Sdsn: “Negli ultimi 2 anni il mondo non ha fatto progressi sugli obiettivi di sostenibilità”

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Per rispettare l’accordo di Parigi, come ripetiamo da anni, è indispensabile dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030 e azzerarle da qui al 2050. Si tentano rimedi e si avanzano ipotesi, ma di fronte alla realtà è dura mantenersi ottimisti: negli ultimi due anni non siamo migliorati affatto. Lo calcola la Rete per le soluzioni di sviluppo sostenibile (Sdsn), network internazionale di esperti in materia che ogni anno pubblica un rapporto sui progressi fatti dai vari Stati del mondo riguardo i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile adottati dall’Onu nel 2015 con l’Agenda 2030. Si tratta di 4 temi principali: lavoro dignitoso e crescita economica, città e comunità sostenibili, riduzione delle ineguaglianze, azione sul clima. Ci stiamo arrivando? Per scoprirlo la Sdsn ogni anno fissa un indice sul progresso compiuto e se l’Indice globale è leggermente diminuito nel 2021, per l’impatto della pandemia sugli Obiettivi “Sconfiggere la povertà” e garantire “Lavoro dignitoso e crescita economica”, ma anche per le scarse prestazioni effettuate su “Clima”, “Biodiversità” e “Sviluppo urbano sostenibile”. Al solito, in vetta alla classifica si trova la Finlandia, la Danimarca, la Svezia e Norvegia, e comunque tutti i primi 10 Paesi sono europei. L’Italia è al 25esimo posto, su un totale di 163 Paesi. L’Asia orientale e meridionale è la regione che ha progredito maggiormente, con in testa il Bangladesh e la Cambogia. Peggiori della classe, i Paesi che più impattano (tutti membri del G20): gli Stati Uniti, il Brasile e la Federazione Russa. Tra gli altri, hanno fatto meglio Argentina, Germania, Giappone e Messico. Alcuni Paesi, come il Benin e la Nigeria, mantengono grandi lacune, ma vantano notevoli sforzi politici. In fondo alla classifica dei 163 Paesi c’è il Sud Sudan, preceduto da Repubblica Centrafricana e Ciad. Anche questo rapporto sottolinea fino a che punto i Paesi ricchi generino ricadute socioeconomiche e ambientali negative sui Paesi più poveri, in particolare attraverso consumi non sostenibili.

Photo by Etienne Girardet on Unsplash

In questi stessi giorni un’amara conferma arriva dall’Environmental Performance Index di EPI, forse l’analisi ambientale globale più completa al mondo, che quest’anno ha utilizzato 40 indicatori di prestazione in 11 categorie di problemi: cambiamenti climatici, salute ambientale e vitalità dell’ecosistema. Sulla base di questi dati si creano indicatori che collocano i vari Paesi su una scala da 0 a 100. Il 2022 vede pochi virtuosi e molti ritardatari, e snocciola un dato che non lascia dubbi: il 98% mancherà gli obiettivi. Anche qui, come era anche nel 2020, si salva il Nord Europa e la Danimarca è in cima alla classifica EPI, grazie al successo nell’energia pulita e allo sviluppo di un’agricoltura sostenibile. Il governo danese si è impegnato in modo vincolante a ridurre le emissioni del 70% al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2030. Ad oggi circa due terzi dell’elettricità consumata nel Paese è pulita (l’Italia è al 38,8% e nella classifica ci piazziamo anche qui male, 23esimi).

L’articolo Sdsn: “Negli ultimi 2 anni il mondo non ha fatto progressi sugli obiettivi di sostenibilità” proviene da The Map Report.

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