La Spagna: testa la tenuta del governo dopo la pandemia

 

Poi è arrivato il coronavirus e ha sconvolto tutto, anche in Spagna. Tutto cominciò l’8 marzo, festa della donna. In quel giorno, mentre in Italia la ricorrenza passò del tutto inosservata in quanto i bollettini della Protezione Civile segnalavano già più di 8mila contagiati e 810 morti, in 26 città spagnole si sono svolte grandi manifestazioni femministe. A Madrid una marea viola di 120 mila persone ha riempito la Plaza de Cibeles e le avenidas adiacenti per rivendicare uguaglianza effettiva fra uomo e donna, denunciare la violenza machista e reclamare una legge per la libertà sessuale. In quella manifestazione era presente una folta delegazione di ministre socialiste e un’altra di Unidas Podemos[1] che declinavano slogan di diverso tenore politico. Ancora nessuno a Madrid aveva capito la tragedia che si stava abbattendo sull’Europa e sul mondo, nonostante l’epidemia stesse dilagando non solo in Cina, ma nella vicina Italia, dove il 21 febbraio era esploso il primo focolaio a Codogno, subito isolato come “zona rossa”; e – il 5 marzo – sono state chiuse le scuole di ogni ordine e grado. Il primo decreto di blocco delle attività commerciali, restrizioni alla mobilità personale e distanziamento sociale (lockdown) è scattato in Italia il 10 marzo. E il 21 marzo il decreto che chiude tutte le attività non strategiche e inasprisce le restrizioni personali.

In Spagna, il governo Sánchez – nonostante avesse ben presente la situazione dell’Italia – tergiversava, sottovalutando i segnali che si erano manifestati di un virus non solo importato ma anche autoctono e che cominciava a correre e creare due focolai autonomi a Madrid e in Catalogna. Il governo si è trovato ben presto costretto a fare i conti con la realtà e sabato 14 marzo il Consiglio dei ministri ha decretato “lo stato di allarme” per 15 giorni (poi prorogato per altre 3 volte), che ha sancito la chiusura di attività produttive non essenziali, bar, ristoranti, attività commerciali e ha limitato la circolazione delle persone a partire dal 16 marzo. La Spagna si è mossa una settimana dopo l’Italia, seguendone il tracciato. In quel momento, i contagiati erano 6mila e i deceduti 152, cifre ancora molto inferiori a quelle dell’Italia, ma destinate a impennarsi rapidamente in una curva con crescita esponenziale simile o addirittura maggiore a quella italiana. Tanto che in 10 giorni (24 marzo) i dati sono decuplicati e si registrarono 47.610 contagiati e 3.434 deceduti.

La rapidità e la virulenza dell’epidemia – di cui Madrid è l’epicentro – ha trovato il paese impreparato come l’Italia: mancava il materiale di protezione individuale per medici e personale sanitario; mancavano i respiratori e le altre attrezzature per le unità di terapia intensiva che sono limitate e devono essere rapidamente moltiplicate per far fronte all’affluenza di malati con problemi respiratori gravi; mancavano i test e i reagenti per i tamponi, ecc. E gli acquisti sul mercato internazionale sono stati difficili per la concorrenza spietata fra i paesi che hanno avuto bisogno urgente delle stesse attrezzature. L’insieme di queste carenze ha provocato il collasso degli ospedali a Madrid, nelle zone più colpite e nelle residenze per anziani (ce ne sono 5.500 in Spagna e ospitano 277mila persone), prive di qualsiasi protezione sanitaria e dove il virus ha decimato, come in Italia, una parte dei residenti.

Il 30 marzo il primo ministro Pedro Sánchez ha chiuso tutte le attività non essenziali e ha mandato i dipendenti a casa o in smart working con permesso retribuito fino a Pasqua. La curva del contagio è continuata a salire in modo esponenziale fino a metà aprile. Da lì in poi la curva si è stabilizzata sia in Italia che in Spagna con una lenta tendenza a decrescere sia per quanto riguarda il numero dei contagi, dei deceduti e dei ricoveri in terapia intensiva. L’indice riproduttivo, ovvero il numero di contagiati per ogni infettato, che nella fase acuta era superiore a 3, è sceso in entrambi i paesi a 0,8, mentre l’indice di letalità (per milione di abitanti) in Italia è del 13,5% contro il 10,3% della Spagna. Italia e Spagna si collocano al secondo e al terzo posto nel mondo per numero di deceduti (superando di molto la Cina) e ai primi posti per il numero di contagiati.

