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Sempre più frequenti le rapine: da Sondrio a Napoli i giovani e il malessere Riportato da Umberto Galimberti



Nella notte a Napoli, tra i rioni di Ponticelli, San Lorenzo e Sanità, i carabinieri della stazione di Sant’Anastasia e della compagnia di Castello di Cisterna hanno dato esecuzione ad un decreto di fermo di indiziato di delitto, emesso dalla procura di Nola, nei confronti di tre soggetti pluripregiudicati originari di Napoli, tutti gravemente indiziati della commissione, a vario titolo, di tre rapine e di quattro rapine tentate. I fatti delittuosi – spiega una nota – avevano come obiettivo gli utenti, in particolare anziani e soggetti portatori di handicap, di uffici postali del capoluogo e della provincia partenopea.

Il provvedimento nasce dall’attività d’indagine, relativa al periodo compreso tra ottobre 2021 e febbraio 2022, dai militari dell’Arma in relazione all’operatività di un gruppo composto da tre soggetti resisi responsabili, nell’arco di alcuni mesi, di tre rapine con il metodo del cosiddetto ‘filo di banca’ a danno di utenti anziani intenti a prelevare, in uffici postali di Sant’Anastasia, Cercola e Napoli, emolumenti pensionistici o somme di danaro contante. In particolare, è stato ricostruito il modus operandi che consisteva nell’attività di uno dei soggetti che individuava le vittime all’interno dei vari uffici postali e ne segnalava l’uscita agli ulteriori due componenti della banda.

Questi, dopo averle seguite in luogo più isolato, procedevano materialmente a compiere la rapina, utilizzando anche una pistola scenica, poi rinvenuta e sottoposta a sequestro dai militari nel corso dell’attività. Nel corso dell’indagine, infine, sono stati documentati ulteriori quattro tentativi posti in essere, con analoghe modalità, in un ufficio postale di Sant’Anastasia e tre uffici postali di Napoli (quartieri Poggioreale, Ponticelli e Barra).

Rapine sempre più frequenti di una società in degrado. e come dice Umberto Galimberti: I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che caratterizzano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.  anche a sondrio la stessa sorsa il ragazzo appena 21 enne con precedenti ammette: Sì, sono stato io ad aggredire l’anziana, per portarle via la borsetta. Ero alla assoluta ricerca di soldi. Sono entrato, tempo fa, nella comunità terapeutica di Muccioli a San Patrignano. Ma non era adatta a me. Sono scappato dopo soltanto un giorno di permanenza. Sarei disposto a entrare in una comunità per disintossicarmi dalla droga, ma serve una struttura diversa da quella di San Patrignano. Quella, a me, non va bene”.

Pietro Della Pona,
Pietro Della Pona,

Il 21enne Diego Chiapparini (la cui madre non è Silvia Folini, come erroneamente indicato nell’articolo di ieri) si è difeso così ieri davanti al gip Pietro Della Pona, assistito dall’avvocato d’ufficio Stefania Gobetti, dall’accusa di rapina aggravata commessa nei giorni scorsi ai danni di un’anziana in via Cappuccini, in centro a Chiavenna, dove venne subito arrestato dai carabinieri. Il legale d’ufficio ha chiesto la concessione di una misura restrittiva meno pesante del carcere, mentre il giudice Della Pona, accogliendo l’istanza del sostituto procuratore Stefano Latorre, ha invece deciso che Chiapparini, al momento, resti recluso nella Casa circondiale di via Caimi a Sondrio.

Fonte: https://www.ilgiorno.it/sondrio/cronaca/rapin%C3%B2-anziana-a-chiavenna-torna-in-cella-1.6295409

E perciò le parole che alla speranza alludono, le parole di tutti più o meno sincere, le parole che insistono, le parole che promettono, le parole che vogliono lenire la loro segreta sofferenza languono intorno a loro come rumore insensato. Un po’ di musica sparata nelle orecchie per cancellare tutte le parole, un po’ di droga per anestetizzare il dolore o per provare una qualche emozione, tanta solitudine tipica di quell’individualismo esasperato, sconosciuto alle generazioni precedenti, indotto dalla persuasione che – stante l’inaridimento di tutti i legami affettivi – non ci si salva se non da soli, magari attaccandosi, nel deserto dei valori, a quell’unico generatore simbolico di tutti i valori che nella nostra cultura si chiama denaro.

