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«L’imputato è Un Morto Che Cammina, Condannato Prima Del Processo»

Per Giorgio Spangher, professore emerito di Diritto Processuale Penale alla Sapienza, «gli imputati sono morti che camminano perché su di loro si posa lo stigma sociale scaturito dal racconto che il pubblico ministero costruisce intorno a loro e che la stampa replica all’infinito».

Professore quanto è grave il problema del processo mediatico nel nostro Paese?

Il problema è molto grave. Le spiego il perché con alcuni esempi. Il giudice emette una sentenza e dal popolo si leva un grido di stupore “Li hanno assolti! Ma non erano colpevoli?”. Pensiamo poi a Mafia Capitale: benché la Cassazione abbia escluso l’aggravante mafiosa, per molti resta sempre un crimine di stampo mafioso. Cosa voglio dire con questo? Che il nostro sistema processuale non è incentrato sul dibattimento in aula ma sulla fase delle indagini. Prima era diverso. Nel 1955 in Italia si è celebrato il processo per la morte di Wilma Montesi, giovane donna ritrovata morta sulla battigia a Torvaianica. Tra gli imputati c’era Piero Piccioni, figlio di Attilio, fra i massimi esponenti della Democrazia Cristiana. L’avvocato di Piccioni riuscì a ottenere lo spostamento del processo da Roma a Venezia perché la gente si accalcava nel palazzo di giustizia della Capitale per conoscere morbosamente tutti i dettagli della vicenda. Per questa tensione mediatica sui giudici del dibattimento, il processo fu trasferito. Un grande successo per la difesa che ottenne anche l’assoluzione.

Cerchiamo di snocciolare meglio il problema.

L’avvocato Valerio Spigarelli fece giustamente notare che all’inizio del processo per Mafia Capitale c’erano molti giornalisti poi nessuno ha seguito le udienze e sono ritornati solo il giorno della sentenza. Se manca da parte della stampa il racconto del processo, la narrazione rimane ancorata alla formulazione dell’imputazione fatta dal pm durante le indagini e alla comunicazione che fa sulle fonti di prova. La gente assorbe pienamente la qualificazione giuridica data dal pm che presenta come già colpevoli gli indagati. Questo inoltre va a condizionare – ed è l’aspetto ancora più grave – tutta la fase iniziale del procedimento. Quante persone nel processo Mafia Capitale sono state mandate al 41bis, misura che poi si è rivelata inopportuna alla luce della sentenza?

Quindi mi pare di capire che i problemi sono due.

Sì. Abbiamo quello relativo alle conferenze stampa del pm e ai video delle forze dell’ordine che già condannano le persone coinvolte. Questa immagine di colpevolezza viene offerta all’opinione pubblica per un tempo indefinito: si costruisce intorno a uno soggetto un giudizio di responsabilità ma anche un fatto che appare cristallizzato come vero, grazie anche all’abuso delle intercettazioni. A ciò si aggiunge il modo in cui il soggetto viene presentato. Pensi a quanto accaduto a Massimo Bossetti il cui arresto è andato in onda a reti unificate. O andando indietro nel passato ad Enzo Carra che fu condotto dal carcere al tribunale con gli “schiavettoni” ai polsi per essere incriminato da Davigo.

Quindi il dibattimento non conta più?

Esatto: arriva a distanza di tempo e non conta più di tanto. La criticità è dunque questa: che il processo si celebra prima di entrare nell’aula di dibattimento. E questo va ad incidere anche sulla credibilità della giustizia.

Oggi poi assistiamo allo strano fenomeno che se un giudice assolve o mitiga la pena la gente e i parenti delle vittime si scagliano contro di lui. Se condanna va tutto bene, in caso contrario qualcosa non ha funzionato.

Esatto. È qui che sta la patologia; se la gente si stupisce della sentenza vuol dire due cose: che il suo giudizio è stato precedentemente condizionato e che non ha assistito al dibattimento.

A formare il giudizio preventivo c’è anche il fatto che vengono pubblicati atti di indagine che non dovrebbero essere resi noti o accade che testimoni vengano contro interrogati nelle trasmissioni tv.

La regola sarebbe quella che il pm ha il dono della riservatezza; gli atti non dovrebbero uscire se non nei limiti in cui si dà conoscenza del contenuto in via sommaria. Invece il compito della Procura può essere molto utile nel correggere, come ha detto il procuratore Melillo qualche giorno fa in un webinar, l’informazione scorretta, qualora la stampa fornisse all’opinione pubblica una ricostruzione errata.

Secondo Lei i giudici hanno una struttura tale da non farsi influenzare dal processo mediatico parallelo?

Un proverbio sardo dice che nel cuore di un uomo entra solo dio e il coltello. È difficile capire quanto un giudice possa essere impermeabile alle influenze esterne. Io credo che il nostro giudice è un professionista che ha l’onere di motivare la sua decisione. Sa che la sua sentenza va a giudizio in Appello e poi in Cassazione: nulla teme di più il giudice che il giudizio dei suoi colleghi.

Però è anche vero che da tanto tra i giuristi si dibatte di come la virgin mind dei giudici possa essere inficiata. Il giudice di primo grado dovrebbe arrivare in aula senza sapere nulla.

Questo è un altro discorso, lei ha ragione. Non sono in grado di valutare il condizionamento psicologico di un magistrato. Quello che posso dirle è che il codice di procedura penale dice che il giudice valuta in base alle prove che ha regolarmente acquisito nel processo. Purtroppo con le sentenze del 1992 e 1994 della Corte costituzionale noi recuperiamo larga parte del materiale dichiarativo che è stato assunto dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria. È un problema che mette in crisi l’oralità a svantaggio del contraddittorio. Il concetto di tabula rasa del giudice vergine non esiste più, non dal punto di vista dell’influenza mediatica ma del materiale probatorio.

Un’altra conseguenza del processo mediatico è anche la trasformazione degli indagati e degli imputati in mostri. Su di loro si posa uno stigma sociale difficile da abbandonare, al di là delle risultanze processuali.

Su questo ha ragione: proprio lo spostamento del processo nella fase delle indagini e la morbosità mediatica determinano già una sanzione per gli indagati. Questo è fuori discussione ed è lo stigma peggiore perché il pubblico ministero li presenta in una certa maniera e i giornali danno voce solo a quel racconto. Sono già dei morti che camminano anche se si salveranno e verranno dichiarati innocenti. Saranno per sempre vittime della damnatio memoriae.

Infatti nonostante sentenze di assoluzione, le persone e alcuni colleghi giornalisti su determinati fatti di cronaca continuano a ritenere gli imputati colpevoli, giustificandosi così: “la verità giuridica non è quella storica”.

Esatto, questo è importante: quello che il pm costruisce nei suoi capi di imputazione è la cosiddetta verità storicizzata, come se dicesse a se stesso “il processo è una cosa, ma io come pubblico ministero custodisco la verità”. Il pm costruisce una sua notitia criminis che resta storicizzata, anche se il processo farà un altro corso.

Come usciamo da tutto questo? Adesso abbiamo recepito anche la direttiva europea sulla presunzione di innocenza.

Ma dobbiamo attuarla subito insieme a degli strumenti importanti, come il reclamo, il diritto all’oblio e anche una sanzione disciplinare nei confronti del pubblico ministero che tiene conferenze stampa superando i limiti previsti per il rispetto della presunzione di innocenza. Il primo obiettivo è comunque riappropriarci delle garanzie: tutti gli attori coinvolti devono capire questo, dai pubblici ministeri ai giornalisti. E mai dimenticare che il processo penale non riguarda gli altri, ma domani potrebbe riguardare noi.

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