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Puglia, un futuro con vista sul 2027

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Dopo sette anni di stimoli grazie alla spinta dei fondi comunitari (2014-2020), è tempo di bilanci: più startup sul territor io, più investimenti in ricerca e sviluppo da parte delle imprese e voglia di agganciare scenari in costante trasformazione

(foto: Pixabay)

Il 2020 è già passato alla Storia come l’anno della pandemia da Covid-19, uno choc che ha rimesso in discussione molte certezze e contribuirà alla scrittura di un futuro diverso. Ma il 2020 era anche l’annata di riferimento per gli attori coinvolti nelle politiche di coesione: nei sette anni compresi nell’arco 2014-2020, infatti, Stati membri e regioni hanno implementato numerosi programmi per raggiungere obiettivi di crescita e sviluppo coerenti con le priorità locali attraverso la spinta economica dei fondi comunitari.

Un impegno che ha visto in prima linea anche la Regione Puglia, che nel suo Programma operativo regionale (che integra risorse Fesr (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) e Fse (Fondo Sociale Europeo), ha concentrato gli sforzi per favorire le politiche di ricerca e l’innovazione, incentivare l’occupazione e l’inclusione sociale, rafforzare la capacità amministrativa e potenziare l’infrastrutturazione e la messa in sicurezza del territorio. L’obiettivo, come indicato anche dai documenti “SmartPuglia 2020” e “Agenda Digitale Puglia2020”, era imprimere un’accelerazione alla strategia regionale per la specializzazione intelligente, proiettando le imprese e i territori verso il futuro, attraverso l’aggancio a trend industriali e tecnologici non più rimandabili.

È tempo di bilanci per una regione che, nell’anno prepandemico, vedeva il Pil crescere dello 0,7 (al terzo posto su scala nazionale), l’export segnare un +10,42% con 8,963 miliardi e l’occupazione salire di 90mila unità, per una cifra di occupati pari a 1,234 milioni (erano 1,144 milioni nel 2014). Indicatori che il 2020 ha messo alla prova, nel quadro di una dinamica che ovviamente investe tutto il Paese e che ha visto la Puglia fare meglio a partire dal terzo trimestre nel quadro di un più generale recupero.

Molto resta da fare e, sottolinea l’assessore allo Sviluppo economico della Regione Puglia Alessandro Delli Noci “il Covid ha creato grandissime difficoltà per le piccole imprese, penso ai settori del commercio, dei servizi, del wedding che hanno un bel peso per il Pil regionale. Possiamo sostenerli dando liquidità. La sfida della prossima programmazione dei fondi comunitari 2021-2027 è proprio questa: continuare a garantire la liquidità delle micro e piccole imprese per favorire la ripartenza e, soprattutto, rinnovare gli strumenti di agevolazione per la creazione di nuova imprenditorialità ed implementare le nostre misure per sostenere i programmi di sviluppo, di riorganizzazione produttiva e di mercato delle imprese pugliesi. Un’altra sfida per il futuro è il matching tra pubblico e privato. Su questa sfida noi proveremo a inserire un nuovo paradigma basato sul tema degli acceleratori di impresa. Vorremmo creare acceleratori di impresa pubblici incubando all’interno delle università idee che possono avere opportunità di mercato. Per realizzare tutto ciò vogliamo provare a creare una complementarietà tra la prossima programmazione dei fondi comunitari e il Recovery Plan, capire come incastrare i due finanziamenti e come possiamo essere protagonisti attraverso una piattaforma progettuale nuova, soprattutto cogliendo delle sfide che sono determinanti per la Regione e che sono parte importante del piano del governo”.

Lo sguardo è al futuro, alla programmazione che verrà e che può porsi in scia di continuità con le azioni del ciclo 2014-2020, una fase contrassegnata dal lancio di strumenti per lo sviluppo delle imprese che hanno movimentato fino ad oggi investimenti per più di 5,4 miliardi di euro. Oltre 13mila iniziative imprenditoriali sono state agevolate dalle misure e 27mila nuovi occupati sono stati creati, grazie al boost regionale.

La capacità di spesa dei fondi da parte è stata confermata, a inizio anno, anche dalla ricognizione dell’Agenzia per la Coesione Territoriale che certifica, per la Puglia, una spesa di 3 miliardi 232 milioni 96.180 euro sui complessivi 4 miliardi 450 milioni 599.375 euro del Programma Operativo 2014-2020.

I numeri dicono molto ma sono i dettagli a raccontare meglio il ciclo che volge al termine: gli investimenti in ricerca e innovazione sono saliti al 40,2% rispetto al 18% del vecchio ciclo di programmazione; gli investimenti realizzati da gruppi esteri (attraverso i Contratti di programma) occupano il 52% del totale e valgono, ad aprile 2021, più di 816 milioni di euro. Il numero delle startup è in forte ascesa e nel 2020 ha segnato il suo massimo storico, favorito anche dallo strumento Tecnonidi, che ha agevolato dal 2017 a oggi cento progetti per 22 milioni di euro.

Antonio De Vito, direttore generale di Puglia Sviluppo, l’organismo intermedio e finanziario di Regione Puglia, traccia un bilancio: “Sicuramente il contesto 2014-2020 si è innescato su un percorso già tracciato nel ciclo 2007-2013. Quando le misure sono strutturali, gestite con una procedura a sportello, quindi senza dover rincorrere la scadenza di un avviso, con dotazioni importanti, le imprese possono pianificare il programma di investimento in ragione delle proprie esigenze e sono messe in condizione di potersi interfacciare con tutti gli stakeholder, come il sistema della ricerca e quello bancario che ha la possibilità di predisporre prodotti che naturalmente si integrano con la strumentazione regionale”.

Strumenti elastici, modellati su diversi parametri, dalla dimensione delle aziende alla capacità delle stesse di accedere al credito. Flessibilità first, come dimostrano, in particolare, le misure Microprestito, Fondo Finanziamento del Rischio e Fondo Minibond Puglia 2014-2020; come spiega il manager, infatti “sono tre strumenti che si interfacciano con tre soggetti completamente differenti: abbiamo imprese che hanno difficoltà di accesso al credito (non bancabili, ndr), che sosteniamo con l’erogazione di un mutuo (con Microprestito), una formula usata sia per sostenere investimenti, ma anche solo lato circolante per fronteggiare la crisi e sostenere le spese legate all’attività ordinaria. Il fondo Finanziamento del rischio si rivolge a imprese più strutturate, abbiamo rafforzato il meccanismo con il coinvolgimento dei cofidi per dare la possibilità agli operatori bancari di costruire portafogli per sostenere queste imprese di micro e piccole dimensioni. Con i minibond invece, diamo la possibilità alle imprese di non guardare solo a un canale, quello bancario, ma di averne uno complementare e le accompagniamo nel mercato dei capitali per emettere prestiti obbligazionari, attraverso un meccanismo che vede Puglia Sviluppo come soggetto garante. La sfida è alzare l’asticella e arrivare a minibond di filiera.

Se misure come il Microprestito e i Prestiti Lift, questi ultimi approntati in tempo di pandemia, hanno esaurito le risorse, molti strumenti di agevolazione sono ancora aperti e, conferma De Vito, nuove istanze continuano ad arrivare. Non si ferma anche l’interlocuzione con attori internazionali che potrebbero scegliere la Puglia come terra per investire e con realtà nazionali anche grandi che potrebbero scommettere sul reshoring (il rientro a casa delle aziende che avevano delocalizzato). L’obiettivo futuro, conclude il manager “è rendere ancora più flessibili gli strumenti e focalizzare il sostegno su investimenti che intercettano i temi dell’innovazione tecnologica, quindi non generalisti. La sfida è una futura programmazione di carattere sartoriale, non standardizzata, con più forme di intervento. Il mondo post Covid ci lascerà una situazione più stressata, siamo chiamati a capire come innovare e rimodulare gli strumenti per accompagnare una fase di riposizionamento del sistema produttivo”.

A promuovere la scorsa programmazione, ma anche a indicare qualche obiettivo per il futuro, è l’organizzazione rappresentativa delle imprese locali, Confindustria Puglia, guidata dall’imprenditore Sergio Fontana, eletto nel luglio dello scorso anno per il quadriennio 2020-2024.

Il giudizio di Fontana è positivo, alla luce anche dell’esperienza diretta: Farmalabor, il gruppo della galenica che guida e che ha sede a Canosa di Puglia, ha utilizzato gli strumenti regionali per finanziare in particolare la ricerca e lo sviluppo. Fontana rimarca che “le misure di Regione Puglia e Puglia Sviluppo hanno criteri meritocratici e certi. Se il progetto risponde a tutti i requisiti, alle regole di ingaggio, passa: sembra lapalissiano ma non è così dappertutto, e sono felice che la Regione si basi sul merito. Farmalabor ha utilizzato i Pia messi a disposizione delle imprese (piccole o medie, ndr) per fare ricerca. Fare ricerca è possibile, bisogna utilizzare sul serio il capitale umano, abbiamo l’unico politecnico del Sud e un’ottima università da cui attingere”. Il manager loda in particolare il Titolo II Circolante (Lift Plus), una delle misure lanciate per far fronte ai danni causati dalla pandemia e sostenere la liquidità: “Con Puglia Sviluppo c’è un fortissimo rapporto di collaborazione e confronto. Il titolo II Covid è stato rifinanziato varie volte, perché andava molto bene: è una misura pensata dagli imprenditori, approvata dal sindacato, erogato dalla nostra regione. Le misure devono essere concepite a vantaggio dell’impresa e chi più di noi ha cognizione di causa?”.

