Redazione

Lorenzo Lerose: Ci sono 89 chiese pienamente funzionanti solo a Istanbul, armene, cattoliche, ortodosse, anglicane, e 21 sinagoghe, dire che la Turchia

“Ci sono 89 chiese pienamente funzionanti solo a Istanbul, armene, cattoliche, ortodosse, anglicane, e 21 sinagoghe, dire che la Turchia non rispetta la libertà di culto per la questione di Santa Sofia è fuorviante”, dice assertivo Murat Salim Esenli, l’ambasciatore turco in Italia, che di buon mattino ha convocato i giornalisti nella sua rappresentanza diplomatica a Roma il giorno prima di un anniversario decisivo per il potere ad Ankara: il15 luglio saranno passati quattro anni dal tentato golpe del 2016 che Erdogan sventò attribuendolo ai gulenisti e dando inizio a una lunga scia di repressone e arresti.

Ma la discussione non può che partire dalla riconversione di Santa Sofia, l’ex chiesa, ex moschea, poi museo che ora torna d essere un luogo di culto islamico, con la riprovazione di molti e anche del Papa. Esenli mantiene il punto: “Questa decisione è una decisione sovrana, che ha un fondamento legale, e non restrittiva: la struttura resta aperta a tutti, cristiani, musulmani”, rassicura. Come tutte le moschee, del resto: anche la Moschea Blu che si erge poco lontano da Santa Sofia, nel centro storico di Istanbul, Sultanament, è aperta a tutti, solo che da oggi a Santa Sofia bisognerà entrarci togliendosi le scarpe, in ambienti divisi tra uomini e donne, e le donne con il capo coperto, secondo i precetti islamici. “Questa decisione non cancella la sua accessibilità”, ribadisce l’ambasciatore, “Santa Sofia è anche un sito Unesco e noi conosciamo i criteri che permettono ai siti di restare patrimonio dell’umanità”.

“Non abbiamo mercenari siriani in Libia, Egitto ed Emirati li usano”.

La discussione su Santa Sofia ha catturato l’attenzione dei media, ma i dossier caldi sul tavolo di Esenli sono molteplici: gli interessi turchi e italiani si incrociano a diverse latitudini, a cominciare dalla Libia, dove l’intervento militare turco ha messo in sicurezza il governo di accordo nazionale di al Serraj dall’offensiva del generale Haftar, un governo di cui uno dei principali artefici nel 2015 fu proprio l’Italia.

“La nostra presenza in Libia si basa su due presupposti legali: la risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu 2259 e la richiesta del governo di accordo nazionale di al Serraj”, dice Esenli, “altri invece si muovono fuori dalla legalità internazionale violando l’embargo sulle armi, l’Egitto, gli Emirati, la Francia”.
Gli chiediamo delle inchieste stampa che in questi mesi hanno documentato la presenza di mercenari siriani in Libia al soldo della Turchia. “In Libia ci sono mercenari dal Ciad, dal Sudan, dalla Siria, ma noi non controlliamo questi mercenari, non sappiamo chi siano, da dove vengono, per chi combattono. L’Egitto usa mercenari in Libia, gli Emirati li usano, non noi, la nostra presenza è scritta nello stato di diritto. Guardate piuttosto ai voli tra la Siria e l’est della Libia, guardate all’est non all’Ovest”.

Ad Assad, ai russi? Anche la Russia in Libia viola l’embargo sulle armi? L’ambasciatore resta vago. Ankara e Mosca del resto sono rivali a Tripoli, ma condividono un cruccio comune, la Siria. “Nell’Est della Libia sono arrivate armi molto sofisticate a sostegno di Haftar, ci sono anche i Mirage. Haftar non è affidabile vuole il controllo del Paese militarmente non democraticamente”.

La repressione post-golpe e il caso Kavala

Domani saranno quattro anni dal fallito golpe del 2016 che ha finito di fatto per rafforzare la pressa di Erdogan sul Paese. In Turchia ora la chiamano la giornata della Democrazia e dell’Unità nazionale “Abbiamo dovuto affrontare una organizzazione terroristica per più forte e ramificata di quello che si vede dall’esterno”, dice Esenli.

Ci sono stati “400mila tra arresti e fermi in custodia amministrative”, ammette, “ma circa 200mila di queste persone sono state reintegrate nei loro posti”, per altri i processi continuano. E continuano anche le violazioni dei diritti umani, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo. Come nel caso della detenzione dell’imprenditore e attivista per i diritti civili Osman Kavala, che è in carcere da più di 1000 giorni dopo essere stato accusato di voler rovesciare il governo con le proteste di Gezi Park. La Corte europea dei diritti umani a febbraio ha chiesto alla Turchia di liberare immediatamente Kavala perché non ci sono prove a suo carico e il processo è stato un ingiusto processo.

Esenli difende orgogliosamente l’adesione della Turchia alle leggi internazionali e la possibilità per i cittadini turchi di fare appello alla Corte europea dei diritti umani se pensano che i loro diritti siano stati violati. Gli chiediamo se questo valga anche per il caso Kavala: “La corte europea dei diritti umani ha preso una decisone recente e lo stato turco la sta processando. Ci sarà una decisione: sono passati quattro mesi dalla sentenza della corte europea, non è un periodo lungo”.

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