«Qui A Gaza Ci Prepariamo Al Peggio, La Guerra Deve Essere Fermata»

Padre Gabriel Romanelli è da poco meno di due anni il parroco della chiesa della Sacra famiglia, unica presenza cattolica a Gaza.

Mentre parliamo con lui al telefono, la conversazione si interrompe per alcuni secondi. «È appena caduta una bomba – dice il parroco argentino con origini italiane non molto lontano da noi».

Quella cattolica sulla Striscia di Gaza – un fazzoletto di territorio di 360 chilometri quadrati sul quale vivono circa due milioni di persone – è una minuscola comunità: conta poco più di 130 persone. In totale i cristiani sono un migliaio.

La chiesa cattolica di Gaza ha una storia millenaria. È intitolata, infatti, alla Sacra famiglia, che proprio qui fece il suo passaggio e per questo motivo è un importante luogo della Terra Santa.

Padre Gabriel, com’è la situazione a Gaza in queste ore?

Viviamo giornate molto brutte e ci prepariamo al peggio. I bombardamenti delle ultime ore non sono un segnale incoraggiante. Finora hanno provocato a Gaza oltre cento morti. Di questi una trentina sono bambini. Le esplosioni si intensificano e più le ore passano più il timore di una guerra totale si rafforza. L’esercito israeliano si prepara anche ad una invasione terrestre su grande scala, dopo alcune prove come dimostrano i fatti di due giorni fa. La notte scorsa è stata particolarmente pesante, dato che per tanto tempo i vetri hanno tremato così come i pavimenti. Sembrava di stare sopra un dondolo. La gente ha tanta paura e ha poco speranza.

Avete subito anche voi danni?

I muri della parrocchia sono lesionati e sono stati perforati alcuni pannelli solari che abbiamo installato sui tetti. Probabilmente da grosse schegge e pezzi di razzi. Il quartiere in cui si trova la chiesa della Sacra famiglia, Zeitùn, ha subito danni, ma i guai maggiori ci sono a Shujaìa. Questo quartiere è stato bombardato tutta la notte ed è uno degli obiettivi degli israeliani. È stata aperta una scuola dell’Unrwa ( agenzia Onu per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente, ndr) per ospitare le persone e le famiglie che hanno perso tutto nei bombardamenti. Ho fatto alcuni sopralluoghi e posso confermare che i danni in giro per la città sono ingenti.

La sua parrocchia è rimasta chiusa in questi giorni?

La comunità cattolica a Gaza è molto piccola. Siamo in 133. Tutti i parrocchiani sono impauriti, ma noi religiosi cerchiamo lo stesso di dare loro conforto. Siamo in costante contatto con le Sorelle del Rosario per riorganizzare tutte le nostre attività. Non fermarci significherebbe dare un importante segnale per non essere sopraffatti dalla paura e dalle preoccupazioni. I bombardamenti stanno impedendo di avere con regolarità la luce e l’acqua. Abbiamo pensato di recitare il rosario con i social. Se si continuerà a sparare, mi farò forza e domenica andrò nelle case dei parrocchiani per dare la comunione. Non ci fermiamo.

State distribuendo aiuti alle persone in difficoltà?

La nostra struttura è sempre aperta. Il nostro lavoro è apprezzato dalle autorità locali con le quali c’è da sempre un rapporto molto buono ed un dialogo costruttivo. Siamo pronti ad ospitare nella scuola cattolica del Sacro Rosario, come già fatto in passato, le famiglie che non hanno più un tetto dopo i bombardamenti degli ultimi giorni. È la nostra missione.

Cosa accadrà, secondo lei, nei prossimi giorni?

I segnali non sono affatto confortanti. Sono in Medio Oriente da venticinque anni, con esperienze in Egitto, a Gerusalemme e a Betlemme, ma noto che le tensioni delle ultime settimane hanno qualcosa di ancora più preoccupante. Siamo sull’orlo di una guerra. Una tragedia che rischia di essere acuita da tanti altri problemi che affliggono Gaza. Si è aggiunta, poi, pure la pandemia.

Occorre subito una tregua tra le parti in causa. Spero che la ragionevolezza prevalga sull’odio e sulla voglia di vendetta. Per quanto ci riguarda continueremo a pregare per la giustizia e per tutti coloro che, innocentemente, penso agli anziani e ai bambini che perdono la vita, subiscono la violenza cieca della guerra.

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