cronaca

La scarcerazione di Brusca è un boccone amaro ma necessario per la lotta alla mafia

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Giovanni Falcone, tra quanti auspicavano una legge che concedesse benefici ai pentiti, sarebbe in disaccordo con la liberazione del “killer della mafia”?

Mentre si festeggia l’anniversario della Repubblica italiana, se si guarda alla storia di questa Repubblica è difficile trovare persone più orribili di Giovanni Brusca. Membro di spicco di Cosa Nostra, ha compiuto un numero di omicidi alla fine del secolo scorso talmente alto che nemmeno lui se li ricorda, qualcosa come 100 o 200. Dentro ci sono bambini, donne gravide, giudici come Giovanni Falcone, pentiti di mafia e via così, in una scia di sangue che sarebbe dovuta bastare a tenerlo chiuso in cella per il resto dei suoi giorni, dopo l’arresto nel 1996. Brusca invece è stato liberato nelle scorse ore grazie alla sua collaborazione con la giustizia, qualcosa che di primo acchito potrebbe farci gridare allo scandalo ma che in fin dei conti è, paradossalmente, la migliore delle notizie per la lotta alla mafia. Ammetterlo è difficile, riconoscerlo è fondamentale.



Giovanni Brusca ha iniziato a collaborare subito dopo la sua incarcerazione alla fine degli anni Novanta. Col tempo ha raccontato nel dettaglio i crimini in cui lui e gli uomini vicini a lui sono stati coinvolti, ha fatto rivelazioni molto importanti che hanno permesso agli inquirenti di vivere e conoscere Cosa Nostra dall’interno, ha contribuito all’arresto di figure criminali di spicco prima che potessero far scorrere altro sangue, ha acceso i riflettori sulla trattativa stato-mafia. Giovanni Brusca, una delle persone più orribili della storia repubblicana, ha dato insomma una mano importante nella lotta dello Stato italiano a quel cancro mafioso di cui lui stesso era uno dei protagonisti. E collaborare non è scontato perché nel codice della criminalità organizzata è la cosa peggiore che si possa fare: lo sa bene lui stesso, dal momento che quando ha sciolto nell’acido il 12enne Giuseppe Di Matteo era proprio per uno spirito di vendetta contro il padre Santino, che aveva cominciato a “parlare” dopo l’arresto. 

Se Giovanni Brusca si è aperto così tanto, se è diventato una pedina fondamentale nella lotta alla mafia, è grazie ai benefici che lo Stato italiano gli ha messo a disposizione nel caso in cui avesse iniziato a collaborare. Avere nomi, trame e verità varie senza dare nulla in cambio è difficile, serviva offrire uno sconto di pena ai condannati così che potessero effettivamente pentirsi. Brusca lo ha fatto e questo non ha significato risparmiarlo della pena, visto che ha comunque passato in cella 25 anni, un terzo della vita media di un uomo. Eppure lo spirito di vendetta, l’indignazione per un fine pena mai che non si è concretizzato, l’idea che un personaggio tanto orribile possa essere tornare a riassaporare la libertà dopo tutto quello che ha fatto, ha prevalso nel discorso politico e popolare. La condanna bipartisan alla scarcerazione ha riempito pagine social e giornali e c’è chi come il leader leghista Matteo Salvini ha soffiato sul fuoco chiedendo che si cambi subito la legge.

Il capitano, quello che ogni volta che tocca il suolo siciliano tira fuori maglietta e mascherina griffati Giovanni Falcone, dimentica che se c’è qualcuno che più di tutti si era speso per una legge che concedesse benefici ai pentiti, quello era proprio il magistrato ucciso nella strage di Capaci, come ha ricordato in queste ore la sorella. La mafia è una creatura talmente grande e complessa che niente più di un mafioso è utile per combatterla dall’interno: ogni arresto di un boss o di un affiliato di Cosa Nostra è allora una potenziale doppia buona notizia, per l’arresto in sé certo ma anche perché può essere l’inizio di una collaborazione preziosa che tendenzialmente ci sarà solo se si offrirà qualcosa in cambio, dal momento che di fronte alla prospettiva di un ergastolo non vale la pena parlare e mettere a rischio il proprio network socio-relazionale rimasto fuori dal carcere. Lo stesso Brusca d’altronde è stato arrestato grazie alle rivelazioni di un altro pentito, Tommaso Buscetta, a testimonianza di come la ragnatela di collaborazioni sia il miglior strumento possibile per combattere la criminalità organizzata.

Le scarcerazioni sono allora un boccone molto amaro da digerire ma necessario, perché per quanto appaiono un’ingiustizia sono la massima espressione del fare giustizia – oltre che di uno stato forte che sa andare oltre al populismo penale, qualcosa che andrebbe lasciato ai bar. Se c’è una legge da cambiare, semmai, è quella sull’ergastolo ostativo, ritenuta illegittima dalla Corte costituzionale e che non ammette sconti di pena anche in caso di collaborazione. Quella legge, oltre a non rispettare il senso della riabilitazione del condannato e del suo reinserimento in società dal momento che un reinserimento in società non è previsto, sta costituendo un ostacolo all’emersione di altri Brusca che con i loro racconti possano azzoppare i clan di Cosa Nostra e delle altre organizzazioni della criminalità organizzata italiana. Finché non ci si renderà conto appieno del ruolo fondamentale dei pentiti nella lotta alla mafia, quest’ultima continuerà a dormire sonni tranquilli.

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