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Monsanto Papers: i documenti che mettono sotto accusa la multinazionale americana

Monsanto Papers: i documenti che mettono sotto accusa la multinazionale americana

Niente whistleblowers o gole profonde. E’ la Corte Federale di San Francisco, per decisione del giudice distrettuale Vince Chhabria, che ha cominciato a desecretare gli atti relativi alle 55 cause pendenti contro Monsanto, multinazionale di biotecnologie agrarie, con circa 18mila dipendenti e un fatturato di 14,5 miliardi di dollari. Cause legali sporte da persone esposte all’erbicida Roundup, che ha come componente chiave il glifosato, che sostengono abbia causato loro e ai loro familiari il tumore al sistema linfatico, linfoma non-Hodgkin.

Documenti che mettono in luce anche il grave e controverso ruolo dell’Environmental Protection Agency (EPA), la massima autorità ambientale americana, il cui ex dirigente Jess Rowland, come emerge dalle mail e dai documenti un funzionario di spicco nella divisione pesticidi, è accusato di aver collaborato con la Monsanto impedendo la revisione degli studi scientifici sull’impatto sanitario del glifosato.

Mail, rapporti, trascrizioni di telefonate, sono di libera consultazione dal 22 marzo sul sito di U.S. Right To Know, la Ong americana che si batte per “perseguire la verità e la trasparenza nel sistema alimentare americano”, che ne sta scrivendo e commentando anche sull’Huffington Post.

Dito puntato contro il ruolo compiacente dell’Epa

La guerra contro il più diffuso erbicida al mondo è aperta, come avevamo annunciato, e si gioca anche a colpi di leaks, FOIA e diritto di sapere dei cittadini. L’opinione pubblica americana è in piena mobilitazione. Oltre al New York Times, diverse testate riportano i dati e i fatti contestati e puntano il dito sul ruolo compiacente di EPA, l’agenzia per la protezione dell’ambiente americana, accusata, come titola Bloomberg, di aver aiutato ad eliminare (“kill”) gli studi sulla cancerogenicità relativi all’erbicida.

Science segnala come, a seguito della rivelazione di queste informazioni, si sia aperto all’interno della New York Medical College un’indagine interna sullo studio scientifico, ora contestato, a firma Gary Williams, pubblicato nel 2000 su Regulatory Toxicology and Pharmacology. Studio che non aveva rivelato alcuna evidenza di effetti nocivi sulle persone, a differenza da quanto documentato dallo IARCl’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro che ha classificato, nel 2015, il glifosato come probabile cancerogeno umano.

La difesa della Monsanto, sono documenti parziali e fuori contesto

Monsanto fa sapere che non ha fatto da “ghostwriter” per gli studi in questione, denunciando che la pubblicazione dei documenti è solo parziale. Sono solo una minima parte di quanto depositato alla Corte di San Francisco, sostiene la multinazionale, presi fuori dal loro contesto, ribadendo che “le attività di Monsanto si basano su un approccio rigidamente scientifico governato da principi di trasparenza e integrità”.

Il dibattito in Europa

Intanto il dibattito rimbalza in Europa, in vista della fusione tra Bayer e Monsanto dove, come ricorda Stéphane Foucart su Le Monde, la messa in discussione della sicurezza dell’uso di glifosato era stata anticipata da uno studio del dott. James Parris (deceduto nel 2010) che ne aveva evidenziato la genotossicità per le cellule umane. Studio alla base della monografia dello IARC, pubblicato appunto nel 2015, che lo inserisce nella classificazione internazionale come probabile cancerogeno.

Ribadendo che, studiare l’effetto mutageno o cancerogeno di prodotti commerciali, è “rilevante dal punto di vista della salute pubblica, “dal momento che è in queste miscele che le persone sono in ultima analisi esposte. Al contrario, il regolamento impone all’ ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche di valutare solo le singole sostanze”.

In Italia il glifosato è bandito, ma solo parzialmente

Così mentre il contenzioso tra IARCEFSA e ECHA, di fatto, non rassicura per niente i cittadini europei e le ONG, che hanno dato vita alla campagna #StopGlifosato con l’obiettivo di raccogliere un milione di firme in Europa, arriva una precisazione dall’Italia rispetto al divieto di uso di prodotti contenenti glifosato.

Un divieto che è, però, solo parziale, come conferma all’Agi l’avvocato Daria Scarciglia: “Nel decreto del Ministero della Salute del 9 agosto 2016 (poi prorogato) sono introdotti due diversi divieti: il divieto di impiego del glifosate in pre-raccolto e pre-trebbiatura o in aree vicine a parchi pubblici e campi sportivi; il divieto di impiego (e la revoca dell’autorizzazione all’immissione in commercio) dei prodotti che contengono il glifosate in associazione con il coformulante ‘ammina di sego polietossilata’ – precisa l’esperta di diritto sanitario e ambientale – quest’ultimo è stato rilevato estremamente tossico se associato al glifosato”.

In parole povere, quindi, non tutto il glifosato è stato ritirato dal commercio, neppure in Italia (qui e qui l’elenco dei prodotti incriminati) ma solo quello associato all’ammina di sego polietossilata. E non tutti gli impieghi sono stati vietati, ma solo l’impiego in aree frequentate dai bambini e dagli sportivi e nel momento del pre-raccolto.

Il glifosato (o glifosate) è un erbicida ad azione disseccante. Lo si usa, in pratica, invece di lasciar fare al sole. Succede nei paesi produttori di cereali che non beneficiano dello stesso nostro clima oppure, che hanno industrializzato completamente i cicli dell’agricoltura.

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