Redazione

Quando bellezza e sostenibilità vanno di pari passo

Sostenibile è bello, e non solo dal punto di vista etico. Se dieci anni fa i prodotti “consapevoli” si concentravano su materiali che non fossero di origine animale, o che provenissero da un mercato equo e solidale, oggi la spinta che la generazione Z e l’emergenza climatica hanno dato alla ricerca ha portato alla nascita di brand e prodotti con un design contemporaneo e accattivante. Bello, insomma. Etica e design possono andare di pari passo, la chiave sta nello scovare i “diamanti grezzi”, quei marchi che pur lavorando attentamente sulle fasi della propria catena di produzione per ridurre sprechi ed emissioni, non sono in grado di comunicare al grande pubblico le proprie scelte e di farsi conoscere.

Silvia Stella Osella è textile designer e color and trend consultant per le aziende e ha fatto della sostenibilità il suo cavallo di battaglia. Sui social racconta un mondo sostenibile che la rispecchia, facendo informazione su un ambito che, per quanto in espansione esponenziale, è ancora oscuro sotto tanti aspetti. Con i suoi “edit di sostenibilità” propone capi di abbigliamento, ma anche tessuti e oggetti per la casa etici, che rispettino la natura, e che abbiano un design pulito, minimale e contemporaneo, senza nulla da invidiare ai loro gemelli dei grandi marchi.

Ph. Igor Termenon

Dopo un percorso di formazione in arti visive con un focus sull’illustrazione e un master in textile design al Central Saint Martins College of Art and Design di Londra, ha iniziato il suo percorso all’interno delle aziende, lavorando per dieci anni come consulente per colossi dell’ high street e del lusso in Italia e in Europa. La svolta è arrivata nel 2013, quando assieme ad altre due colleghe imprenditrici (una da Londra e una da Helsinki), ha lanciato un brand sostenibile da zero,  imparando passo dopo passo a costruire una catena di produzione ecologica e trasparente. Oggi dal suo studio di Milano fa consulenze per brand di moda, aziende manufatturiere e arredo concentrandosi su tessuti, stampe, colori e tendenze.

La postazione di lavoro di Silvia Stella

«Per lavoro mi occupo di consulenza lato stile, ma cerco sempre di mettere in atto processi virtuosi – spiega –  Dopo aver lavorato alla start up, il mio approccio per forza di cose è cambiato, e seguendo brand grandi e piccoli con il mio studio ho cercato di accompagnarli verso un design più sostenibile. Le aziende di moda sono la maggioranza, ma sto collaborando soprattutto negli ultimi anni anche con aziende che fanno rivestimenti per interni, carte da parati, arredamento». La sua ultima collaborazione con Wall and Deco (con cui lavora dal 2017) ha portato alla realizzazione di carte da parati coloratissime, con stampe protagoniste e ispirate all’Oriente.

PHYTOGENESIS, Wall and deco

Le parole tendenza e sostenibilità sono in contraddizione?

«Quando si parla di sostenibilità, la tendenza viene vista come un nemico. Si pensa alle micro tendenze, a mode passeggere che sicuramente non aiutano a creare un prodotto che duri nel tempo. In realtà la tendenza nasce dallo studio di fenomeni globali, geopolitici e sociali e dal loro riflesso sui costumi umani. La moda evolve con l’essere umano e i designer hanno sempre cercato di realizzare capi o oggetti che fossero utili e apprezzati in un determinato periodo storico. Non c’è niente di più insostenibile di qualcosa progettato totalmente a caso, senza cognizione di causa e che non viene sfruttato, non rispecchia dei bisogni e quindi non vende. Credo quindi sia vero il contrario, ovvero che lo studio accurato delle tendenze, il capire dove sta andando il mondo aiuti la progettazione».

I “ferri del mestiere”

Sostenibilità al 100% è possibile?

«Io parto dal presupposto che, volendola vedere in maniera estrema, nulla di quello che viene creato ex novo sia di per sé sostenibile. Viviamo in un mondo letteralmente sommerso di merci, non abbiamo bisogno di nulla di nuovo. Ma, un po’ perché sono una progettista, e un po’ perché il buonsenso è sempre la chiave per tutto, credo anche che le uniche soluzioni siano che i designer imparino a produrre nel modo più sostenibile possibile e che i consumatori siano sempre più informati. La sostenibilità è un ambito talmente complesso e vario e comprende talmente tanti ambiti che non è possibile fare delle leggi valide per tutto. Penso che gli estremismi non servano a niente e che serva invece contestualizzare, cercare di aumentare la propria consapevolezza su questi temi per poi fare delle scelte che per funzionino per noi. Noi non dobbiamo mai dimenticarci del fatto che non tutti partiamo dalla stessa base, sia come potere d’acquisto che come accesso alle informazioni».

Il tavolo da lavoro di Silvia Stella

Per essere davvero sostenibili è preferibile scegliere solo “Made in Italy”?

«Su questo spesso c’è molta disinformazione e magari vengono percepiti come “Made in Italy” dei brand che in realtà hanno tessuti prodotti in Cina, stampati in Turchia, finiti in Marocco e assemblati in Italia. Uno dei grossi problemi della sostenibilità nella moda è proprio la mancanza di normative che regolino le terminologie. Nei miei edit presento spesso dei pezzi che provengono dall’estero, ma un capo progettato in Spagna e realizzato in Italia è in molti casi più sostenibile di un “Made in Italy” fasullo. Il mio lavoro su Instagram nasce dal desiderio di concentrarmi soprattutto capi e oggetti appealing e contemporanei, offrendo delle alternative sostenibili ad appassionati di moda e di design che sarebbero molto ricettivi a queste tematiche se solo trovassero brand effettivamente interessanti dal punto di vista dell’estetica».

Silvia Stella nel suo studio milanese

 Design e sostenibilità: a che punto siamo?

«Se per la moda questo è un tema caldissimo e imprescindibile che tutti stanno trattando in qualche modo,  la mia percezione è che nell’ambito del design non ci sia una grande conversazione su questo tema. Si, si sente parlare dei designer che lavorano su materiali innovativi e sostenibili, ma non mi sembra di notare lo stesso discorso aperto e così interessante. Probabilmente perché sono ambiti che si muovono con tempi e ritmi molto diversi».

Ph. Michael Gardenia

Data la confusione terminologica e normativa, come comunicare correttamente la sostenibilità?

«È importante cercare di raccontare il più possibile cosa sta facendo il brand dal punto di vista sociale e come lo sta facendo. Io reputo interessante condividere i procedimenti, dal momento che la sostenibilità non è un punto di arrivo, ma un processo sempre in evoluzione. Reputo che ci voglia molta onestà e trasparenza anche nel mostrare i propri intenti, fornendo dati concreti, avvicinando il consumatore ai vari step della produzione. Un dialogo aperto è la base perchè tutti migliorino».

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