quali-sono-le-nuove-regole-proposte-da-apple-per-l’app-store

Quali sono le nuove regole proposte da Apple per l’App store

(Foto: Apple)

Se il giudice della class action lo approverà, l’accordo tra Apple e il gruppo di piccoli sviluppatori americani che avevano fatto causa all’azienda due anni fa cambierà alcune regole dell’App Store, uno dei più grandi negozi online di software gestito al mondo, senza però aprire la strada a concessioni più ampie e a un potenziale “split” dello store dal resto dell’azienda.

L’accordo della class action

Le modifiche introdotte dall’accordo sulla class action intentata due anni fa dagli sviluppatori “piccoli” che operano sulla piattaforma di Apple sono numerose e si basano su sette priorità chiave che l’azienda e gli sviluppatori hanno concordato.

La più importante, oltre al fondo per le pmi del software americane colpite da Covid-19 che potranno avere un piccolo aiuto economico da Apple, è la possibilità per gli sviluppatori di vendere abbonamenti e acquisti in-app anche al di fuori della app distribuita tramite lo store, non pagando così la percentuale prevista per Apple dal contratto standard, che negli ultimi anni è stata al centro di polemiche da varie parti, di questa class action e della causa (completamente svincolata dalla presente) portata avanti da Epic Games, sulla quale è attesa una prima pronuncia del giudice americano entro settembre.

I punti dell’accordo

Apple e gli avvocati della class action ribattezza Cameron e altri vs Apple si sono accordati su sette punti. Primo: la possibilità per gli sviluppatori di comunicare direttamente con gli utenti (se questi acconsentono) con vari mezzi (tra cui l’email) per condividere informazioni tra le quali anche altri metodi di pagamento al di fuori dall’app store, rompendo di fatto il monopolio interno dei pagamenti per le app sullo store. Poi, il mantenimento dell’App Store small business program per i prossimi tre anni almeno (riguarda le aziende con meno di un milione di dollari di valore derivante dallo store all’anno).

Terzo punto è il mantenimento delle attività di ricerca delle app nello store basato su metriche oggettive (numero di download, stelle di valutazione). Ancora: Apple continuerà a fornire informazioni utili a tutti gli sviluppatori (statistiche sul processo di revisione, account di clienti e sviluppatori disattivati, numero di app rimosse ogni anno) tramite un report annuale. Quinto elemento l’aumento del numero di punti di prezzo tra cui gli sviluppatori possono scegliere: dagli attuali 100 consentiti da Apple a oltre 500 che saranno utilizzabili per abbonamenti, acquisti e acquisti in app.

Sesto: il mantenimento del processo di appello per gli sviluppatori che vedano la propria app rifiutata. Settimo e ultimo punto: il fondo di assistenza per le piccole aziende di sviluppo statunitense colpite dagli effetti di Covid-19, 100 milioni di dollari che porteranno a contributi fra i 250 e i 30mila dollari nei soli Stati Uniti.

L’importanza dell’accordo

Questo accordo tra gli avvocati della class action e Apple arriva in un momento molto particolare: l’azienda sottolinea come l’accordo evidenzi che l’interesse dei piccoli sviluppatori sia tale da potersi basare su questi sette punti e non richieda una ulteriore azione legale o richieste più elevate, a differenza invece di quanto sta succedendo nella causa parallela ma completamente separata intentata da Epic Games sempre per questioni inerenti il controllo che Apple esercita sul suo App Store.

L’unico commento ufficiale da Cupertino all’accordo va in questa direzione. È quello di Phil Schiller, Apple Fellow che ha la supervisione dell’App Store: “Sin dal lancio, l’App Store è stato un miracolo economico; è il luogo più sicuro e affidabile per chi cerca app, e un’incredibile opportunità di business per chi le sviluppa con il fine di innovare e crescere. Vogliamo ringraziare gli sviluppatori e le sviluppatrici che hanno lavorato con noi al raggiungimento di questo accordo a sostegno degli obiettivi dell’App Store e a vantaggio di tutti i nostri utenti”.

Di cosa parliamo quando parliamo di App Store

Può sembrare singolare che ci siano scontri legali così accesi attorno a uno strumento di distribuzione del software degli sviluppatori terze parti su una piattaforma, ma in realtà gli interessi in gioco sono molto elevati. Alcuni numeri aiutano a capirlo meglio.

L’App Store è presente in 175 versioni in 40 lingue diverse. Dal suo lancio nel 2008 a oggi è passato da 500 a 1.8 milioni di app. Ci sono più di trenta milioni di sviluppatori registrati (gli unici che possano “caricare” le app sullo store). Lo store mette in contatto gli sviluppatori con 1,5 miliardi di apparecchi (una persona può possedere anche più di un apparecchio Apple oppure un apparecchio può essere condiviso tra più persone) mentre nel corso del 2020 più di 180mila sviluppatori hanno lanciato la loro prima app.

Dal punto di vista economico l’App Store è stato lo strumento attraverso il quale nel 2020 sono stati “facilitati” pagamenti per 643 miliardi di dollari agli utenti finali, e Apple ha pagato a sua volta complessivamente dal 2008 la cifra di 230 miliardi di dollari agli sviluppatori che hanno venduto beni e servizi digitali. Inoltre, secondo l’azienda, l’App Store è un ambiente “sicuro” perché servito a proteggere gli utenti da transazioni potenzialmente fraudolente per più di 1.5 miliardi di dollari nel solo 2020.

Quando si parla di App Store insomma si parla di un piatto particolarmente ricco che interessa a molti: Apple lo ha sviluppato creando un settore che nel 2008 era praticamente inesistente (la distribuzione del software avveniva prevalentemente per canali tradizionali e non esistevano store online di una piattaforma altrettanto grandi e curati) e adesso sostiene che comunque l’interesse della quasi totalità degli sviluppatori è allineato con quelli di Cupertino.

Apple fa notare infatti che meno di un quarto degli sviluppatori presenti su App Store fa pagare le sue app (e quindi le può mantenere online senza costi da sostenere con Apple) e che di questi il 99% degli sviluppatori di app a pagamento sono rappresentati nella class action. Invece, il restante 1% è rappresentato da grandi aziende software come Epic Games che hanno una posizione dominante nei rispettivi mercati e tutto l’interesse a “rompere” il meccanismo dell’app store in quanto livella per la competitività con gli sviluppatori indipendenti più piccoli.

Come finirà con Epic?

Sicuramente l’accordo nella class action iniziata due anni fa è importante non solo perché chiude un fronte legale per Cupertino, ma anche per ché stabilisce che, perlomeno secondo la strategia dell’azienda, le concessioni per rendere più “morbido” l’App Store sono già state fatte e sono state accettate dalla quasi totalità degli sviluppatori, rendendo di fatto irragionevoli (secondo Apple) le richieste di Epic e degli altri big.

In realtà le due cause legali procedono come abbiamo detto su binari completamente separati (anche se il giudice è lo stesso: Yvonne Gonzalez Rogers) e con domande legali parzialmente o sostanzialmente diverse. Non è possibile prevedere quindi quale sarà il risultato finale per Apple vs Epic Games. Una cosa però è sicura: l’accordo secondo Apple ribadisce che un App Store “aggiustato” e un po’ più morbido fa contenti utenti e sviluppatori, e che quindi non c’è bisogno di operazioni più radicali, come lo split dello store dall’azienda oppure l’apertura a store di terze parti.

The post Quali sono le nuove regole proposte da Apple per l’App store appeared first on Wired.

%d bloggers like this: