Rapporto GreenItaly 2022: Focus Lombardia, regina della transizione verde italiana

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Sono diversi gli elementi di riflessione offerti anche quest’anno dal Rapporto GreenItaly, presentato per la prima volta lo scorso ottobre e realizzato dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, con la collaborazione del Centro Studi Tagliacarne, oltre a Conai, Novamont, Ecopneus, molte organizzazioni e oltre 40 esperti di tutti i settori.
Oltre a riconfermare la leadership europea del nostro Paese nell’economia circolare (la più alta percentuale di avvio a riciclo sulla totalità dei rifiuti: l’83,4%, 30 punti percentuali in più rispetto alla media europea con una crescita storica nell’impiego di materia seconda nei settori industriali nel biennio 2020-2021), il rapporto – giunto alla tredicesima edizione – rivela che, con 90.520 imprese che effettuano eco-investimenti e per contratti stipulati a green jobs, la Lombardia è al primo posto in Italia nella graduatoria regionale per numero assoluto di aziende che hanno investito, o investiranno entro l’anno, in tecnologie green.

“La Lombardia può essere alla guida di un’Italia che fa della transizione verde – dichiara Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola – la chiave per costruire un’economia e una società più a misura d’uomo e per questo più forti e capaci di affrontare il futuro. È questa la direzione indicata dall’Europa con il Next Generation EU, alla base degli ingenti finanziamenti del Pnrr, per affrontare la pandemia e la crisi climatica. Un’economia che, come dice il Manifesto di Assisi, non lascia indietro nessuno, non lascia solo nessuno. Nel rapporto Greenitaly si conferma una accelerazione verso la green economy del sistema imprenditoriale italiano. Un’Italia che fa l’Italia e sperimenta in campo aperto un paradigma produttivo fatto di sostenibilità, innovazione, bellezza, cura e valorizzazione dell’ambiente, dei territori, delle comunità. C’è molto di questo dietro i successi del made in Italy nel mondo che spesso sorprendono gli osservatori più superficiali”.
Gli fa eco Giovanni Fosti, presidente della Fondazione Cariplo, spiegando che “le imprese green possono affrontare meglio i momenti di crisi e generano un impatto positivo a livello sociale, ambientale ed economico. Il fattore determinante per procedere in questa direzione sarà la capacità di formare competenze specifiche per i green jobs e le diverse dimensioni di questa transizione. Anche per quanto riguarda il green, l’investimento più importante sarà quindi sulle competenze delle nostre persone”.
Come documentato dal Rapporto GreenItaly sono oltre 531 mila le aziende italiane che nel quinquennio 2017-2021 hanno deciso di investire in tecnologie e prodotti green: ha investito il 40,6% delle imprese nell’industria, valore che sale al 42,5% nella manifattura. Guardando alle performance economiche si comprendono anche le ragioni che spingono le imprese a investire in prodotti e tecnologie verdi. Le imprese eco-investitrici sono infatti più dinamiche sui mercati esteri rispetto a quelle che non investono (il 35% delle prime prevedono un aumento nelle esportazioni nel 2022 contro un più ridotto 26% di quelle che non hanno investito), percentualmente aumentano di più il fatturato (49% contro 39%) e le assunzioni (23% contro 16%).
I contratti relativi ai green jobs – con attivazione 2021- rappresentano il 34,5% dei nuovi contratti previsti nell’anno. A fine anno gli occupati che svolgono una professione di green job erano pari a 3.095,8 mila unità, di cui 1.017,8 mila unità al Nord-Ovest (32,9 del totale green nazionale), 741,2 mila nel Nord-Est (23,9%), 687,9 mila unità nel Mezzogiorno (22,2%) e le restanti 648,8 mila al Centro (21%).
Siamo leader nell’economia circolare con un avvio a riciclo sulla totalità dei rifiuti – urbani e speciali – del 83,4% (2020): un risultato ben superiore alla media europea (53,8%) e a quella degli altri grandi Paesi come Germania (70%), Francia (64,5%) e Spagna (65,3%). A sottolineare il potenziale dell’Italia nella valorizzazione di materia a fine vita, anche il quarto posto al mondo come produttore di biogas – da frazione organica, fanghi di depurazione e settore agricolo – dopo Germania, Cina e Stati Uniti. Nel biennio 2020-2021 si è inoltre verificato un inatteso consolidamento della capacità di riciclo industriale dell’Italia – specialmente nel comparto cartario – che ha visto in tutti i settori incrementare, anche in maniera importante, la quota di materie seconde impiegate. Un eccellente risultato per la transizione ecologica e lo sviluppo di un’economia sempre più circolare. Tuttavia, in alcuni settori l’Italia deve ancora far ampio affidamento sulle importazioni di materia seconda dall’estero.
Buone anche le performance del sistema industriale italiano, che a parità di valore prodotto genera meno rifiuti, con 47,4 tonnellate di rifiuti per milione di euro prodotto (2020), seconda solo alla Spagna (40,7), e un tasso d’uso di materia seconda di 21,6% (2020), che si avvicina al primato della Francia (22,2%). A questi si aggiungono i primati nella produttività nell’uso di materie prime (PIL/Consumo domestico di materia), nella produttività per consumi energetici (PIL/consumo lordo energia), e un buon posizionamento relativo all’efficienza delle emissioni (CO2eq/PIL).

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Vittorio Ferla

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