Le riforme in Arabia Saudita, tra pandemia e crisi del petrolio

 

Il quadro economico dell’Arabia Saudita è velocemente peggiorato. La combinazione fra Covid-19 e crollo del prezzo del petrolio rallenta le riforme di trasformazione economico-sociale, già complesse e dai risultati in chiaroscuro. Il piano di revisione per “Vision 2030” è allo studio, come ammesso dallo stesso governo saudita. Nell’anno della presidenza di turno del G20, l’Arabia Saudita ha la possibilità di guidare la reazione politica alla pandemia delle potenze economiche mondiali. La leadership del principe ereditario Mohammed bin Salman al-Saud (MbS) deve affrontare una crisi globale, che si riflette anche sui conti del regno saudita. In più, gli Stati Uniti avviano una parziale riduzione delle forze militari nel regno. Le sfide che emergono dal binomio petrolio-virus sono tante e problematiche, ma rappresentano anche delle opportunità di trasformazione. L’esito è incerto: molto dipenderà dall’approccio di governo. MbS sarà capace di adattarsi a un cambiamento sistemico mentre la sua “rivoluzione dall’alto” è ancora in corso?

 

Quadro interno

L’Arabia Saudita ha registrato oltre 57.000 casi di positività al Covid-19. Secondo le autorità sanitarie, il tasso di mortalità da virus nel paese è molto basso e si aggira allo 0,7% (oltre 300 morti finora). A livello geografico, le città della costa occidentale Jedda e Mecca e la capitale Riyadh sono le più colpite dall’infezione, seguite da Dammam nella regione orientale. Numerosi membri della famiglia reale degli al-Saud sarebbero stati contagiati, anche se non vi sono conferme ufficiali. Invece, le autorità sottolineano che la maggioranza dei positivi del regno non è di nazionalità saudita: un dato probabile dato che l’infezione, come nelle altre monarchie del Golfo, si è diffusa innanzitutto e soprattutto tra i lavoratori stranieri (expatriates), che vivono in sovraffollati complessi residenziali alla periferia dei grandi centri urbani. L’Arabia Saudita ha applicato un lockdown dapprima geograficamente mirato, poi generale. Dagli inizi di marzo, sono state chiuse le aree orientali a maggioranza sciita di Qatif e al-Ahsa, che per prime hanno registrato casi di positività, molto probabilmente tra i pellegrini sciiti di ritorno dall’Iran. Il coprifuoco di 24 ore è stato accettato dalla popolazione locale – e non era scontato date le striscianti tensioni settarie – anche grazie alla collaborazione del clero sciita locale, su tutti il celebre Shaykh Hassan al-Saffar. Anche le città sante dell’islam Mecca e Medina sono state sottoposte a coprifuoco: dal 25 marzo, il lockdown è stato poi esteso all’intero regno, con il divieto di spostamento da una regione all’altra. Dalla metà di aprile i sauditi hanno avviato un alleggerimento delle misure restrittive, a cominciare dalla regione orientale.

Il contenimento di Covid-19 ha fortemente limitato le funzioni religiose, con un chiaro e inusuale invito alla preghiera da casa che coincide ora con il mese sacro del Ramadan. La umrah (pellegrinaggio minore a Mecca) è stata vietata dalla fine di febbraio e il ministro degli Affari islamici ha affermato che coloro che criticano la chiusura delle moschee saudite minano l’unità nazionale: nell’era di Mohammed bin Salman, il richiamo nazionalista viene spesso anteposto a quello islamico, come traspare anche da questa dichiarazione. La pandemia ha raggiunto l’Arabia Saudita mentre la crisi petrolifera si stava acuendo. Nel mese di marzo Riyadh ha infatti scatenato la “guerra dei prezzi” con la Russia, decidendo di accelerare la produzione interna (si veda l’Approfondimento): ciò ha contribuito a far precipitare il costo del barile di greggio, già pesantemente provato dal crollo della domanda, soprattutto asiatica, causato dal lockdown globale. Il 12 aprile i sauditi hanno poi raggiunto un accordo con l’Opec, la Russia e gli altri esportatori di petrolio non-Opec: tutti si sono impegnati a ridurre la produzione mondiale di greggio.[1] Le entrate statali di Riyadh dipendono ancora massicciamente dalla rendita energetica. La trasformazione economica post-idrocarburi, come descritto nei piani di “Vision 2030”, non è basata sul petrolio ma è resa possibile dal petrolio e dalla rendita da esso generata: si pensi al fondo sovrano saudita, il Public Investment Fund (Pif), e al quel 5% di Saudi Aramco ormai quotato alla borsa di Riyadh. Pertanto, lo shock della pandemia e lo shock del mercato petrolifero impattano profondamente sui tempi e le ambizioni di “Vision 2030”. La riforma socio-economica, e dalle aspirazioni identitarie[2], sulla quale MbS ha scommesso il trono non era stata elaborata (nel 2016 quando fu resa pubblica) ipotizzando il barile di petrolio a (circa) 25 dollari: nel dicembre 2019, il budget di spesa presentato dal regno fissava il barile di greggio ancora a 60 dollari.

