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Prosecco: 25 bottiglie top e come degustarle

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Il Prosecco è il vino italiano più venduto al mondo, e non serve attendere le statistiche per sapere che sarà il vino più bevuto delle Feste. Anche senza bisogno di un brindisi, è immancabile in ogni aperitivo dentro ad uno spritz, è diventato onnipresente nelle nostre vite e affolla gli scaffali dei supermercati. Ma se ne parli con un sommelier… storce il naso. Non è snobbismo, è che in mezzo a mezzo miliardo di bottiglie prodotte ogni anno (stima per difetto), trovarne uno buono è come cercare un ago in un pagliaio.

Ma è possibile e anzi, doveroso perché si può davvero assaggiare qualcosa di speciale.

Nella gallery sopra le nostre scelte

IL BOOM 


La produzione di Prosecco è triplicata dal 2008 in dieci anni, ossia da quando nel 2009 questo “vino italiano con le bollicine” ha ottenuto le denominazioni DOC e DOCG. Una battaglia avvenuta per proteggere un marchio che a livello internazionale cominciava ad essere insidiato dalla concorrenza: da lì il boom. Se lo ricorda bene Michele Rimpici, veronese di origine, fondatore di Cantina Urbana a Milano e all’epoca Export Manager per Cavit. «Nel 2008 c’è stato uno switch. Ero a Londra e l’intero Regno Unito è passato dal bere Cava spagnolo al Prosecco.

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Un vino che fino ad allora si faceva fatica a vendere, è diventato un cult. I motivi solo almeno tre: è italiano, è un vino facile da bere a base di un’uva aromatica e con un importante residuo zuccherino che piace alle masse, e poi ha il prezzo. Anno dopo anno è riuscito a mangiare quote di mercato al mondo del Metodo Classico: ha invaso le corsie della grande distribuzione e oramai alle feste o ai matrimoni all’estero arriva il Prosecco». Facciamo un passo indietro.

NON CHIAMATELO CHAMPAGNE ITALIANO


Rispolverano le nozioni del corso da sommelier, è meglio prima fare un po’ di chiarezza. Il Prosecco è un vino prodotto fra Veneto e Friuli a partire da uve glera vinificate come spumante. Il metodo con cui le uve vengono spumantizzate è chiamato Charmant o Martinotti, avviene in grosse cisterne – mentre lo Champagne o il Franciacorta invece sono prodotti con uve Chardonnay e il Metodo detto Classico, una lavorazione che richiede più passaggi, più tempo e che avviene in bottiglia (da qui la differenza sostanziale di prezzo). Per intenderci quindi non il esiste il “prosecco di verdicchio” e o lo “champagne italiano”.

Oltre alla denominazione di base, il Prosecco DOC, che fa i grandi numeri, si possono distinguere anche il più pregiato Prosecco Storico o di Conegliano-Valdobbiadene Superiore DOCG, per finire al top della piramide con il Rive prodotto solo in poche aree particolarmente vocate dette per l’appunto”rive”, e infine il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene Superiore di Cartizze DOCG – il più pregiato grazie alla zona di produzione collinare, una bassa resa delle vigne e la selezione delle uve. La differenza, si sente.

DIFFERENZIARSI E DIVENTARE ROSA


Il Prosecco quindi non è tutto uguale, e anzi c’è chi tenta ad ogni costo di differenziarsi e di elevare un marchio (un’immagine e un prezzo) che ad oggi è quello di un vino di largo consumo, prodotto industrialmente puntando a fare volumi a basso costo. La produzione cresce e per la maggior parte va all’estero, con tassi in continua crescita: ma non è tutto oro quel che luccica. L’area di produzione è oramai satura di vigne e ogni mercato che si basa su bassi margini e grandi numeri è appeso ad un filo: basta una nuova moda, o una crisi inaspettata, per configurare un disastro – il Moscato d’Asti insegna.

