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L’Italia non sta pagando la transizione energetica dei paesi in via di sviluppo

L’Italia non sta facendo la sua parte per sostenere i paesi più poveri nella transizione climatica. Gli Stati più ricchi avevano promesso di mobilitare 100 miliardi di dollari di risorse ogni anno entro il 2020 per sostenere la transizione energetica di quelli in via di sviluppo. L’impegno risale alla Cop16 di Cancun 2010, ma la cifra non è stata raggiunta.

L’Italia si piazza in fondo tra i membri del G7, assieme agli Stati Uniti. Ma c’è un altro problema: come ha ricordato l’attivista Vanessa Nakate nella giornata inaugurale di Youth4Climate, assemblea dei giovani leader in corso a Milano in vista della Cop26 a Glasgow a novembre, tre quarti dei fondi messi a disposizione per la lotta al cambiamento climatico arrivano sotto forma di prestiti a paesi che in massima parte sono già stritolati dai debiti. Gli accordi del 2010, prudentemente, non specificavano nulla al riguardo.

La situazione è così seria da aver spinto cento paesi a firmare un documento condiviso per ricordare l’impegno in vista della Cop26 di Glasgow e fissare un percorso comune.  Si tratta di metà degli Stati a livello globale: si chiedono più soldi, ma anche di ridurre al più presto le emissioni di gas serra e di prendersi la responsabilità dei danni già provocati. L’Africa, ha sottolineato ancora Nakate, è il paese che subisce di più la crisi climatica, nonostante sia responsabile solo del 3% delle emissioni.

Cosa dicono i dati

Fare i calcoli non è facile. Gli accordi prevedevano che nel totale fossero inclusi i contributi di stati e aziende private. A fornire una stima è l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo): nel 2019 si è raggiunta la cifra di 79,6 miliardi di dollari, in lieve incremento rispetto ai 78,3 del 2018 e ai 71,1 del 2017, quando si verificò un balzo significativo rispetto ai 58,5 miliardi del 2016. La cifra dell’anno passato non è, invece, chiara, ma secondo un rapporto dell’Independent expert group on climate finance datato dicembre 2020 appare “improbabile” che l’obiettivo dei 100 miliardi sia stato centrato.

Non solo. Il traguardo deve essere inteso “come un punto di partenza, non un tetto”, ha sintetizzato Amar Bhattacharya, tra gli autori dello studio, parlando con la Bbc: “Sono stati compiuti alcuni progressi, ma molto resta da fare”. Di miliardi, sostiene il panel, ne servirebbero mille.

A cosa servono i soldi

I fondi servono per mitigare l’impatto dei cambiamenti climatici – inondazioni, siccità, innalzamento dei mari – e per ridurre le emissioni di anidride carbonica adeguando la tecnologia nei paesi che fanno affidamento su fonti fossili. Per dirla con il ministro alla Transizione ecologica Roberto Cingolani durante la presentazione della PreCop 26 milanese, “in molte aree del mondo non esiste energia pulita e l’inquinamento si produce in casa per accendere il fuoco impiegato per le necessità vitali”. Impensabile costringere i governi a cambiare rotta senza incentivi.

C’è, inoltre, un tema culturale. Alti consumi di energia sono visti dai leader di molti stati come una dimostrazione di potenza. Mostrare statistiche consistenti significa prendersi il merito di aver condotto il paese verso un maggiore benessere. In questo senso, per molti, l’obiettivo di una riduzione dei consumi non è desiderabile in sé.

I peggiori della classe: Stati Uniti e Italia

I paesi che hanno fornito maggior supporto, ha spiegato Bhattacharya, sono Germania, Giappone e Francia, in questo ordine. Seguono Regno Unito e Canada. Indietro ci sono gli Stati Uniti (non sorprende: all’epoca dello studio il presidente era Donald Trump, negazionista) e, soprattutto, l’Italia.

All’assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente statunitense Joe Biden in cerca di consensi dopo il disastroso ritiro dall’Afghanistan ha promesso di aumentare l’impegno. Ad aprile la quota profilata era pari a 5,7 miliardi di dollari, ma nei giorni scorsi l’inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che proverà a raddoppiare la cifra, portandola a 11,4 miliardi. Subito è seguita una precisazione: se il Congresso lo concederà.

L’Italia, fanalino di coda, si attesterebbe su 600 milioni di dollari. Va precisato che il dicastero guidato da Roberto Cingolani è stato creato con il governo Draghi e quindi nulla gli può essere imputato per il passato. In una intervista alla Rai, il ministro ha risposto che l’Italia farà la sua parte, senza avventurarsi nei dettagli.

I problemi della transizione

Il tema è delicato, e si scontra con la difficoltà di mettere d’accordo paesi con interessi e posizioni divergenti. Da chi non paga a chi, come il primo ministro australiano Scott Morrison, minaccia di non presentarsi alla Cop26 per difendere l’utilizzo e il commercio di fonti fossili, la lista dei problemi che si possono creare quando si mettono duecento stati attorno a un tavolo è potenzialmente infinita. Soprattutto considerato che il vertice di Glasgow  è il più atteso da quello del 2015 che portò agli accordi di Parigi e che l’obiettivo principale è coinvolgere i paesi in via di sviluppo.

Se ne sono accorti anche i ragazzi di Youth4Climate. L’assenza imprevista del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, impegnato a Roma, ha consentito a Cingolani di lasciare campo libero alle domande dei giovani nella mattinata di mercoledì. Quaranta minuti di confronto nel corso dei quali i delegati hanno potuto esprimere le proprie opinioni sull’esperienza di questi giorni.

Molti hanno apprezzato la possibilità di misurarsi con coetanei provenienti dall’altra parte del mondo. Ma la parte più interessante è stata ascoltare la voce di chi è rimasto scontento. Perché era questo l’intento: mettere i giovani a confronto con la realtà delle conferenze internazionali.  Tra i commenti, quello di una delegata africana che lamentava come nel corso del dibattito siano emerse posizioni minoritarie difficili da includere nel documento finale. La politica può essere frustrante. Soprattutto per chi è giovane.

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