Le conseguenze sul piano politico per ora tengono. Il governo Sánchez ha retto nei primi quattro mesi di navigazione. Anzi, la coalizione con Podemos si è ricompattata, affrontando unita una prova senza precedenti. Lo testimonia il fatto che la fiducia al governo Sánchez ad aprile 2020 è stata del 46,5% (secondo il CIS), mentre l’ 87,8% del campione ha dichiarato che nelle circostanze attuali anche se non si è d’accordo occorre appoggiare il governo.

L’opposizione rimprovera al governo i ritardi, la parzialità delle misure, gli errori, soprattutto quello di aver autorizzato le manifestazioni femministe dell’8 marzo, ma è stata costretta a piegarsi a una collaborazione forzosa durata poco più di un mese, durante il quale – pur fra mille critiche – il Partito Popolare di Pablo Casado ha approvato per tre volte la proroga dello stato di allarme e i decreti economici. Poi Casado ha ripreso a martellare il governo, accusando Sánchez di totale incapacità nella gestione della crisi sanitaria e “di voler tenere gli spagnoli ostaggio di una politica che non decide”. In vista del rinnovo della quarta proroga dello “stato di allarme”, Casado ha minacciato di votare contro, avvicinandosi sempre di più al partito neo-fascista Vox. Invece, la nuova leader di Ciudadanos, Inés Arrimadas, si è smarcata dalla destra e ha votato i decreti governativi, offrendo una leale collaborazione. Nel cruciale voto del 6 maggio, la quarta proroga dello “stato di allarme” è stata approvata con 178 voti a favore, 75 contro e 97 astensioni. Contro hanno votato Vox, i nazionalisti catalani di ERC, JuntxCat (il partito di Carles Puigdemont, che governa la Catalogna). A favore, oltre al partito socialista e Podemos, si sono aggiunti Ciudadanos e il Partito nazionalista basco (PNV), dando così una nuova fisionomia alla maggioranza. Un cambiamento di linea che prelude per Ciuadadanos a un recupero di consensi e a riappropriarsi dello spazio di centro, lasciato sguarnito dai popolari di Casado. Durante la pandemia, gli indipendentisti catalani non hanno smesso di addebitare tutte le responsabilità della propagazione del virus agli errori e ritardi del governo di Madrid. La portavoce della Generalitat, Maritxell Budò, ha dichiarato che se la Catalogna fosse stata indipendente non avrebbe avuto il numero spropositato di contagiati e morti (la Catalogna è stata il secondo focolaio, dopo Madrid, con 50.877 casi positivi e 5.137 deceduti), perché loro avrebbero agito in tempo e con maggiore determinazione.

Ora la crisi si è spostata dal piano sanitario a quello economico e sociale. La Spagna ha chiuso il 2019 con una crescita del 2% e il governo prevedeva una leggera decelerazione all’1,5% per l’anno in corso. Il contagio globale e la virulenza con cui si è manifestato in Spagna hanno bruciato queste previsioni. Gli esperti prevedono che l’economia spagnola entrerà in recessione nel secondo trimestre con una caduta secca del -10% che potrà durare anche nei trimestri successivi. Il governo prevede, nel Piano di stabilità che ha inviato a Bruxelles, che il PIL cadrà del 9,2% nel 2020, mentre le entrate tributarie si contrarranno di 25,7 miliardi di euro. Il rapporto deficit/PIL sfonderà la soglia del 10,3% (come nel 2012), e il rapporto debito/PIL passerà dal 97% al 115%. Il Fondo Monetario Internazionale sembra più ottimista e stima una caduta del PIL di Madrid dell’8% nel 2020 (ma con un rimbalzo del 4,8% nel 2021), con effetti a cascata sul mercato del lavoro che riporterebbe la disoccupazione al 20,8% (nel solo mese di marzo sono stati persi 302mila posti di lavoro).