Con fortunato tempismo, il Prosecco nel 2020 è diventato anche rosè, per incontrare la moda dei vini rosati che sta spopolando un po’ in tutto il mondo. Da disciplinare si ammette ora che quel 15% di vino non glera presente nelle bottiglie possa essere anche rosso. Ma quella è zona di rossi? «Una volta nella zona del Prosecco si beveva un rosato, il Raboso, ma poi le vigne sono state quasi tutte espiantate per far posto al glera» Oggi quindi si usa tendenzialmente pinot nero e si attende il successo: la stima di vendite del Consorzio è di 20 milioni di bottiglie quest’anno e un 40-50 milioni di bottiglie vendute entro fine 2021. È la new entry dell’anno, quindi in gallery trovate le molte novità per queste Feste che promettono color bocciolo di rosa e al naso note di fragola e lampone.

IN PRINCIPIO FU MOSSO O TRANQUILLO

«Le bollicine fanno parte di un mondo terzo che non è quello del vino – prosegue Michele – ma una categoria a sé stante. È legato al concetto di festa, di brindisi, di cerimonia. La bollicina è un momento di stile di vita, di entertainement: è un momento da vivere più che un vino da bere. Ma la cosa dello sbocciare e del tappo che salta, ecco, quello non è il Prosecco». In che senso? «Che il tappo a fungo da Champagne è un’invenzione moderna. Fino a vent’anni fa il Prosecco da noi era un vino che la gente imbottigliava in casa con il tappo a corona, e non aveva quelle bollicine che vediamo oggi, ma semplicemente un po’ di frizzantezza dovuta al naturale processo di fermentazione che avveniva in bottiglia. Non si beveva spumante e non faceva il botto, quella è un’invenzione nata sull’onda della moda, del festeggiamento, dello champagne. Anzi, da noi si il Prosecco di beveva “mosso” o “tranquillo”, che oggi sopravvive solo nel mercato local». Infatti da Cantina Urbana il suo vino frizzante si chiama El Moss, 100% glera bio, tappo da birra a 6.90€.

COSA PROVARE: LE  REGOLE GENERALI


Se il Prosecco è un mercato di massa da grandi numeri, ci sono i “prosecchisti” storici e i piccoli produttori che non vogliono accontentarsi e continuano a valorizzare un prodotto di cui andare orgogliosi «Ci sono i Valdo, i Bisol, Canevel, Collalto, Follador, Adami, Nino Franco, tutti marchi storici che coltivano le loro vigne, hanno un portfolio ampio e bottiglie interessanti da bere» spiega Michele. Non solo trovate più di marketing che di sostanza come i Prosecchi Millesimati spacciati per grandi specialità – lo sono tutti i Prosecchi perché questo è un vino che non si invecchia e che finisce quindi ogni anno direttamente in bottiglia. Di tendenza anche le bottiglie Extra Brut o Pas Dosè, che puntano ad un prodotto più secco e meno amabile, per palati più raffinati, peccato che l’uva glera sia un vitigno semiaromatico e che la sua specificità sia proprio quella di essere “dolce” – infatti il prosecco sta meglio con il dessert e i formaggi stagionati piuttosto che con un antipasto di pesce. Divertenti invece gli esperimenti di vinificare con Metodo Classico le uve glera, per valorizzarle al meglio, in purezza o con uve chardonnay.

PROSECCHI ALTERNATIVI, ANZI ORIGINALI

Last but not least, non bisogna dimenticare i nomi di nicchia che non arrivano nei supermercati e che spesso lavorano ancora con il metodo ancestrale “colfondo”, rifermentato in bottiglia e con i lieviti ancora in sospensione «Casa Coste Piane, Costadilà, Famiglia Marchiori, Ca’ del Zago, Gregoletto, Silvano Follador, Adami, Malibran, Nino Franco… bottiglie con una storia che si trovano anche in qualche enoteca, ma quelle da enofighetti un po’ hispter, e online». Hanno il tappo a corona o quello da vino legato con lo spago. Moda anche questa?«Come il vino in anfora, è solo il vino come si faceva una volta. Ma il bello del Prosecco è un po’ come per il Lambrusco: è un vino pop come la musica leggera, piace, è allegro, di diverte. E puoi bere bottiglie interessanti spendendo molto poco rispetto a qualunque altro vino». La nostra selezione, nella gallery.

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