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Naturalmente con il mutare delle epoche mutano anche i valori. Prima della Rivoluzione francese, ad esempio, la società era ordinata da valori gerarchici, dopo la Rivoluzione da valori di cittadinanza e uguaglianza almeno formali. Questa trasmutazione non ha generato un’atmosfera nichilista, come invece accade quando un insieme di valori adottati da una comunità collassa e non se ne affermano altri, creando quella situazione che Hölderlin così descriveva: «Che più non son gli dèi fuggiti e ancor non sono i venienti», determinando quello che per Heidegger è «il tempo della povertà estrema».

Se la trasmutazione dei valori non è decisiva, decisive sono le prime due notazioni con cui Nietzsche definisce il nichilismo: «Manca il fine», per cui il futuro non è una promessa, ma si offre come un paesaggio imprevedibile che, oltre a non motivare, paralizza l’iniziativa e spegne l’entusiasmo tipico della giovinezza. E poi: «Manca la risposta al “perché?”». Perché devo stare al mondo? Che non significa che ci si debba suicidare, ma: che ci sto a fare in un mondo che non mi considera, che non mi chiama per nome, che mi vive non come una risorsa ma come un problema, che mi induce a dormire fino a mezzogiorno e a vivere di notte, per non assaporare di giorno e ogni giorno la mia assoluta insignificanza sociale?

Va da sé che quando il disagio non è del singolo individuo, ma l’individuo è solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se non addirittura di sensi e di legami affettivi, come accade nella nostra cultura, è ovvio che risultano inefficaci le cure farmacologiche cui oggi si ricorre fin dalla prima infanzia o quelle psicoterapiche che curano le sofferenze che originano nel singolo individuo. E questo perché se l’uomo, come dice Goethe, è un essere volto alla costruzione di senso (Sinngebung), nel deserto dell’insensatezza che l’atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde, il disagio non è più psicologico, ma culturale.

E allora è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, perché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un’implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, sono le prime vittime. E che dire di una società che non impiega il massimo della sua forza biologica, quella che i giovani esprimono dai quindici ai trent’anni, progettando, ideando, generando, se appena si profila loro una meta realistica, una prospettiva credibile, una speranza in grado di attivare quella forza che essi sentono dentro di loro e poi fanno implodere anticipando la delusione per non vedersela di fronte? Non è in questo prescindere dai giovani il vero segno del tramonto della nostra cultura? Un segno ben più minaccioso dell’avanzare degli integralismi di altre culture, dell’efficientismo sfrenato di popoli che si affacciano nella nostra storia e con la nostra si coniugano, avendo rinunciato a tutti i valori che non si riducano al valore del denaro.

Se il disagio giovanile non ha origine psicologica ma culturale, inefficaci appaiono i rimedi elaborati dalla nostra cultura, sia nella versione religiosa perché Dio è davvero morto, sia nella versione illuminista perché non sembra che la ragione sia oggi il regolatore dei rapporti tra gli uomini, se non in quella formula ridotta della “ragione strumentale” che garantisce il progresso tecnico, ma non un ampliamento dell’orizzonte di senso per la latitanza del pensiero e l’aridità del sentimento. Non si troverà qui un rimedio di facile e immediata attuazione – già questa ammissione di impotenza la dice lunga sulla natura di questo disagio –, si cercherà se non altro di far piazza pulita di tutti i rimedi escogitati senza aver intercettato la vera natura del disagio dei nostri giovani che, nell’atmosfera nichilista che li avvolge, non si interrogano più sul senso della sofferenza propria o altrui, come l’umanità ha sempre fatto, ma – e questa, come ci ricorda Günther Anders, è un’enorme differenza – sul significato stesso della loro esistenza, che non appare loro priva di senso perché costellata dalla sofferenza, ma al contrario appare insopportabile perché priva di senso.

La negatività che il nichilismo diffonde, infatti, non investe la sofferenza che, con gradazioni diverse, accompagna ogni esistenza e intorno a cui si affollano le pratiche d’aiuto, ma più radicalmente la sottile percezione dell’insensatezza del proprio esistere.

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