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Luca, la Pixar racconta la Liguria (e l’Italia tutta) giocando la carta della nostalgia

Se la storia in sé non brilla per originalità e fa uso di stereotipi, è la resa visiva, con i suoi colori e dettagli, a rendere questo film un inno all’estate italiana degno della Disney

L’Italia è l’Italia anche sott’acqua. Il mondo di Luca (che poi sono le Cinque Terre) ci viene introdotto prima sotto il livello del mare, dove i mostri marini vivono in pace nella loro società contadina e tradizionale. Già sembra l’Italia per come esiste nell’immaginario collettivo del resto del mondo (una gag ricorrente è l’uso dei baffi sui personaggi più assurdi dai mostri marini per l’appunto fino ai gatti). È il tipico scenario Pixar, ovvero un mondo diverso dal nostro ma organizzato come il nostro, non diversamente dal mondo dei mostri-impiegati di Monsters & Co o da quello delle auto-del-midwest di Cars. A questo Enrico Casarosa, regista italianissimo cresciuto professionalmente all’interno dello studio, aggiunge continui riferimenti al passato della Disney (e della Pixar stessa) come ad esempio il desiderio di conoscere la superficie da parte del protagonista, espresso allo stesso modo che in La sirenetta, attraverso la collezione di artefatti umani che capisce poco.

Luca, il mostro marino a cui il mare va stretto, scoprirà ben presto che se emerge il suo corpo squamoso diventa in carne ed ossa (ma se viene bagnato torna squamoso fino a che non si asciuga, un perfetto dispositivo per gag e suspense) e che c’è un suo coetaneo che vive tra superficie e sott’acqua senza i timori che gli hanno messo i suoi genitori. Decide così di fuggire con lui verso il più vicino villaggio, fingersi umano e vivere un’estate italiana tra bulli, amici, gare e un crescente desiderio di conoscere di più. I genitori preoccupati per le insidie terribili del mondo degli umani (che cacciano i mostri marini) lo cercheranno in tutto il villaggio.

È un po’ lo schema narrativo di Coco (secondo riferimento del film), l’insaziabile curiosità di un bambino verso ciò che i genitori non vogliono che faccia lo spinge in un mondo a lui sconosciuto tutto da scoprire. E anche qui c’è una nonna con un ruolo importante. A questo Luca aggiunge il verso senso ultimo del film, il racconto dell’estate italiana. Non lo fa certo con la trama, le parole, le battute o la storia, quella serve a tenere impegnato il pubblico, divertirlo e forse alla fine emozionarlo con la più ecumenica delle chiuse (siamo tutti diversi e possiamo convivere nella diversità). La sua missione Luca la persegue con una gestione della luce eccezionale, con una gamma di colori molto accurata e la capacità di rievocare tutti i sensi tramite vista e udito.

Il calore delle pareti in muratura su cui ha battuto il sole tutto il giorno, il fresco delle notti a cielo aperto, l’afosità dell’ora di pranzo passata in acqua, le cucine degli anni ‘50 mai ristrutturate, il blu del mare aperto e l’odore di sale delle barche dei pescatori. È pieno di piccole grandi madeleine Luca, e a un livello più profondo della sua sola storia il film è un dispositivo di nostalgia. Non è difficile capire che si tratta dei ricordi Enrico Casarosa stesso, tra canzoni anni ‘60, ‘70 e ‘80, e artefatti del made in Italy (il culto della Vespa è riconoscibile più come un’influenza straniera che come un dettaglio realmente italiano), con un livello di precisione nella ricostruzione degna di un film in live action. Quello che questo film dice a un adulto è sicuramente superiore a quel che dice a un bambino.

Al di là del fatto che Luca deve parlare al pubblico di tutto il mondo e quindi si appoggia agli stereotipi sugli italiani (ma attenzione: è un cartone animato Disney, e tutti i cartoni Disney vivono di stereotipi, è la maniera in cui funziona) quella degli spaghetti mangiati fino a scoppiare, dei signori baffuti e delle vecchine del paese è solo la prima lettura. La sceneggiatura è un po’ pedissequa e convenzionale (ad esempio i due protagonisti costruiscono la loro amicizia costruendo un Vespa, più la completano più sono uniti). Quella più profonda è fatta di una cura sofisticata per l’abbigliamento (lo stile del cattivo Ercole è perfetto nel suo mix aspirazionale di provincia) e per gli ambienti. Assieme alla luce, alle tonalità di colori e agli odori che Luca riesce ad evocare per sinestesia, ci sono anche le minuzie dell’architettura marittima italiana che vengono qui elevate da riferimento realistico a segno di un intero modo di essere e vivere. Tutto è fatto per lavorare a braccetto con le memorie individuali.

Luca, con il suo desiderio di conoscenza e ad un certo punto proprio di scolarizzazione assieme agli altri bambini (terzo riferimento: Pinocchio) non sarà mai uno dei grandi capolavori Pixar, gli manca la capacità di prendere qualcosa nel profondo dello spettatore e portarlo di colpo in cima, sorprendendo lui per primo fino a far lacrimare gli occhi per l’evidente sincerità di quel che rappresenta, ma è un film con una cifra visiva così distintiva e una capacità di trasformare in simbolo così tante sensazioni insieme da essere comunque più significativo di tutti gli altri film d’animazioni usciti quest’anno.

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