Di fronte alla catastrofe economica e sociale che si profila, Sánchez ha proposto il 6 aprile a tutte le forze politiche e ai presidenti delle Comunità autonome uno sforzo congiunto per la ricostruzione attraverso un “nuovo Patto della Moncloa”. Sánchez si è richiamato all’antecedente dell’ottobre 1977, quando l’allora primo ministro Adolfo Suárez, in un momento critico della transizione, convinse partiti e forze sociali a firmare accordi per superare una acuta crisi economica e scrivere insieme la Costituzione. Ed è proprio al ”metodo del consenso” che si è richiamato Sánchez per convincere tutte le forze politiche a uno sforzo di condivisione. Per ora con scarsi risultati. Altri tempi, altri uomini, un altro clima, oggi non propenso al dialogo. Vox ha optato per rompere qualsiasi rapporto con il governo e il suo leader, Santiago Abascal, si è rifiutato di parlare con il premier. Pablo Casado ha definito l’offerta di Sánchez “una trappola” e ha aggiunto che qualsiasi accordo si deve raggiungere in Parlamento, anche se alla fine ha accettato di interloquire con Sánchez, ponendo una serie di condizioni ritenute “inaccettabili. Solo la leader di Ciudadanos Arrimadas si è espressa subito a favore e ha incitato Sánchez ad andare avanti. Secondo un sondaggio di Metroscopia, il 92% degli interpellati considera che la proposta di un grande patto che coinvolga forze politiche e sociali per far fronte alle conseguenze economiche e sociali della pandemia, come proposto da Sánchez, sia la “migliore soluzione possibile” per la Spagna, anche se solo il 18% la considera fattibile. Il 26% ritiene che sia la coalizione di governo sia l’opposizione dovrebbero rinunciare a qualcosa per rendere possibile l’accordo.

Anche alla luce di questi sondaggi, la “coalizione progressista”, ora allargata a Ciudadanos e al PNV, può dirsi al sicuro. L’astensione degli indipendentisti catalani di Esquerra republicana (ERC) si è trasformata in voto contrario, pensando che esista una via sanitaria all’indipendenza, ma il loro sostegno non è più necessario.

Non sono state né Berlino né l’Aia e neppure la premurosa Bruxelles ad anteporre le loro “fantasticherie” ideologiche alle avvertenze dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Le strategie del premier Pedro Sanchez e del leader dell’opposizione Pablo Casado si sono dimostrate pressoché identiche. Uno si è assunto la totalità delle responsabilità nella gestione della crisi pensando che l’opinione pubblica ricompenserà il suo sforzo solitario, l’altro simula proteste e lamentazioni e sarà così ricompensato per non aver condiviso alcuna responsabilità. Gesti unici ma con due distinte confessioni: Sanchez che si muove tra l’autosufficienza e il rammarico; Casado tra la debole negoziazione e la volontà di assediare sempre più il governo.

Queste contraddizioni a supporto strumentale del confronto politico si sono trovate a fronteggiare crudelmente una Spagna spinta sull’abisso, privando il governo del principale strumento costituzionale contro la pandemia.

Pur avendo perso seggi parlamentari, Ciudadanos ha scelto di assumere una posizione collaborativa. Ha accantonato le ragioni del suo scivolone elettorale, ovvero il sorpasso sulla destra piuttosto che quella centralità che l’aveva reso simpatico e fatto crescere.

Il governo Sanchez/Iglesias si regge perché in questa fase prevale il bisogno di protezione e la gente guarda con speranza a chi ha il potere decisionale ed è disposta a perdonare errori e omissioni perché è l’unico punto di riferimento. I conti veri si faranno, in Spagna come in tutti i paesi, quando tutto sarà finito ed allora gli elettori saranno meno indulgenti e chiederanno a chi ha sbagliato di rispondere dei propri errori.

 

Note

1 In quella manifestazione sono rimaste contagiate la vice presidente Carmen Calvo e altre 2 ministre socialiste, la ministra di UP Irene Montero, compagna di Pablo Iglesias, e la moglie del premier Sánchez Begoña Gómez.

TI

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