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Per far funzionare il Mose di Venezia servono previsioni meteo migliori

(Foto di Luca Zanon/Corbis via Getty Images)

È stata tra le opere più discusse degli ultimi anni, sotto qualsiasi punto di vista: ambientale, giudiziario, logistico, economico. Ed è probabile che, malgrado l’entrata in azione da un anno, continuerà a far discutere il Mose (Modulo sperimentale elettromeccanico), l’opera non ancora del tutto conclusa che mira a proteggere Venezia dall’acqua alta. Soprattutto se, al netto di tutti i costi già sostenuti, non funzionasse a dovere. E per funzionare a dovere, ingegneria e tecnica a parte delle 78 paratoie mobili, a funzionare dovranno essere le previsioni. Quelle che di fatto “muovono” il Mose.

A portare l’accento sulla necessità di migliorare le previsioni per far funzionare davvero il Mose, a maggior ragione considerati gli eventi estremi che hanno colpito la città negli ultimissimi anni (le immagini del 2019 sono ancora ricordi recenti) complici i cambiamenti climatici, è un articolo apparso sulle pagine di Eos, magazine dell’American Geophysical Union, che rilancia a sua volta uno speciale tutto dedicato a Venezia apparso su Natural Hazards and Earth System Sciences: quattro articoli che dissezionano il passato delle inondazioni che hanno colpito la città, analizzano trend e si lanciano in proiezioni e raccomandazioni per il futuro.

La questione è complessa e al tempo stesso banale: previsioni sbagliate costano a chiunque possa essere direttamente coinvolto (attività portuali, negozianti, albergatori, comuni cittadini) sia in un senso che nell’altro, ovvero sia quando sottostimano un evento (come avvenuto lo scorso anno, con tutte le polemiche che ne sono derivate) sia quando sono esagerate, come illustra uno degli articoli dello speciale. “È importante capire che la decisione di chiudere la laguna è presa sulla base delle previsioni dei livelli dell’acqua, del vento e della pioggia 4-6 ore prima dell’evento – scrivono gli autori –. Una volta che si sia deciso di chiudere, si identifica un livello dell’acqua che dipende dalle condizioni meteorologiche (vento e pioggia). Una volta che si raggiunge questo livello le barriere vengono chiuse. È per questo che sono le previsioni quelle che alla fine decidono se il Mose sarà o meno operativo”. E che, a valle, decidono la salute sociale ed economica della laguna.

Di sistemi che si occupino di previsioni di mareggiate, continuano gli autori, ovviamente ne esistono. Ma è necessario – quanto più in considerazione del peso che avranno l’innalzamento dei mari e l’acuirsi degli eventi estremi– ottimizzarne il funzionamento. Quattro le aree su cui puntare indicate dai ricercatori: migliorare in primis le previsioni meteo, puntando soprattutto a investire nei sistemi che offrano alte risoluzioni per previsioni puntuali su piccola scala. A seguire: sviluppare delle previsioni che permettano di stimare l’incertezza legata alla previsioni stesse e di prendere decisioni. Si tratta più propriamente di esemble forecasting in cui vengono prodotte più previsioni. Terzo punto: ottimizzare il monitoraggio continuo dei livelli dell’acqua. Infine: puntare a un sistema di previsioni multi-modello, valutandone diversi e identificando il più appropriato alle diverse condizioni meteo.

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