientra ancora tra queste – non c’è dubbio che le montagne afghane siano ricche di diversità e di vita. Anzi, probabilmente c’è proprio l’insufficiente quantità di studi portati a termine sul territorio alla base di questo mancato riconoscimento, dato che per caratteristiche morfologiche, climatiche e paesaggistiche il paese potrebbe essere tra le più preziose riserve di vita di tutto il pianeta. Grazie all’enorme varietà di habitat, infatti, l’Afghanistan è ritenuto uno dei punti d’origine di tutta la biodiversità asiatica, anello fondamentale per comprendere la storia dell’evoluzione della vita sulla Terra.

Al di là delle mancate azioni strettamente scientifiche e di ricerca in favore della tutela della biodiversità, la presenza di un conflitto è di per sé un motivo di depauperamento delle risorse naturali. La povertà diffusa, la ricerca spasmodica di cibo e l’impossibilità di fare progetti di medio-lungo termine sono infatti alla base di fenomeni come il disboscamento e la caccia illegale o del tutto non regolamentata, per non parlare di un’agricoltura che punta a ottenere il massimo in breve tempo a prescindere da ciò che lascia dietro di sé. La mancanza di competenze agrarie, la scarsità di attrezzi e mezzi e la scarsa consapevolezza di quanto sia vitale risparmiare le riserve di biodiversità sono stati indicati anche dalle stesse università afghane come le ragioni di fondo di un disastro ecologico che prosegue da decenni, solo in parte ridotto nel corso degli anni Dieci.

Fermare la progressiva perdita di biodiversità e la creazione di un modello agricolo sostenibile sono ritenute due priorità imprescindibili affinché l’Afghanistan possa raggiungere l’autosufficienza alimentare. A oggi circa 4 afghani su 5 vivono di agricoltura, nella maggior parte dei casi coltivando appezzamenti minuscoli di meno di un ettaro di estensione. E ai raccolti tutt’altro che abbondanti si uniscono i problemi di sicurezza alimentare, dovuti a cattiva conservazione e a mancanza di infrastrutture.

Quel che si sa della biodiversità afghana

Come anticipato, uno dei principali problemi nella tutela della biodiversità nel paese è che non sappiamo nemmeno quantificare il numero di specie presenti. Secondo lo United Nations Environmental Programme (Unep), al 2008 risultavano catalogati circa 150 mammiferi, 500 specie di uccelli, un centinaio di rettili, oltre un centinaio di pesci e più di 200 specie di farfalle. Tuttavia, questo numero è sostanzialmente invariato dal 1978, e si ritiene che la catalogazione sia inaccurata oltre che parziale. Tra le specie più note ci sono comunque il leopardo delle nevi (Uncia uncia) e la pecora di Marco Polo (Ovis ammon polii), che sono tra le più minacciate poiché oggetto di caccia e bracconaggio, oltre alla salamandra delle montagne (Paradactylodon mustersi) messa a rischio dall’invasione umana di tutti gli ecosistemi. Sul fronte dei vegetali, invece, a rischio sono anzitutto i boschi di pistacchio e di ginepro, già decimati tra disboscamenti e aumento della desertificazione.

Molte delle montagne e delle foreste afghane restano però di fatto inesplorate da parte della comunità scientifica, tanto che si ritiene che tutti i numeri siano delle nette sottostime.

Prospettive talebane

Anche se gli odierni talebani sono i figli e i nipoti di quelli al potere negli anni Novanta del secolo scorso, la tradizione ambientalista del regime di estremisti islamici non è delle migliori. Finché sono stati alla guida del paese, infatti, all’accentramento giurisdizionale e militare non era mai corrisposto un controllo delle attività agricole, di allevamento e di caccia, tanto da far venire meno ogni regola e permettere la caccia sfrenata ai grandi mammiferi e uccelli (fino all’eliminazione completa delle specie), l’abbattimento delle foreste per ricavarne terreni agricoli e persino l’uso delle armi da fuoco militari per le battute di caccia.

In senso più ampio, poi, la chiusura verso l’Occidente e in generale verso tutti gli altri paesi del mondo, l’opposizione alle forme di condivisione e collaborazione che stanno alla base della ricerca scientifica, la probabile scarsa propensione a stimolare iniziative culturali in ambito scientifico e la tradizionale disattenzione talebana ai temi ambientali, lasciano intendere che quella “ricerca della biodiversità in un Afghanistan che cambia” citata da Science alla fine dello scorso giugno sia destinata a restare poco più che un miraggio.

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