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Mortal Kombat: il film tratto dai videogiochi è un guilty pleasure

La più recente trasposizione cinematografica della saga di videogiochi su Sky e Now. Trama sconclusionata ma regala comunque grandi soddisfazioni grazie a duelli brutali e spettacolari.

Scarseggiano le trasposizioni cinematografiche di videogiochi di cui si ha un bel ricordo: tra queste, l’adattamento di Street Fighter nel 1994 e quello di Mortal Kombat (clamorosamente entrato nella Top Ten dei più visti di Netflix di questa settimana) l’anno successivo restano le più memorabili, nonostante l’aura camp e la fattura da film di serie B non ne facessero capolavori immarcescibili. A distanza di un quarto di secolo, un paio di anni dopo l’uscita del recente (e uno dei migliori) capitolo della saga videoludica, Mortal Kombat 11, su Sky Cinema e Now è sbarcato un nuovo remake del videogame di Ed Boon incentrato sui duelli all’ultimo sangue tra i guerrieri più forti per la conquista della Terra. Il Mortal Kombat del regista esordiente Simon McQuoid è un reboot, per tanto ignora i due film che avevano deliziato la generazione precedente (l’uscita in sala del primo, dozzinale eppure energico, dei due era stato un fenomeno mediatico con un folto seguito di entusiasti) e confeziona una action vagamente derivativo di The Storm Riders studiato come prequel della saga.

I “mortal kombat” del titolo sono gli scontri tra guerrieri che animano un torneo di arti marziali intergalattico a cui partecipano esponenti dell’Outworld e dell’Earthrealm (la Terra), ufficialmente con lo scopo di determinare chi sia il più forte. In realtà, il premio per i campioni alieni che riuscissero a sconfiggere quelli schierati con il nostro mondo per dieci volte di fila, è proprio il controllo del nostro pianeta. Se il film diretto dal futuro autore di Resident Evil, Paul Ws Anderson, riuniva alcuni dei personaggi più popolari del videogioco – da Liu Kang a Johnny Cage passando per Kitana – la versione del 2021 opera la scelta azzardata di eliminare gli ultimi due (tenuti in serbo per i capitoli successivi) e relegare il campione Shaolin a una parte secondaria. Nei panni del protagonista, una figura inedita, quella di Cole Young, lottatore di arti marziali miste che si scopre discendente del grande maestro Hanzo Hasashi, nonché il nuovo “chosen one” (“predestinato”) a trionfare nel Mortal Kombat e salvare la Terra.

Il problema principale di Cole, interpretato da Lewis Tan di Wu Assassins, è di avere il carisma di una rapa e nessuna credibilità come supercampione. L’altro problema riguarda la regia di Simon McQuoid, incapace di trovare un equilibrio tra l’incessante fanservice e le ambizioni di porre le basi per un grandioso (?) franchise. Considerato quanto vasto, dopo tre decenni, sia ancora il bacino di estimatori di fan della saga videoludica, l’ideale sarebbe stato per McQuoid omettere drasticamente gli “spiegoni” relativi a storia e personaggi e immergere lo spettatore in un turbine di scontri che hanno come unico limite al citazionismo (è evidente che in fase di pre-produzione si siano susseguite le riunioni sulle fatality da inserire nella versione cinematografica, privilegiando le più famose ma non troppo efferate per il grande schermo) fosse il bollino della censura.

Mortal Kombat è estremamente violento e alcune coreografie di combattimento sono davvero soddisfacenti, ma la trama è costruita in un modo incoerente e interrompe gli scontri iniziali per mostrare le reclute del torneo – oltre a Cole, vengono introdotti alcuni personaggi veterani, la soldatessa Sonya Blade, il suo alleato Jax e il meschino mercenario Kano – alle prese con gli allenamenti. Ancor più disarmante, il film non ospita un vero e proprio torneo volto a “Test your might” (è solo una delle frasi celebri del videogioco), ma un susseguirsi di duelli al di fuori del ring scaturiti dal genio strategico dei buoni che vorrebbero “dividere e conquistare” il nemico prima della gara e dopo che un’iniziale, violentissima ed entusiasmante carneficina ha privato la lotta di alcuni lottatori chiave.

Quello che funziona, invece, la parte più aderente alla fonte, a partire dal cameo del gigantesco guerriero con quattro braccia, Goro. La linea narrativa che ricostruisce la rivalità tra Sonya e Kano lascia meritato tempo filmico al mercenario australiano e alla sua personale parabola di uomo amorale e opportunista, traditore e vile quanto basta da farne uno intrigante villain. Tadanobu Asano di Ichi the Killer non fornisce la sua interpretazione migliore ma nel ruolo della guida e mentore di Cole, Lord Raiden, fa un lavoro eccelso rispetto a Christopher Lambert e al suo scialbo Dio del tuono del 1995 dalle battutine ridicole. Tuttavia, la vera chicca, sia per i seguaci della saga che per i neofiti, è il tempo narrativo riservato al personaggio migliore dell’intera saga: Scorpion, ninja tornato dagli inferi, accecato dalla rabbia e dalla vendetta.

Il ruolo è andato a un attore di indiscusso talento come l’Hiroyuki Sanada di Westworld, cui è affidato il compito di svelare gli eventi che hanno trasformato Hanzo Hasashi da virtuoso maestro di arti marziali a infernale vendicatore armato di kunai. Suo implacabile avversario, il glaciale Sub-zero: dominatore del fuoco il primo e del ghiaccio il secondo, si sfidano in quello che porterà alla “flawless victory”, il duello più eccitante del film (ma parzialmente rovinato da un’inopportuna intromissione). Potremmo liquidare Mortal Kombat come scoordinato, insulso e mediocre, ma a conti fatti è un action divertente con una quota di violenza di innegabile intrattenimento, un guilty pleasure con un sostanziale margine di miglioramento da inserire nei sequel. “IT HAS BEGUN!

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