cronaca

L’Italia si prepara a dare una terza dose con il vaccino Pfizer a operatori sanitari e persone fragili

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Per non farsi trovare impreparati, le istituzioni intanto stanno pensando di somministrare una terza dose di vaccino anti-Covid almeno ai soggetti fragili. La scienza però ha ancora tanti interrogativi aperti

vaccini covid
(immagine: Pixabay)

Siamo appena al 25% circa della popolazione italiana (over 12) vaccinata a ciclo completo contro Covid-19, ma si comincia a parlare di somministrare una terza dose. Prematuro? Dipende dai punti di vista: la scienza non può ancora rispondere a tante domande sull’immunità che potrebbero dare indicazioni sull’effettiva necessità e le tempistiche di un ulteriore richiamo, ma la macchina organizzativa – come ha sottolineato il commissario straordinario all’emergenza coronavirus Francesco Paolo Figliuolo – non può aspettare e si deve preparare in anticipo all’eventualità.

Le istituzioni: non si può aspettare

Le domande ancora senza risposta non possono frenare la macchina delle vaccinazioni, secondo il generale Figliuolo, perché non possiamo rischiare di farci trovare (di nuovo) disorganizzati e (di nuovo) senza dosi di vaccino. Bisogna allestire un piano d’azione, anzi forse più d’uno: una strategia ancora emergenziale, e una basata sull’ipotesi che Sars-Cov-2 diventi un virus endemico e che integri la vaccinazione anti-Covid in una forma strutturata sul modello di quella antinfluenzale.

In accordo con l’Unione europea (che non ha intenzione di rinnovare gli accordi con le aziende produttrici di vaccini a vettore virale), si punterà a acquistare dosi del vaccino Pfizer sufficienti a coprire tutta la popolazione italiana, con una riserva consistente.

Non potendo avere riferimenti scientifici certi in questo momento, le istituzioni pensano una nuova fase della campagna vaccinale antiCovid rivolta agli operatori sanitari e ai soggetti fragili. I primi potranno ricevere il richiamo presso le aziende sanitarie, mentre per i secondi si pensa al coinvolgimento di medici di medicina generale e pediatri, perché le tempistiche di somministrazione saranno più diluite, dettate dalla data in cui è stato completato il ciclo vaccinale per come è previsto oggi.

Gli esperti non sanno quanto dura l’immunità da vaccino

Sono ancora molte le risposte che la scienza non riesce a dare sulla protezione conferita dai vaccini. E la ragione è semplice: non c’è stato il tempo per avere questi dati. Come ricorda l’immunologa Antonella Viola su Facebook, “gli studi sulle prime persone vaccinate, quelli di fase 3, sono iniziati circa 9 mesi fa ed è quindi impossibile avere dati certi che vadano oltre questo tempo. Quello che sappiamo con certezza è che, a 9 mesi dalla vaccinazione, le persone sono ancora protette. Con il trascorrere del tempo, potremo pian piano spostare questo termine fino a 1 o 2 anni o magari anche oltre”.

Non è solo questione di dosare gli anticorpi, ribadiscono gli esperti: i vaccini stimolano il sistema immunitario a produrre diverse risposte oltre a quella anticorpale, per esempio quella dei linfociti T, per cui in ballo ci sono più variabili e sarà necessario monitorare il tasso di reinfezioni nella popolazione vaccinata per venirne a capo.

E poi c’è la produzione di cellule della memoria che vengono indotte a liberare di nuovo anticorpi specifici nel momento in cui la minaccia del virus dovesse ripresentarsi. E se, come ipotizzano in tanti, Sars-Cov-2 dovesse diventare endemico, la sua costante presenza nell’ambiente potrebbe mantenere alta l’attenzione del sistema immunitario e, almeno per la popolazione non anziana e non compromessa da altre condizioni, un richiamo non sarebbe necessario.

A questo si aggiunge che chi mantiene una risposta immunitaria rilevante dopo aver avuto Covid o aver completato il ciclo vaccinale potrebbe essere soggetto a effetti collaterali di maggiore entità se sottoposto a un nuovo richiamo.

Che tipo di richiamo?

L’invito degli esperti a non accelerare i tempi per una eventuale terza dose è dovuto anche al fatto che non è ancora possibile prevedere che tipo di richiamo sarebbe più utile. Se i vaccini attuali nel tempo dovessero essere meno efficaci nei confronti delle varianti in circolazione o se Sars-Cov-2 mutasse ancora, forse potrebbe essere più opportuno predisporre un richiamo con un vaccino a mRna modificato ad hoc.

C’è anche il resto del mondo

Tra le obiezioni a chi dà già per scontato che sarà necessario un nuovo richiamo di vaccino anti-Covid c’è anche quella di chi sottolinea come forse sia meglio pensare anche al resto del mondo, o, senza andare troppo lontano da casa, guardare alle persone senza fissa dimora e ai migranti, destinando a loro delle dosi. Sempre nell’ottica di diminuire la circolazione del virus e di diminuire la possibilità di nuove mutazioni.

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