cronaca

L’accordo Ue-Cina inaugura il dopo-Trump: la normalizzazione con Pechino galoppa, nonostante tutto…

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Non una prova di maturità dell’Ue, una prova di stupidità. Il frettoloso riavvicinamento Ue-Cina snobba Biden e spiazza coloro che sperano in un fronte transatlantico comune contro Pechino. Ma il nuovo approccio annunciato dal presidente eletto Usa e dai suoi consiglieri – nessuna rappresaglia contro gli alleati per le loro decisioni e inclusione della Cina nell’ordine globale – ha rassicurato gli europei

C’è da augurarsi, per questo capodanno 2021, che la rimozione della statua del presidente Lincoln, ieri a Boston, non sia il segno premonitore del nuovo ordine mondiale che ci aspetta in questi nuovi Anni Venti.

Quest’anno maledetto si chiude per l’Unione europea con due importanti accordi. Un accordo commerciale, finalizzato e firmato, con il Regno Unito; e un accordo di principio con la Cina, quindi per ora una dichiarazione politica, sugli investimenti reciproci. L’Ue pretendeva di mantenere Londra allineata, anche in futuro, ai propri regolamenti e standard, e invece decide di “allinearsi” politicamente a Pechino. È innegabile infatti il valore strategico del legame Ue-Cina che questo accordo delinea, considerando il salto di qualità che determinerebbe, se entrasse in vigore, nell’interdipendenza economica tra i due partner.

Un accordo che arriva, paradossalmente, sul finire dell’anno che avrebbe dovuto far aprire definitivamente gli occhi, in Occidente, sulla inaffidabilità del regime cinese: l’anno dell’insabbiamento, delle bugie, delle gravi responsabilità nella catastrofe globale causata dal “China Virus”, tema che ormai non si osa più nemmeno sollevare; della palese violazione dell’autonomia di Hong Kong da parte di Pechino – condannata come tale, a parole, anche da Bruxelles; e di un livello di aggressività senza precedenti nella postura della Repubblica Popolare, che ha bullizzato grandi Paesi come l’India e l’Australia ma anche stati membri e parlamenti dell’Ue.

Dopo quest’anno, in cui la Cina ha rivelato il suo volto totalitario al proprio interno, e sempre più aggressivo all’esterno, ci si sarebbe aspettati una contrapposizione, non l’appeasement. Invece, l’Ue ha scelto il secondo.

Donald Trump non è ancora uscito dalla Casa Bianca e, come in pochi avevamo previsto, la normalizzazione con Pechino già galoppa, nonostante tutto…

Il tempo ci dirà se l’accordo Ue-Cina è il relitto di una stagione ormai alle spalle, quella della fiducia incondizionata nell’apertura della Cina e nelle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, oppure se è la calma dopo la “tempesta Trump”, quella stagione che riprende il suo corso, bruscamente interrotto nel 2016.

In ogni caso, come su Brexit, anche sull’accordo Ue-Cina qui su Atlantico Quotidiano avevamo visto giusto. Il raffreddamento di fine estate da parte di Bruxelles e Berlino era solo tatticismo, non il primo effetto di un processo di ripensamento avviato sui rapporti con Pechino. La determinazione della cancelliera Merkel a concluderlo restava intatta.

E non è casuale che sia la Merkel sia il presidente cinese Xi Jinping, i veri artefici dell’accordo, non abbiano atteso l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, ma abbiano invece atteso l’esito delle elezioni del 3 novembre, prima di imprimere l’accelerazione decisiva al negoziato – segnalata lo scorso 18 dicembre da fonti sia europee che cinesi al South China Morning Post e al Financial Times.

La conclusione del semestre di presidenza tedesca dell’Ue era l’ultima chance per la cancelliera, arrivata al termine della sua lunga carriera politica, per dare il suo volto a questo accordo, nel quale vede il coronamento della sua politica europea e del suo approccio con Pechino (“è positivo e importante cercare di avere rapporti strategici con la Cina”), il suo lascito più importante all’Ue e al suo Paese: un saldo ancoraggio dell’Europa “tra le grandi potenze, Cina e Stati Uniti”.

E questo ci porta al secondo motivo. Raggiungendo un accordo di principio con Pechino prima dell’insediamento di Biden, la presidenza di turno tedesca e la Commissione europea, tedesca anch’essa, hanno voluto mandare un messaggio preciso: l’Ue esiste come attore globale, può giocare allo stesso livello di superpotenze quali Stati Uniti e Cina, e ormai si muove in completa autonomia rispetto a Washington.

E qui siamo al terzo motivo. Come avevamo anticipato su Atlantico Quotidiano sia a metà settembre che a inizio luglio, ad entrambe le parti conveniva aspettare di vedere chi fosse il vincitore delle presidenziali Usa e muoversi di conseguenza. E ad entrambi conveniva che a vincere fosse Biden, il quale prometteva di superare l’approccio duro di Trump con gli alleati europei, Germania in primis. Berlino avrebbe potuto puntare ad un accordo senza temere di incorrere nell’ira e nelle rappresaglie di Washington. Viceversa, con Trump confermato alla Casa Bianca sarebbe stato difficile, se non impossibile, e comunque molto rischioso per l’Ue e per la Germania, chiudere anche solo in linea di principio un simile accordo con la Cina.

Certo, gli europei avrebbero potuto aspettare l’insediamento di Biden, che aveva annunciato di voler coinvolgere gli alleati nel nuovo approccio verso Pechino. Il presidente eletto e i suoi consiglieri hanno spiegato molto chiaramente di volersi coordinare con i Paesi alleati degli Stati Uniti in Europa e nell’Indo-Pacifico per affrontare la questione cinese. Tornare dunque ad un approccio multilaterale, dopo i quattro anni di approccio bilaterale trumpiano.

