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L’effetto “zona rossa” sulla vita in carcere: è allarme suicidi

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Sono 17 i detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio del 2021. L’ultimo caso a Vicenza: Angelo Dalla Rosa, 46 anni, era appena entrato in carcere e non ha retto l’isolamento dovuto al Covid

Mentre noi, del mondo libero, cominciamo a respirare più libertà di movimento, andare al bar, frequentare finalmente un ristorante, c’è il carcere che è ancora in “zona rossa”. Precauzione doverosa visto che il covid 19 è ancora in agguato. E nei penitenziari, luoghi chiusi e affollati, il virus trova l’ambiente ideale per poter sopravvivere contagiando più persone. Ma il problema nasce, causa mancanza di spazi, quando i detenuti sono costretti a rimanere in isolamento precauzionale o in quarantena se contagiati. Nessuna ora d’aria, nessuna possibilità di farsi una doccia, di poter fare qualsiasi cosa utile anche per evitare che la depressione – male che attraversa anche il mondo libero – si amplifichi, si totalizzi, fino a indurre al suicidio.

Allarme suicidi in carcere, l’ultimo caso a Vicenza

C’è il caso, drammatico, che riguarda il carcere San Pio X di Vicenza dove, domenica scorsa, un detenuto di 46 anni si è tolto la vita. Si chiamava Angelo Dalla Rosa e si è impiccato nel bagno della cella di isolamento dove stava facendo, appunto, la quarantena. Angelo, prima di esser arrestato, lavorava ed era ben inserito, e per questo aveva chiesto una misura alternativa. Misura che gli è stata rigettata perché pare che per un mese, non rientrasse nei limiti stabiliti dalla legge. Sulla finestra di quella celletta, Angelo ha lasciato un ultimo messaggio per i familiari. Era da poco entrato in carcere, il 20 aprile scorso, per scontare una pena relativa a un vecchio reato. Il dramma è evidente per un motivo ben preciso. Chi fa il primo ingresso in carcere è più soggetto al suicidio. Avviene nelle prime fasi dell’entrata in carcere, spesso proprio nelle prime ore a causa dell’improvviso isolamento, dello shock dell’incarcerazione, della mancanza di informazioni e delle preoccupazioni per il futuro. Ecco perché esiste una prassi per evitare ciò e c’è un percorso di accoglienza in carcere da svolgere. Già è critico di suo applicare tale percorso, ma la pandemia ha aggravato la questione. Entrare per la prima volta in carcere e finire in quarantena da subito, isolato da tutti e tutto, senza assistenza di uno psicologo, il suicidio è un dramma annunciato. Parliamo del 17esimo suicidio che avviene dall’inizio dell’anno, per un totale di 53 persone detenute morte nei primi 5 mesi del 2021. Un numero altissimo e destinato a crescere.

Il rapporto Antigone sulle misure anticovid in cella

Come si è detto, la “zona rossa” che attraversa le carceri ha creato maggiore isolamento e stop delle attività trattamentali, la messa in discussione delle celle aperte. Ma non tutti i direttori delle carceri si son uniformati. Dobbiamo rispolverare l’ultimo rapporto di Antigone dove ha premiato, ad esempio, tre carceri dell’Emilia Romagna: Rimini, Ravenna e Forlì. «Le misure di prevenzione dei contagi adottate nei tre istituti – si legge nel rapporto – sono uniformi e hanno permesso di tenere sotto controllo l’emergenza sanitaria in maniera efficace. Il regime a celle aperte ha continuato ad essere in vigore regolarmente, anche se, nella strutturale ristrettezza degli spazi, la sospensione delle attività sicuramente ha avuto un forte impatto sulla quotidianità detentiva, anche perché in tutti e tre i casi si tratta di carceri in cui l’offerta di trattamenti (reinserimento sociale, ndr) prima della pandemia era piuttosto ampia». Antigone si sofferma sul carcere di Forlì registrando un accento molto forte della direzione e del comando di polizia penitenziaria sulla prontezza che hanno avuto nell’anticipare le necessità dei detenuti allo scoppio della pandemia, rendendo possibile effettuare frequenti colloqui a distanza e diffondendo informazioni sul virus fin da subito.

«L’efficacia delle misure adottate è stato frutto di una positiva collaborazione con il comparto sanitario. Sono stati anche mantenuti regolarmente i permessi di uscita assicurando alle persone interessate il pernottamento in celle singole», osserva Antigone. Quindi, nonostante la pandemia, ci sono stati esempi virtuosi tanto da conciliare la sicurezza con la possibilità di non rimanere soffocati dalla chiusura totale. Ma sono eccezioni che però confermano la regola. In attesa del completamento della campagna vaccinale, il problema sovraffollamento rimane. Nulla è cambiato, se non prorogando le misure deflattive che secondo vari giuristi, associazioni e attivisti politici come Rita Bernardini del Partito Radicale, sono del tutto insufficienti. Ciò non aiuta a compensare la problematica delle “zone rosse” che attraversano le nostre patrie galere.

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