Quindi, la realtà impone una forte, veloce correzione di rotta nella macchina statale saudita: il senso di storicità e urgenza risalta in due discorsi spartiacque che, forse non a caso, non sono stati pronunciati dal principe ereditario. Il 19 marzo re Salman bin Abdulaziz al-Saud si è rivolto alla nazione con la frase “stiamo attraversando una fase difficile” in riferimento al Covid-19 e “il passo successivo sarà più difficile” con un’allusione al futuro, già presente, del paese.[3] Il ministro delle Finanze Mohammed Al Jadaan è stato ancora più esplicito. Le misure economiche che il regno dovrà prontamente adottare sono “painful” (dolorose): un nuovo vocabolo per la comunicazione politica dei sauditi. Insomma, se nel breve periodo Riyadh e le monarchie vicine hanno puntato su liquidità, pacchetti di stimolo e parziale (re)introduzione di sussidi, il piano di medio-lungo periodo prevede ingenti tagli di spesa. Tutte le opzioni saranno esplorate, ha aggiunto il ministro, quindi tutto potrà essere soggetto a tagli a esclusione dei bisogni essenziali delle persone, perché il mondo e il regno saudita non torneranno al modo di vivere che ha preceduto la propagazione del virus, ha infine osservato.[4]

Queste considerazioni si traducono innanzitutto in risparmi sulla spesa già programmata: anche i programmi di “Vision 2030” subiranno delle riduzioni e la loro realizzazione sarà più lenta. La revisione della strategia è in corso ma, sottolineano i sauditi, essa non intaccherà la direzione complessiva del piano post-oil. Proprio il settore privato, che dovrebbe trainare la transizione della struttura economica saudita, rischia una forte contrazione. All’inizio dell’emergenza coronavirus, il governo decise di coprire, per il periodo marzo-maggio 2020, fino al 60% dei salari dei (pochi) cittadini sauditi impiegati nel settore privato, dando così respiro alle imprese danneggiate dalla pandemia.

Adesso, il ministero delle Finanze permette alle compagnie private di tagliare i salari dei lavoratori fino al 40%, con una concomitante riduzione oraria, per una durata di sei mesi, allo scadere dei quali le imprese potranno però risolvere, quindi interrompere, i contratti di lavoro. Riyadh ha inoltre approvato l’aumento dell’Iva – introdotta nel 2018 – dal 5% al 15% (da luglio 2020) e sospeso l’indennità per i lavoratori del settore pubblico, introdotta proprio per mitigare l’impatto dell’imposta sul valore aggiunto fra i cittadini. Tra i settori più danneggiati dal binomio virus-petrolio vi sono il turismo (anche religioso) e l’intrattenimento (previsti tagli del 5% di spesa), nonché le infrastrutture: proprio le aree sulle quali Mohammed bin Salman ha investito, anche mediaticamente, per cambiare l’Arabia Saudita. In tale contesto, non si fermano le epurazioni del principe ereditario contro parti dell’élite saudita. Il 5 marzo scorso tre principi sono stati arrestati perché sospettati di tramare contro l’ascesa al trono di MbS: il fratello minore del re Ahmed bin Abdulaziz, suo figlio Nayef bin Ahmed già a capo dell’intelligence militare, nonché Mohammed bin Nayef, il celebre cugino di MbS, già ministro dell’Interno e principe ereditario deposto, agli arresti domiciliari dal 2017. In più, la commissione nazionale anti-corruzione ha messo sotto indagine 674 impiegati pubblici, arrestandone 298 per tangenti e reati finanziari. Tra di loro, uomini del ministero dell’Interno e militari, in carica e a riposo, 29 dei quali della regione orientale a maggioranza sciita.