Ma la prospettiva di un fronte comune Usa-Ue ha indotto Xi Jinping a giocare d’anticipo e, come avevamo ipotizzato mesi fa, a calare lo zuccherino al momento giusto per chiudere l’accordo e provare a inserire un cuneo tra Stati Uniti ed Europa. In ogni caso, per complicare i piani della nuova amministrazione Usa. Come suggerito da Andrew A. Michta sul Wall Street Journal, quella di Xi Jinping è una mano interessante: ha l’occasione di incunearsi nelle divisioni tra Usa e Ue – come fece Nixon negli anni ’70 allontanando la Cina dall’Urss, in modo che le due potenze comuniste non si saldassero contro l’Occidente – giocando la carta dell’accesso al mercato cinese, ritenuto essenziale per la ripresa economica europea. I leader europei, osservava, “sono sempre più preoccupati del bullismo cinese, ma non vogliono essere tirati dentro un’alleanza con Washington contro Pechino”.

A Berlino, Bruxelles e Parigi si sono resi conto, ovviamente, dell’interesse convergente a concludere l’accordo prima dell’insediamento di Biden e hanno quindi ritenuto che fosse questo il momento più propizio per strappare qualche concessione a Xi Jinping. Concessioni che però, sia chiaro, sono tutte da verificare. Dalla promessa di garantire alle compagnie europee l’accesso al mercato cinese in importanti settori all’impegno a fare “continui e duraturi sforzi” per ratificare le convenzioni ILO sul lavoro forzato (che è ben diverso dall’impegno a ratificarle!). Sentir parlare di “level playing field” con la Cina, poi, dovrebbe far sorridere, dal momento che Pechino non si priverebbe mai di sussidi e imprese di stato.

È molto probabile che Xi Jinping sia interessato solo ad avvicinarsi all’Europa prima che la nuova amministrazione Usa possa tessere una posizione occidentale comune, pronto a rimangiarsi questi impegni all’occorrenza, com’è abitudine della diplomazia cinese.

In tal caso, con il loro opportunismo i leader europei avrebbero minato gli sforzi per creare un fronte occidentale comune in grado di costringere la Cina ad accettare finalmente le regole del gioco dell’ordine economico liberale.

Oltre a snobbare l’amministrazione Usa entrante, il frettoloso riavvicinamento tra Unione europea e Cina spiazza tutti coloro che si illudono che la presidenza Biden possa dare inizio ad un fronte transatlantico comune contro la Cina. Per due motivi. Primo, perché come abbiamo visto, la strada intrapresa dall’Ue è divergente. Secondo, anche perché, nonostante le intenzioni dichiarate, la strategia nei confronti di Pechino della nuova amministrazione Usa si basa su presupposti che già hanno dato prova di essere fallaci e promette quindi di essere inefficace.

È proprio il nuovo approccio annunciato da Biden e dai suoi consiglieri, infatti, ad aver convinto gli europei di poter concludere l’accordo con Pechino senza rischiare rappresaglie o conseguenze – al massimo una passeggera “insoddisfazione” del presidente eletto. Alleati rassicurati che non sarebbero più stati minacciati o puniti unilateralmente da Washington per le loro decisioni, come faceva l’amministrazione Trump; e chiarito che l’obiettivo di Biden non è una nuova Guerra Fredda con Pechino, ma il ritorno alla politica dell’engagement, un ordine globale che includa, non escluda la Cina, sebbene cercando di far evolvere le sue posizioni verso le richieste occidentali.

Chi sperava in un cambio di rotta a Berlino ha quindi peccato di ottimismo. Innanzitutto, perché l’industria tedesca è troppo esposta alla Cina, è il frutto avvelenato di una economia che punta tutto sull’export. Ma è difficile non vedere come per l’Ue a guida tedesca questo accordo non sia dettato solo da logiche commerciali ed economiche, ma anche geopolitiche. È impensabile che tali implicazioni non siano state prese in considerazione.

È vero che a Berlino il concetto di “autonomia strategica” viene declinato in termini meno ingenui rispetto a Parigi: i tedeschi sanno bene di non poter fare a meno della sicurezza garantita dai contribuenti americani, e quindi di dover fare qualche sforzo per tenere in piedi l’alleanza con gli Usa. Ma nell’uscita di Trump dalla Casa Bianca – un presidente che non ha avuto scrupoli a ridurre il contingente Usa in Germania – vedono uno scampato pericolo, proprio quello di dover scegliere tra l’ombrello di sicurezza Usa e i loro interessi economici con la Cina.

Quindi, a Berlino sono convinti di poter trattare con Biden, offrendo lealtà a Washington a dispetto delle velleità macroniane (gli europei sanno che “devono assumersi maggiori responsabilità”, “fare sforzi più grandi sul fronte della sicurezza”, difesa Ue “complementare” alla Nato) e ottenendo in cambio spazi di manovra per continuare a perseguire indisturbati e senza rischi la propria vocazione eurasiatica.

Solo che questa ricercata vocazione non può non avere un effetto sulla collocazione geopolitica dell’Europa, che rischia – come hanno avvertito sia Kissinger che il già citato Michta – di diventare una penisola dell’Eurasia, la coda di una catena di approvvigionamento eurasiatica controllata dalla Cina, permettendo alla fine a Pechino di dominare l’Europa e puntare all’egemonia globale.

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