Libri per l’estate: “La strada si conquista. Donne, biciclette e rivoluzioni”

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In occasione dei 130 anni dalla nascita di Alfonsina Strada – prima e ad oggi unica donna ad aver corso il Giro d’Italia con gli uomini, nel 1924 – Capovolte pubblica “La strada si conquista. Donne, biciclette e rivoluzioni”, libro di Manuela Mellini in cui l’autrice approfondisce il ruolo della bicicletta in relazione alle donne, dalla sua nascita fino ai giorni nostri. “La strada si conquista nasce da due mie grandi passioni: la scrittura e la bicicletta – ci racconta l’autrice – . Sono cresciuta in un paesino della ‘bassa’ romagnola in cui a pedalare erano soprattutto le signore di una certa età, le nostre nonne per intenderci, per cui non m’era mai passato per la mente che la bicicletta fosse, in un certo senso, una novità anche per loro, perché alle donne delle generazioni precedenti era invece preclusa. Quando l’ho scoperto, ho deciso di approfondire la questione… e mi sono imbattuta in una marea di vicende umane straordinarie e affascinanti, che avevano a che fare non solo con le due ruote, ma anche con la nostra storia, cultura e società. Non ho resistito all’idea di raccontarle, seguendo la traccia lasciata dalle donne che, pedalando, hanno conquistato la loro strada – e anche la nostra libertà”. Oggi come allora, la bici non è mai stata solo un mezzo di trasporto, e per le donne ha rappresentato e in molto Paesi rappresenta ancora un mezzo per portare avanti battaglie politiche, sfidare le convenzioni, guadagnarsi la libertà e tratteggiare la propria emancipazione. È ancora così anche nelle città occidentali, dove con la bici si lotta per veder riconosciuto il diritto a una mobilità democratica e inclusiva, anche verso chi non può permettersi un’auto, o non vuole contribuire a inquinare l’aria, al drammatico esito dei cambiamenti climatici e a minare la salute pubblica.

“In generale a me sembra che la bici sia uno strumento di emancipazione per tutti, ovunque e comunque. È un mezzo di trasporto libero, economico, sostenibile. Permette di muoversi e percorrere distanze, e colmare spazi, senza dover dipendere da niente e nessuno. Segue in tutto e per tutto chi la guida, e questo significa che pedalando si è sempre costretti a fare i conti con sé stessi, con il proprio corpo, con i propri limiti e con quelle che sono invece le proprie possibilità. Sono convinta che chiunque la mattina esca di casa e dica: «Toh, oggi prendo la bici anziché l’auto per andare a lavorare» metta in atto una piccola rivoluzione. E questo è vero per tutti, ma per le donne ancora di più. A una donna che, dopo una serata, torna a casa in bici, è altamente probabile che venga detto: «Ma non hai paura, da sola in strada a quest’ora? Perché non ti fai accompagnare da qualcuno?». O che invece, fra il serio e il faceto, si passi direttamente ai commenti: «Sei coraggiosa», «Sei incosciente», «Sei matta». Posto che le donne che pedalano si sentono chiamare “matte” da almeno centocinquant’anni, cioè da quando esistono biciclette simili a quelle attuali, e che “la matta” era appunto il soprannome affibbiato ad Alfonsina Strada… perché una cosa semplice come tornare a casa la sera dovrebbe essere strana, o addirittura pericolosa? Perché per una donna non può essere la norma? Problemi simili riguardano anche cicloturiste e cicloviaggiatrici («E se forate? E se avete bisogno?» – come se una donna non potesse imparare a ripararsi la bici da sola!) e sportive, e dipendono non solo da una questione di genere e ruoli, ma anche di visibilità. Per questo credo che sia importante per le donne cicliste farsi (farci!) vedere e fare rete: per dimostrare che ci siamo e per far sì che la nostra presenza sia uno stimolo a ripensare al modo in cui tutti ci muoviamo, e in fondo viviamo”. A partire dalla stringente necessità di ridurre le emissioni dei nostri spostamenti quotidiani, come sottolineato di recente anche da una nuova dichiarazione ciclistica dell’Unione europea, firmata dal vicepresidente esecutivo della Commissione (EVP) e capo del Green Deal dell’UE, Frans Timmermans, in una conferenza speciale a Copenaghen prima del Grand Départ del Tour de France 2022. Si va verso una politica ciclistica unificata dell’UE, che porrebbe la bicicletta allo stesso livello di altri modi di trasporto e settori industriali nell’UE, rilasciando un sostegno politico più coerente tra gli Stati membri e potenzialmente miliardi di euro in più per gli investimenti in questo straordinario mezzo di trasporto: più veloce delle auto in città, ma infinitamente più piacevole, poetico e giocoso. Mezzo di trasporto inizialmente vietato alle donne anche in Italia, la bici oggi da noi un simbolo della conquista di nuovi spazi a livello sociale. Dalla sua nascita agli anni delle pioniere a fine ‘800, passando per la straordinaria storia di Alfonsina Strada e la Resistenza che trasformò la bicicletta in un’arma preziosa, il racconto di Mellini arriva all’epoca odierna in cui, a fronte di alcune importanti conquiste, il lavoro da fare resta molto. “Che la nostra società sia ancora molto lontana dalla parità di genere è evidente – continua Manuela Mellini -: lo dicono le statistiche, e comunque lo si può vedere già a occhio nudo. Ci sono degli spazi, soprattutto nei luoghi del potere ma non solo, che per le donne sono ancora irraggiungibili. Ciò che secondo me bisognerebbe capire è che una situazione di disparità danneggia tutti, uomini e donne, e frena il nostro sviluppo individuale e collettivo. L’ascolto, l’apertura e la contaminazione possono invece essere le chiavi per muoversi verso una società più giusta ed equa, per tutti”.

Photo by Coen Van de Broek on Unsplash

Nella battaglia per l’autodeterminazione, nella volontà di costruire una società più equa e giusta, la bicicletta è in particolare alleata delle donne. “Le storie che racconto sono tutte fonte di ispirazione: dai casi più eclatanti, compresa la regina Margherita di Savoia, una delle prime cicliste italiane; Lina Cavalieri, sciantose e poi cantante lirica e grande amante delle due ruote; Annie Londonderry, prima donna a fare il giro del mondo in bici (nel 1894!)… e poi naturalmente le grandi cicliste agoniste della nostra storia: Maria Canins, Antonella Bellutti, Vittoria Bussi, Elisa Longo Borghini, solo per citarne alcune. Ancora oggi ci sono migliaia di donne, in Italia e all’estero, che pedalando provano a smuovere le coscienze, e quindi in qualche misura a cambiare il mondo: penso alle Cicliste per caso, a Pinar Pinzuti della Fancy Women Bike Ride, alle Femministe col ciclo di Roma, alla Purple Ride di Berlino, a Nouran Salah in Egitto… gli esempi sono davvero molti, ed è stato un piacere e un onore per me raccoglierli in questo libro. Spero che La strada si conquista possa essere d’ispirazione a chi lo leggerà quanto lo è stato per me mentre lo scrivevo”. Concludiamo con le parole che Paola Gianotti, ad oggi la donna più veloce a fare il giro del mondo in bici, ha usato nella prefazione del libro: “Spesso mi sono sentita dire: «Pedali come un uomo». Ho sorriso pensando che in realtà io pedalo come me stessa, come la donna che sono. E come ogni donna che sa essere molto di più: una valida imprenditrice, una portavoce di diritti, madre, moglie, compagna, oppure una donna che basta a se stessa, ma soprattutto può essere una immensa sognatrice che con la bici è in grado di cambiare il mondo”.

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