 

Relazioni esterne

Covid-19 e mercato petrolifero condizionano le relazioni diplomatiche fra Riyadh e le grandi potenze del mondo multipolare: Stati Uniti, Russia, Cina e India. La storica alleanza tra Arabia Saudita e Stati Uniti vive una fase complicata. Il 2 aprile scorso, il presidente statunitense Donald Trump aveva minacciato l’Arabia Saudita, nel corso di una conversazione telefonica con il principe ereditario Mohammed bin Salman, che se l’Opec non avesse trovato un accordo per il taglio della produzione petrolifera, egli non sarebbe riuscito a bloccare una legge del Congresso a favore del ritiro delle truppe americane da Riyadh.[5] Risolto il nodo petrolifero, la Casa Bianca ha scelto comunque di ritirare due batterie di missili Patriot dal regno, riassegnando il personale dedicato (circa 300 militari). Queste componenti del sistema anti-missilistico terra-aria furono posizionate nel 2019 a protezione delle installazioni petrolifere di Saudi Aramco, colpite da un attacco con missili e droni di matrice iraniana nel settembre dello stesso anno.[6] Gli Usa mantengono nel regno due batterie di missili Patriot presso la base militare di al-Kharj (Prince Sultan Air Base), a sud di Riyadh. Lo scorso febbraio la Grecia aveva annunciato l’invio di alcuni missili Patriot in territorio saudita per proteggere le infrastrutture energetiche nell’ambito di un programma di cooperazione con Usa, Gran Bretagna e Francia. La decisione di Washington sui missili Patriot si pone in discontinuità con la politica dell’attuale amministrazione nei confronti dei sauditi: rispetto a qualche mese fa gli americani ritengono ora meno probabile un attacco iraniano nel Golfo. Gli Usa fanno però un nuovo passo indietro in termini di deterrenza regionale, riducendo l’impegno militare a protezione delle infrastrutture energetiche dell’Arabia Saudita. E ciò equivale a rendere più vulnerabile il regno in caso di attacchi da parte dell’Iran e/o dei suoi alleati in Medio Oriente (milizie sciite dell’Iraq, Hezbollah in Libano, huthi in Yemen). Nel corso di una telefonata con re Salman (8 maggio), il presidente degli Stati Uniti ha ribadito la forte partnership di sicurezza con Riyadh: il ritiro dei missili Patriot, confermato dal segretario di stato Mike Pompeo, non è stato menzionato nel comunicato ufficiale. L’Arabia Saudita ha poi inoltrato a Boeing una commessa da due miliardi di dollari per la consegna di più di mille missili aria-superficie (air to surface), nonché di missili anti-nave, entro il 2028. La “guerra dei prezzi” innescata dall’Arabia Saudita contro la Russia è destinata a pesare nell’evoluzione dei rapporti diplomatici fra sauditi e russi. Proprio la prosecuzione dell’intesa petrolifera tra paesi produttori dell’Opec e produttori non-Opec (in corso da dicembre 2016), aveva favorito il rafforzamento della relazione politica tra Arabia Saudita e Russia. Sulla base di questo accordo, Riyadh e Mosca avevano esplorato altri ambiti di cooperazione economica, ma anche di sicurezza; per esempio, dopo l’attacco alle installazioni petrolifere di Saudi Aramco, la Russia aveva offerto ai sauditi l’acquisto dei missili S-400. La crescita dell’intesa fra sauditi e russi era stata suggellata, nell’ottobre 2019, dal viaggio di stato del presidente Vladimir Putin in Arabia Saudita, la prima visita ufficiale dal 2007. In più di un’occasione, la monarchia saudita era sembrata fare leva su relazioni cordiali con Mosca per ottenere di più, e più in fretta, dalla Casa Bianca: un gioco di sponda geopolitico che i sauditi faranno ora più fatica ad attuare. Anche le partnership asiatiche di Riyadh sono messe alla prova dall’attuale passaggio critico globale. Da una prospettiva energetica, Cina e India sono tra i primi paesi importatori di petrolio saudita: il calo della (loro) domanda, per effetto anche di una drastica riduzione del traffico aereo, è capace di rallentare l’export strategico del regno. Ma non c’è solo il petrolio: gli scambi commerciali e turistici tra i giganti d’Asia e l’Arabia Saudita non possono che risentire degli effetti, anche indiretti, della pandemia. Guardando a Pechino, la possibile riduzione degli investimenti cinesi nella Belt and Road Initiative (BRI) è destinata a impattare sui progetti infrastrutturali e logistici del regno e potrebbe costringere Riyadh, nel caso, ad aumentare la propria quota finanziaria. Tra Arabia Saudita e India (ma anche Pakistan), il nodo dei lavoratori stranieri è invece al centro dell’attenzione: 1,5 milioni di indiani sono impiegati nel regno, tanti hanno contratto il virus Covid-19 o sono a rischio contagio e il governo saudita sta accelerando rimpatri e sostituzioni con lavoratori nazionali. Dal 2016 a oggi, molti expatriates, hanno già fatto ritorno a casa poiché licenziati a causa del crollo del prezzo del petrolio o delle politiche di “nazionalizzazione” del lavoro. Per l’India e soprattutto per gli stati asiatici più piccoli (come Bangladesh, Sri Lanka), il tema delle rimesse dall’Arabia Saudita, in notevole contrazione, può condizionare la politica estera nei confronti di Riyadh, in particolare se il combinato tra petrolio e virus dovesse confermarsi nel medio-lungo periodo, privando questi paesi di entrate finanziarie vitali. In un mondo multipolare, l’impatto di crisi globali può favorire rapidi riallineamenti geopolitici, anche per l’Arabia Saudita.