Fontana, guardando anche alle priorità dell’agenda di Confindustria Puglia che punta nei prossimi anni su semplificazione, infrastrutture reali e immateriali per il Sud, credito alle imprese e valorizzazione del capitale umano, spiega che “la strada su cui la Puglia deve lavorare è l’attrazione del capitale umano. Come Confindustria spingeremo molto sulle politiche attive del lavoro che possono essere finanziate con decontribuzione degli oneri sociali. Sul tema infrastrutture, siamo di fronte al Canale di Suez ed è un vantaggio competitivo rispetto ai porti del Nord. Mi auguro investimenti in porti, aeroporti e sulla parte ferroviaria. Dobbiamo trovare opportunità laddove altri vedono svantaggi”.

Numerose misure – come i Contratti di programma e i Pia (Medie imprese e Piccole imprese) hanno spinto imprese di dimensioni diverse a investire di più in innovazione, uno dei pilastri del ciclo della politica industriale regionale nell’ottica di una Puglia più smart e aperta – grazie all’innovazione di processo e prodotto – ai mercati internazionali. L’integrazione tra imprese e università e organismi di ricerca crea un effetto virtuoso per i diversi attori. Ma in che modo l’accademia ha supportato gli attori industriali? Lo chiediamo al rettore del Politecnico di Bari, Francesco Cupertino: “Le misure non agevolano solo gli investimenti, ma creano un contatto tra imprese che investono e università per incrementare il trasferimento tecnologico. Grazie alla durata temporale, si instaurano legami di medio periodo con due vantaggi: uno per gli atenei, perché agevolano la capacità dei ricercatori di essere al passo con il mercato; benefici che si riscontrano nella didattica, nella ricerca e nella produzione di ulteriori richieste di finanziamento grazie all’ interazione con le realtà private di maggiori dimensioni. Dall’altra parte localizzare in Puglia non solo le attività produttive ma anche quelle di ricerca e sviluppo è un valore aggiunto per la qualità di attività che porta sul territorio e per la prospettiva nel tempo”.

Il Politecnico, nell’ambito delle sinergie promosse dai Contratti di programma, ha attivato accordi con le aziende portando ricercatori e dipendenti a lavorare nei lab pubblico/privati concepiti per condurre attività di ricerca e sviluppo di interesse comune. Un esempio importante, lo indica il rettore, è “il laboratorio che è stato avviato nel 2010 con Avio Aero, conta circa 50 ricercatori di cui una ventina dipendenti di Avio. Abbiamo potuto seguire attività di ricerca per applicazioni aeronautiche legate a elettronica e meccanica e soluzioni per la riparazione di componenti con tecnologia additiva, soluzioni che partite dalla ricerca sono diventati brevetti e risultano applicati in Puglia e nel resto del mondo. Ci sono quindi i rapporti con grandi player e il dialogo con startup innovative grazie allo strumento TecnoNidi (offre pacchetti di aiuto per l’avvio di startup tecnologiche, ndr). Un esempio di collaborazione è Innovation for mills, con il quale il Politecnico di Bari, il gruppo Casillo e Idea75 (che ha beneficiato dello strumento) hanno tradotto alcune attività di ricerca svolte nei nostri lab in soluzioni utilizzabili nel settore della trasformazione del grano. La startup ha portato negli stabilimenti tecnologie 4.0, analisi dei dati, modelli predittivi, e modelli digitali degli impianti”.

Ma anche le pmi non sono rimaste a guardare: il rettore cita l’esempio delle Industrie Fracchiolla di Adelfia che ha richiesto finanziamenti da investire in r&s per la prototipazione di un sistema innovativo di birrificazione industriale, progetto che integrava a più livelli (dal cloud al machine learning) logiche di industria 4.0. La sinergia delle imprese con la ricerca fa la differenza e l’accademico spiega perché: “Il problema delle pmi è che non hanno settori r/s, c’è volontà ma difficoltà a implementare queste logiche. Ecco quindi l’importanza di avere strumenti che permettono di accedere al know how presente nel sistema universitario, soprattutto sul fronte della digitalizzazione del sistema produttivo”.

Un sistema produttivo capace di innovare, attrarre investimenti e aperto all’internazionalizzazione può rappresentare una svolta ma ha bisogno di numeri importanti anche sul fronte dei laureati, in particolare in alcuni settori. Cupertino lo spiega facilmente: “Le opportunità sono maggiori dei numeri che riusciamo a generare. È un buon segno ma dall’altro lato dimostra che ci vorrebbero interventi di rafforzamento mirati su settori particolarmente richiesti dal mercato. Il sistema potrebbe assorbirne di più, non solo le aziende pugliesi ma anche investitori esterni che potrebbero rafforzare il loro inserimento in Puglia se ci fosse un numero più importante di persone con certe competenze, quelle digitali”. La ricetta più generale, conclude l’accademico, è chiara: “Bisogna investire sulla capacità di brevettazione delle pmi, fornire servizi di incubazione: riusciamo a garantire le risposte tecnologiche ma serve la capacità di sostenere la trasformazione in business delle idee di ricerca”.

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