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Mobbing sui tirocinanti: Studente di Infermieristica vessato e mortificato dalle infermiere di reparto.

Testimonianza di uno studente di infermieristica, vessato e mortificato durante il tirocinio nel reparto di un’ospedale del Nord Italia.

Vessato e mortificato invece che accolto e istruito. Succede all’ospedale S.C., punto di riferimento sanitario nel nord Italia.

Alcuni studenti di infermieristica raccontano di una serie di disavventure causate dagli atteggiamenti ostativi di alcuni colleghi infermieri.

Emblematico il caso di uno studente quarantenne, di origini meridionali, che nel periodo di marzo 2021 si è trovato a dover affrontare vessazioni e soprusi di ogni genere nel reparto dove stava svolgendo tirocinio.

Secondo quanto raccolto dal futuro collega, oltre a denigrare esplicitamente lo studente con frasi inequivocabili si è cercato di diffamarlo accusandolo di aver commesso un reato all’interno dell’unità operativa.

Lo studente per tutelarsi rispetto a questo ha dovuto ricorrere alla consulenza di un avvocato.

Successivamente due infermiere del reparto, le stesse che hanno cercato di diffamarlo, hanno continuato a vessarlo, insultarlo e ridicolizzarlo facendo confronti con altre due studentesse presenti in reparto, giovani e di origini trentine, considerate esempi da imitare.

Lo studente poi si è trovato per tre giorni sotto la supervisione di una delle due infermiere.

In tre giorni lo studente, di secondo anno, è stato affiancato all’oss del reparto e gli sono state affidate mansioni di igiene della persona, nonostante questa non fosse tra gli obiettivi principali del suo tirocinio e non rientrasse nel piano di apprendimento, in quanto obiettivo già raggiunto in tirocini precedenti.

Ricordiamo che l’infermiere, professionista laureato, a differenza dell’oss, lavora per obiettivi e non per mansioni e che il demansionamento è la principale caratteristica che giuridicamente configura il mobbing (sebbene in questo caso non sia in essere un rapporto di lavoro ma comunque un rapporto subordinato che mette lo studente in una posizione di svantaggio rispetto al supervisore).

Infine lo studente aveva chiesto in uno di quei tre giorni, di poter lasciare il reparto 10 minuti prima della fine delle consegne per poter andare a prendere la sua bimba di sei mesi all’asilo nido comunale.

Nonostante normalmente a tutti gli studenti venga concesso di lasciare le consegne in anticipo se sussiste giustificato motivo, allo studente in questione il permesso non solo è stato negato ma quel giorno le consegne si sono protratte oltre l’orario consueto sforando di 20 minuti.

Ricordiamo come il diritto alla paternità sia riconosciuto non solo con leggi dello Stato ma anche con l’Ordinamento aziendale che riconosce permessi retribuiti ai neogenitori dipendenti.

Come risultato è successo che una bambina di sei mesi è rimasta all’asilo nido comunale per 40 minuti oltre l’orario consentito, senza che le educatrici riuscissero a rintracciare I genitori.

Tutto si è fortunatamente risolto nel migliore dei modi per la bimba, ma in casi analoghi le educatrici del nido sono autorizzate a chiamare le forze dell’ordine! Se questo fosse accaduto, quale giudice avrebbe anteposto l’importanza delle consegne in un reparto di geriatria all’abbandono di un minore?

Lo studente ha deciso poi di non inoltrare denuncia per timore di compromettere il percorso universitario, visto che il tirocinio successivo, svoltosi in una struttura sanitaria diversa, ha prodotto risultati molto più che soddisfacenti.

Altri episodi incresciosi si sono verificati, uno dei quali ha addirittura comportato il rischio di compromettere l’iter diagnostico di un paziente, ma per questioni di tutela legale riteniamo opportuno riportare solo quelli documentati e dimostrabili.

Purtroppo quando accadono cose di questo tipo tutti preferiscono mettere a tacere i fatti al più presto, a nessuno conviene che vengano a galla simili situazioni e che vengano indagate le responsabilità ai vari livelli, e chi ci rimette è sempre l’anello più debole: in questo caso lo studente.

Risulta molto difficile difendersi soprattutto in ambienti omertosi e ostili dove si teme di finire nei guai per una parola di troppo.

Ci si chiede se questo genere di cose facciano parte di un sistema vecchio, chiuso e provinciale che ha degenerato in una forma infima o siano il frutto del comportamento antideontologico di singoli soggetti che rovinano l’equilibrio di un’organizzazione che potrebbe funzionare.

E inoltre viene da porsi la domanda se chi coordina il reparto ignori quanto accade, lasciando riflettere sulle capacità di leadership, o ne sia a conoscenza e quindi complice anche di eventuali responsabilità deontologiche e penali.

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