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Pornhub continua a non spiegarci come verifichi età e consenso nei video

Trentaquattro donne negli Stati Uniti denunciano il colosso di aver pubblicato contenuti di stupri o molestie girati dai loro ex fidanzati, è l’ennesima prova che il colosso canadese non verifica come dovrebbe ciò che passa per i suoi siti

Alcuni mesi fa, era dicembre, una lunga inchiesta del New York Times firmata da Nicholas Kristof aveva travolto Pornhub, il portale di riferimento per la pornografia mondiale. Il quotidiano aveva denunciato la diffusione sulla piattaforma di video contenenti abusi sessuali, anche su minori, e di contenuti intimi evidentemente caricati contro ogni consenso. E poi scaricati, rilanciati ancora e mantenuti online per lungo tempo nonostante le richieste di rimozione dei diretti interessati. Identità violate e distrutte in modo devastante, video caricati senza il consenso di chi appare in situazioni a dir poco private e abusi, appunto anche su bambini e adolescenti.

Pornhub lancia il suo sito mirror Tor fornendo una maggior protezione e anonimato ai suoi utenti (immagine: Gabriele Porro)

MindGeek, la holding canadese dietro Pornhub che ormai controlla un bel pezzo del mercato del porno con oltre cento siti dedicati, case di produzione e distribuzione, aveva risposto eliminando milioni di video dal suo database (si passò dal giorno alla notte da 13,5 milioni di clip a 4,7). Segno che l’accusa colpiva in pieno e che il porno contemporaneo è intriso di contenuti che, talvolta con l’assenso di attrici pur spesso condotte al limite, o appunto attraverso contenuti trafugati e caricati fuori da ogni logica, fanno leva sulla cultura dell’abuso e dello stupro. Ora i nodi, anche legali, cominciano a concretizzarsi, confermando la solidità dell’inchiesta del New York Times.

Trentaquattro donne hanno infatti fanno causa a Mindgeek, perché alcuni video che le ritraggono sarebbero finiti in pasto a milioni di persone senza il loro consenso. La citazione in un tribunale della California accusa il gruppo canadese di gestire una “impresa criminale” e di aver violato una legge americana che protegge le vittime di traffico e violenza sessuale. La Cbs ha per esempio citato la testimonianza di una donna che ha spiegato di aver avuto solo 17 anni quando l’allora fidanzato la convinse a girare un video nuda e di aver scoperto quella clip anni dopo, su Pornhub.

Un’altra donna, Serena Fleites, l’unica che non ha voluta restare anonima, ha raccontato di aver scoperto nel 2014 della pubblicazione sul sito di un video “sessualmente esplicito” che il suo ragazzo l’aveva costretta a girare quando aveva appena 13 anni. La clip è rimasta online fino a quando l’adolescente, fingendosi sua madre, ha presentato richiesta di rimozione al sito. Richiesta onorata solo dopo molte settimane, tempo in cui la clip è rimasta visibile (a disposizione di ulteriori registrazioni, scaricamenti e caricamenti su altre piattaforme).

Al solito, Pornhub risponde in modo scomposto. Lo aveva fatto anche in un primo momento dopo l’inchiesta del NY Times, quando dopo aver provato prima a limitare gli upload ai soli utenti verificati e poi essersi rassegnata a eliminare quell’immondizia pur di non perdere l’affiliazione ai pagamenti Mastercard e Visa, la società aveva attaccato tirando in ballo Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat e Twitter che “devono ancora istituire” la possibilità di caricamento dei contenuti solo da parte di account verificati. E che a dire della società hanno rimosso milioni di contenuti di abusi contro le poche decine di Pornhub. Fuoco negli occhi: il core business di quei social non è il porno, che è proibito dalle condizioni d’uso. Di che parlava?

Anche in questo caso il colosso ha definito le accuse delle 34 donne come “false” e “assurde”. Ed è davvero complesso comprendere l’uso di questi termini di fronte a persone che si sono ritrovate, loro malgrado, scaraventate nella più grande piattaforma di pornografia al mondo da 3,5 miliardi di visite, considerando le varie sigle afferenti a MindGeek (RedTube, Tube8 e YouPorn e molti altri). Tutti i video caricati dagli utenti sulla piattaforma sono controllati da moderatori prima della pubblicazione, ha spiegato il gruppo. Ma queste vicende vanno avanti da anni e ovviamente ciò che si fa ora, ammesso che sia vero, non valeva tempo fa.

In più, visto che vengono tirati in ballo i moderatori, viene da domandarsi in che modo esattamente queste persone siano in grado di verificare l’età, il consenso e le pratiche delle clip caricate? Se allora erano operativi, evidentemente hanno fallito sistematicamente. Se non lo erano, Pornhub non potrà che riconoscere le accuse. Se oggi lo sono davvero, sarebbe utile capire esattamente secondo quali strumenti possano verificare aspetti delicatissimi legati a contenuti sessuali.

I legali delle donne sottolineano che l’obiettivo dell’azione “non è la pornografia” ma “una classica impresa criminale” il cui modello di business si basa sullo sfruttamento a scopo di lucro di contenuti sessuali non consensuali. Nella denuncia, infatti, si parla di quattordici casi in cui le vittime erano minorenni all’epoca delle violenze, motivo per cui viene anche contestato il “traffico sessuale di minori”. Al di là dell’indagine, MindGeek dovrebbe avviare un’azione di trasparenza senza precedenti, spiegando davvero se e come controlla i contenuti che gli utenti caricano (al di là del riconoscimento facciale di chi carica, annunciato mesi fa, il punto centrale è proprio il consenso delle persone ritratte nei video). Limitarsi a respingere le accuse, suffragate da fatti e documenti, non è semplicemente accettabile.

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