cronaca

Love, Death and Robots 2: non fate binge-watching e gustatevi ogni episodio

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Il secondo capitolo dell’antologia di fantascienza composta di corti d’animazione, dal 14 maggio su Netflix con otto storie ispirate ai racconti di altrettanti autori Sf, è più bello e organico del primo.

Love Death & Robots, l’antologia fantascientifica composta di corti animati diffusa su Netflix un paio di anni fa, torna con una seconda tranche di storie brevi (nessuna raggiunge i venti minuti), otto contro le diciotto della prima annata, dal 14 maggio su Netflix. Definita da alcuni come una sorta di Black Mirror animata, eletta erede di Heavy Metal da altri, la serie creata sotto l’egida di David Fincher (Sev7n), Tim Miller (Deadpool) e Jennifer Yuh Nelson annoverava storie slegate tra loro – per genere, tematiche e iconografia – ma accomunate dalla presenza di una storia d’amore, di morte o robot (quanto non tutte e tre), ognuna realizzata da uno studio d’animazione differente con le tecniche più eterogenee e innovative. Dai diciotto episodi apparsi sulla piattaforma digitale nel marzo del 2019, si intuiva che i corti di Love Death & Robots fossero tanto svincolati – ogni storia era creata indipendentemente da ciascun studio – da dubitare che Fincher & co avessero davvero investito del tempo nel curare l’antologia cercando di donarle una qualche forma di coerenza.



Tuttavia, tra episodi gustosi (Three Robots), surreali (When the Yoghurt Took Over), cyberpunk (The Witness) e le crudeli parabole femministe dell’adrenalinica Sonnie’s Edge e della steampunk Goodhunting, Love Death & Robots faceva venire voglia di vedere di più. La seconda stagione, per fortuna, è più coesa e si identifica un obiettivo: “mostrare i mondi” creati dalla fantasia dei rispettivi autori e modellati dall’abilità del rispettivo studio. Miller e Nelson ammettono che tale coesione è emersa per caso, tuttavia la riduzione del numero delle storie – solo otto a fronte della doppia decina del primo capitolo – ha giovato all’antologia, che a questo giro elenca di nuovo soggetti totalmente indipendenti(del resto, un’antologia non fa proprio questo?) e dissonanti tra loro ma nessuno “scartabile”.

L’animazione di Love Death & Robots è impressionante: la pastellosa grafica alla Pixar di All Through the House, il tratto stilizzato da racconto horror illustrato di The Tall Grass, il design minimal da videoclip musicale dei Gorillaz, lo stile caricaturale di Automated Customer Service, l’incredibile realismo della computer grafica 3d di Snow in the Desert, nella quale i volti dei protagonisti raggiungono una perfezione tale da essere pressoché indistinguibili da quelli degli attori in carne e ossa.

Gli studi provenienti da tutto il mondo con la loro originalità e individualità sembrano essersi messi d’accordo per comporre un portfolio con le declinazioni più suggestive e sbalorditive dell’animazione, una carrellata di mondi nei quali sembra di aver, davvero, brevemente vissuto. A ciascun episodio sottende un concept accuratissimo, tanto che da quei quattro o dieci o diciassette minuti si percepisce il lavoro monumentale teso a creare un mondo destinato a esistere solo per la durata di un temporale estivo.

Babbi Natale terrificanti (All Through the House), macchine assassine (Automated Customer Service e Life Hutch), mutanti e cyborg (Snow in the Desert), creature misteriose (Ice, Tall Grass, The Drowned Giant), killer sulla via della redenzione (Pop Squad): i protagonisti delle storie di Love Death & Robots sono i soggetti in movimento dei tableau vivant sui quali sono dipinti i mondi – per lo più futuristici, ma ci sono almeno un paio di eccezioni – della serie, scaturiti dalla creatività di autori di fantascienza attivi dagli anni ’50 a oggi. Sul fronte della narrazione, Love Death & Robots dà il suo meglio con i soggetti importati dai racconti di Jg Ballard (The Drowned Giant, 1964) e Joe Lansdale (Tall Grass, 2014): sono i più malinconici e criptici, ambientati in realtà indefinite nel tempo.

La lotta all’ultimo sangue tra l’astronauta dell’adrenalinico Life Hutch (dal racconto di Harlan Ellison del 1956) e  tra la resiliente vecchina del divertentissimo Automated Customer Service (dalla short story di John Scalzi del 2018) contro le macchine di servizio ribelli che cercano di sterminarli costituiscono la frangia action e hard scifi dell’antologia assieme alla punta di diamante dell’antologia Snow in the Desert (dal soggetto di Neal Asher del 2008, su un fuggitivo il cui dna è la chiave per l’immortalità) e alla meno entusiasmante Pop Squad (scritta da Paolo Bacigalupi nel 2006), incentrata su un blade runner che “ritira” i bambini nati illegalmente in un futuro popolato di esseri umani millenari.

Come accennato, a differenza della prima stagione, Love Death & Robots 2 non annovera episodi da scartare, è tutta da vedere, ma accettate un consiglio: non fateci binge-watching ma centellinateli, pena un senso di disorientamento che pregiudicherebbe la visione.

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