 

[1] Per un quadro più dettagliato della questione petrolifera, si rimanda all’approfondimento di Eugenio Dacrema contenuto in questo focus.

[2] Per approfondire: E. Ardemagni, “La rivoluzione identitaria ed elitaria di Mohammed bin Salman in Arabia Saudita”, Italianieuropei, 2/2020, pp.57-63.

[3] “Custodian of the Two Holy Mosques Delivers Speech to Citizens and Residents in the Kingdom”, Saudi Arabia News Agency, 19 marzo 2020.

[4] V. Nereim and R. Al Othman, “Saudi Arabia Looks at “Painful” Measures, Deep Spending Cuts”, Bloomberg, 2 maggio 2020.

[5] T. Gardner et al., “Special Report: Trump told Saudi: Cut oil supply or lose U.S. military support- sources”, Reuters, 30 aprile 2020.

[6] La mossa greca può essere letta come una parziale redistribuzione degli impegni tra alleati Nato e come una scelta di contenimento delle ambizioni della Turchia nel Mediterraneo orientale da parte di Atene. Negli ultimi mesi, l’Arabia Saudita si è espressa più esplicitamente a favore della Repubblica di Cipro nella contesa greco-turca per l’isola. E. Ardemagni, “Why the Gulf Monarchies Have Laid Eyes on Cyprus”, ISPI Commentary, 29 settembre 2019. Tuttavia, l’Arabia Saudita non ha partecipato al 3+1 del 12 maggio fra Egitto, Grecia, Cipro e Francia: questo format si incontra con regolarità e stavolta si sono aggiunti anche gli Emirati Arabi Uniti (Eau), ma non i sauditi. Il comunicato congiunto finale ha condannato le attività della Turchia nel Mediterraneo orientale (trivellazioni nelle acque territoriali e nella zona economica esclusiva di Cipro) e in Libia (accordo di demarcazione marittima fra Turchia e governo di Fajez al-Serraj più invio di militari turchi). L’assenza di Riyadh suggerisce quindi una posizione favorevole a questo blocco, ma più defilata.

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