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Roma, frana al Foro: a rischio il Lapis Niger, la pietra nera del restauro infinito



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La pioggia ha provocato il crollo di alcuni antichi massi nel cantiere I lavoratori: “Il terreno cede”. L’architetto: “Ma niente danni ai reperti”“Chi violerà questo luogo sia maledetto […] al re l’araldo […] prenda il bestiame”. L’iscrizione bustrofedica (che alterna l’andamento da sinistra a destra e viceversa) del cippo nell’area sacra del Lapis Niger è categorica. Guai a chi profanerà il luogo di culto ipogeo tra la Curia e l’arco di Settimio Severo, dove si narra sia stato seppellito Romolo (o, secondo altre fonti, smembrato). Ma, al di là del genius loci, dietro le drammatiche condizioni in cui versa il decennale cantiere del Lapis Niger c’è dell’altro. Una delle più antiche evidenze romane dei Fori — stupefacente stratificazione dal nono-ottavo secolo avanti Cristo all’età augustea — rischia di scomparire, sfaldata dagli allagamenti e da una ingiustificabile incuria. Dulcis in fundo, un cedimento strutturale a inizio ottobre. Due blocchi in pietra, parte della pavimentazione augustea a ridosso dello scavo, si sono staccati dopo una bomba d’acqua: solo la presenza delle impalcature ne ha impedito la caduta nelle fosse sottostanti.

A celare il danno resta un (brutto) catafalco di plastica bianca con drappi ingrigiti ben stesi a copertura del cantiere. È un custode, Claudio Fianco, sindacalista della Flp Bac, a rompere il muro di silenzio. «Nello scavo il terreno sta cedendo. È l’area più soggetta a allagamenti a causa delle esondazioni della Cloaca Massima [nel 2011 l’acqua arrivò a lambire la Curia, ndr] vi transitano 20mila persone al giorno e dobbiamo sapere se non ci sono rischi anche in altre zone».

Il cantiere, aperto sotto la guida dell’archeologa Patrizia Fortini e dell’architetta Maddalena Scoccianti, è nato con l’intento di bonificare e mettere in sicurezza l’area, rendendola fruibile al pubblico. L’antico luogo del Comizio — l’assemblea pubblica dei cittadini romani — sepolto nella tarda età repubblicana e coperto da un pavimento di marmo nero (da cui il nome Lapis Niger), venne scoperto dall’archeologo Giacomo Boni nel 1899: lo scavo al di sotto della pavimentazione portò alla luce un complesso arcaico con un altare e il cippo recante la maledizione. Boni realizzò una struttura di sostegno all’ambiente sotterraneo, accessibile da una scaletta.

Con l’ultimo cantiere è stata invece scavata l’area attorno al Lapis per renderla fruibile senza doversi calare nel sottosuolo. «Non c’è stata una frana, solo uno scivolamento di blocchi che poggiano sulla pozzolana che con l’acqua si è sciolta — dice l’archeologa Fortini — sotto il Lapis Niger c’è una sorgente, un problema di umidità e stiamo studiando apparecchiature per gestirla. Il cantiere è fermo da un anno e mezzo a causa dei vari cambiamenti amministrativi, ma da martedì prossimo riapriamo».

«Fortunatamente non ci sono stati danni per i reperti, ma è evidente che bisogna chiudere lo scavo — puntualizza Scoccianti — così non si può andare avanti. Là sotto si è creato un vuoto dove l’acqua entra da più parti». E così, ad ogni pioggia, le stratigrafie di terra e di alcune strutture murarie in tufo all’interno dello scavo continuano inesorabilmente a disgregarsi.

La presenza del cantiere — del quale Scoccianti auspica la chiusura nel 2019 — impedisce, tra l’altro, interventi di restauro sulla Curia e, soprattutto, sull’arco di Settimio Severo, i cui marmi versano

«in condizioni preoccupanti».

Sommati alla cronica mancanza di personale (l’area di 35 ettari è vigilata da 14 custodi), che non permette l’apertura degli spazi chiusi e l’estrema fatica nell’assicurare le condizioni minime di fruibilità dell’area, per la nuova direttrice del Parco, Alfonsina Russo (il 23 dicembre sostituirà Federica Galloni che ha l’interim) si prospetta un inizio d’anno impegnativo.

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