Redazione spettacolo

Sei ragioni per dire grazie a Kirk Douglas

Ci sono flash che rendono una carriera artistica imprescindibile e la consegnano alla grande Storia, non solo del cinema, anche delle idee. Il “grazie” della mia generazione a Kirk Douglas, sopravvissuto gloriosamente e a lungo al suo secolo, è un pugno di flash che per noi sono stati tappe di crescita. Eccoli, in ordine rigorosamente emotivo e non temporale.

“Orizzonti di gloria”, Stanley Kubrick, 1957. Kirk Douglas ha 41 anni e più potere del giovane e oscuro Stanley Kubrick. E’ grazie a lui che la United Artists decide di produrre il più lucido capolavoro antimilitarista di sempre, e viene costretta a rispettare lo script originale, che i cervelloni di Hollywood avevano già provveduto ad annacquare. Vertici militari cinici o criminali, e un finale da pugno allo stomaco. Senza sconti. Grazie, Kirk.

“Spartacus”, Stanley Kubrick, 1960. Un colossal politico? Pura eresia, per gli Studios. Star, ma figlio di ebrei poverissimi immigrati dalla Bielorussia, Douglas recluta Kubrick dopo il forfait di Anthony Mann, ma soprattutto sdogana per la sceneggiatura uno dei grandi perseguitati del maccartismo, Dalton Trumbo, che dopo anni di lista nera potrà finalmente tornare a firmare i suoi script. È una vittoria epocale, che Douglas spunta rischiando status e quattrini. Trumbo lo paga la casa di produzione che lui stesso, e non a caso, ha fondato. “Io sono Spartacus”diventa una rivendicazione universale. Grazie, Kirk.

“L’asso nella manica”, Billy Wilder, 1951. E’ il ruolo che consacra la star, ovviamente senza candidatura all’Oscar, come tutti i migliori della sua carriera. Il ruolo scomodo del giornalista Chuck Tatum, pronto a speculare sull’agonia di un minatore sepolto dal crollo di una miniera, è una formidabile denuncia degli scoop a qualunque costo, sulla pelle degli altri. Settant’anni dopo, resta ancora esemplare. Grazie, Kirk.

“Solo sotto le stelle”, David Miller, 1962. Altra sceneggiatura di Dalton Trumbo, con Kirk Douglas produttore. Forse è solo un mio cult personale, ma è un western contemporaneo e crepuscolare, che anticipa i “losers” di Michael Cimino e quelle fughe senza futuro, con esorbitanti spiegamenti di polizia all’inseguimento dell’outlaw solitario. Di norma non viene citato tra i suoi gioielli, ma è uno dei film di cui andava più fiero. Mi ha aiutato a capire meglio il prezzo della libertà e i disvalori della civiltà. Grazie, Kirk.

“Sette giorni a Maggio”, John Frankenheimer, 1964. Negli anni della Guerra Fredda, un inno al disarmo e alla distensione con l’URSS, contro le trame dei “falchi” dello Stato Maggiore Usa. Un classico del cinema democratico a stelle e strisce, imitato e rifatto a ripetizione. Douglas è un militare per bene che sventa un colpo di Stato. Grazie, Kirk.

“Sfida all’OK Corral”, John Sturges, 1957. Misurarsi con il John Ford di “Sfida infernale” è da scriteriati, ma il Doc Hollyday di Douglas è più simpatico di Victor Mature. La sua figura, qui, sovrasta il Wyatt Earp di Burt Lancaster. Con Henry Fonda magari non sarebbe successo. Il vantaggio per le platee, rispetto a Ford, sono i colori e la voce di Frankie Laine. Tra i western di Douglas, nella memoria popolare è più inciso de “Il grande cielo”.

Questi, per me, sono flash indelebili. Come quell’Oscar che gli hanno sempre negato e che gli è arrivato a 70 anni alla carriera, contentino banale. Da combattente umanitario, ha avuto invece la Medaglia presidenziale della libertà, la Ellis Island Medal of Honor e il Kennedy Center Honors. Ottantenne, ha guidato la campagna mediatica per costringere gli Usa a chiedere scusa per quattro secoli di deportazioni dall’Africa e per la discriminazione degli afroamericani. E’ un medagliere assai meno effimero della statuetta dorata.

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