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Museo civiltà romana, l’odissea dell’esposizione chiusa dal 2014 tra costi nascosti e rinvii continui

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Chiuso temporaneamente per lavori di riqualificazione e messa in sicurezza”, si legge tra le informazioni pratiche all’interno del portale dedicato al Museo. “Attualmente chiuso in previsione di lavori di riqualificazione dell’edificio”, è invece l’indicazione presente all’interno della pagina del Museo sul portale della Sovrintendenza capitolina ai beni culturali. In realtà, il Museo della civiltà romana – come il Planetario e il Museo astronomico dell’Eur – è chiuso da gennaio 2014 e da allora non ha mai riaperto. La speranza che si trattasse di un sigillo temporaneo di alcune sale per la riqualificazione, la messa a norma degli impianti e l’eliminazione delle barriere architettoniche è durata solo qualche giorno, fino alla valutazione del Piano di riqualificazione da parte degli ispettori del Ministero del lavoro. Negativa.

“Effettivamente è una struttura che dagli anni Cinquanta non ha mai avuto alcun intervento di manutenzione straordinaria, la chiusura si è resa necessaria per motivi di sicurezza, sia per i lavoratori che per i visitatori”, spiegava il Sovrintendente Claudio Parisi Presicce. Spiegando che si sarebbe trattato di “lavori importanti che coinvolgeranno una struttura di oltre 35mila metri quadrati. Ci vorranno almeno due anni per terminarli dal momento in cui cominciano. In ogni caso stiamo pensando ad una soluzione alternativa per non privare completamente i visitatori del patrimonio museale, ovviamente in un’altra struttura”.

Nessuna di queste previsioni è stata rispettata, sfortunatamente. Ed è un peccato. Perchè il Museo, allestito nei padiglioni progettati dagli architetti Aschieri, Bernardini, Pascoletti e Peresutti per l’Esposizione universale del 1942, ma inaugurato nel 1955, è unico nel suo genere. Conserva in massima parte riproduzioni: calchi di statue e di iscrizioni, di rilievi e di parti di edifici a grandezza naturale. Plastici che ricostruiscono monumenti e complessi architettonici di Roma e delle provincie dell’impero romano e testimonianze della cosiddetta “cultura materiale”: incluso, naturalmente, il grande plastico della Roma imperiale realizzato da Italo Gismondi. Un riuscitissimo mix tra quanto raccolto in occasione della Mostra Archeologica del 1911, del Museo dell’Impero Romano e della Mostra Augustea della Romanità. Un museo “importante”, ma anche apprezzato, come dimostrano gli oltre 113.757 ingressi registrati nel 2013.

Negli oltre sei anni trascorsi dalla chiusura qualcosa si è fatto, anche sulla spinta di cittadini, associazioni come “Conosciamo l’Eur” e “Amici del Planetario”, e gruppi Facebook come “Riapriamo il Museo della civiltà romana”, ideato nel 2017 da Elisabetta Rossi, che raccoglie oltre 6.200 iscritti. Il gruppo ha promosso una petizione su change.org – ricevendo oltre 7mila adesioni – e una serie di manifestazioni d iprotesta e giornate dedicate alla pulizia degli spazi esterni, necessaria per evitare che il degrado divenisse insanabile. Recentemente Eleonora Guadagno, consigliera del M5s e Presidente della Commissione Cultura di Roma Capitale, ha rassicurato tutti. “Per riaprire la Sala del Plastico Gismondi occorrono ancora 1 milione e 200mila euro da inserire nella prossima variazione di bilancio, nell’intento di vedere presto avviato anche un altro cantiere”. Invece “i lavori al Planetario sono cominciati ai primi di marzo e stanno procedendo celermente: se non ci saranno intoppi, dovrebbero concludersi entro giugno, affinché la messa in funzione e l’apertura al pubblico possano avvenire dopo i mesi estivi”. Con i 680mila euro stanziati saranno assicurati la pulizia della sala, la riqualificazione della cupola e la messa a norma degli impianti elettrico e di condizionamento, oltre alle misure necessarie all’idoneità dell’ambiente e degli arredi ai sensi delle normative antincendio.

Insomma, la riapertura del planetario ormai sembra vicina. Per quanto riguarda il Museo della civiltà romana, invece, le incertezze sono maggiori e i tempi più lunghi. “Abbiamo inserito il progetto e la richiesta di un importo di 18 milioni, tra quelli che aspirano a beneficiare delle risorse del Recovery plan”, ha spiegato a ilfattoquotidiano.it la presidente Guadagno. Un capitolo, l’ennesimo, di una vicenda complicata, non solo dalla mancanza delle risorse necessarie. Già, perchè nel 2014 – a pochi mesi dalla chiusura – i soldi per l’affidamento dei lavori c’erano. Ma la gara d’appalto avviata il 31 marzo 2014 ebbe dei ritardi nell’aggiudicazione a causa dei numerosi ricorsi al Tar presentati dalle ditte escluse. Finalmente a maggio 2016 la Sovrintendenza capitolina, conclusa positivamente la vertenza, aggiudicò i lavori alla Sicobe srl. Problemi risolti, quindi? Tutt’altro.

La chiusura prolungata della struttura, infatti, ha accentuato i problemi di umidità e infiltrazione nelle sale espositive. Sono necessari nuovi lavori di manutenzione rispetto alla redazione del progetto definitivo, riguardanti in particolare le infiltrazioni di acqua piovana dalle superfici di copertura (che si estendono per circa 15mila metri quadri) e dalle pavimentazioni esterne. Il sopralluogo effettuato il 20 febbraio 2017 dalla Commissione capitolina Cultura accerta lo stato di degrado dello stabile e la mancata messa in sicurezza di alcune opere che rischiano il definitivo deterioramento e la perdita del loro valore artistico. Attraverso un’apposita variazione al bilancio di previsione 2017, il Comune destina 722.815,21 euro per il restauro e il risanamento delle coperture e delle pavimentazioni, il rifacimento degli intonaci e le tinteggiature degradate.

A giugno 2017, con un impegno di spesa parziale, finalmente prendono avvio i lavori per il risanamento e la messa in sicurezza, terminati nell’estate del 2019. Anche se per la consegna formale sono necessari ancora alcuni passaggi. In corso d’opera ci si accorge della necessità di ulteriori interventi, riguardanti il piano di copertura, la terrazza esterna e la galleria di congiunzione. Lavori, per un importo di 268.972,84 euro, regolarmente appaltati alla Saico srl. Che ha iniziato il cantiere ad ottobre 2020 e prosegue negli interventi. “Il Museo deve riaprire, ad ogni costo. La città non può continuare a farne a meno”, spiega a ilfattoquotidiano.it Elisabetta Rossi, Presidente di “Conosciamo l’Eur”. Ma l’esito positivo della vicenda non sembra vicino. Per questo le associazioni continuano il loro impegno. Per evitare che il Museo si trasformi nell’ennesima opera incompiuta di Roma.

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