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Senti20 è il primo giro di podcast della youtuber Sofia Viscardi e dei suoi amici

Ascoltate: è disponibile da oggi e racconta i nodi del quotidiano dei nuovi giovani. Ma è bene che lo sentano anche gli adulti, per capire, per esempio, che ripetere ai ragazzi che tocca a loro salvare il mondo li fa parecchio arrabbiare. L’intervista alle voci della generazione Z Sofia Viscardi, Irene Graziosi e Lorenzo “Lupo” Luporini

Irene Graziosi, Sofia Viscardi e Lorenzo “Lupo” Luporini (Foto: ©Bex Gunther)

Come tre amici al bar. A cui piace chiacchierare, confrontarsi, punzecchiarsi sui nodi del quotidiano. Nell’anno dei podcast (ce ne sono ormai due milioni online, per un totale di 48 milioni di episodi) e del binge-listening (impeccabile definizione di Cristina D’Antonio su Gq), Sofia Viscardi, Irene Graziosi e Lorenzo “Lupo” Luporini si sintonizzano sul trend e migrano dall’audiovideo a cui ci hanno abituati con Venti, progetto editoriale su YouTube e Instagram a misura di nativi digitali, al microfono. Senti20 è il loro podcast originale Spotify, prodotto da Show Reel Agency – parte di Show Reel Media Group – con cui ci portano in quel bar. La prima di 50 puntate, Chi paga (al primo appuntamento), è disponibile da oggi 27 maggio e la trovate anche qui su wired.it.

La copertina del podcast Senti20

Poco meno di 20 minuti per non-risolvere il dilemma, del resto la pensiamo tutti diversamente e quindi non esiste alcuna verità, e assistere a un dialogo brillante che è uno spaccato dei nuovi giovani. Ecco perché ascoltare Senti20 è un dovere anche per noi adulti: e chissà che non contribuisca a sanare la frattura generazionale apertasi molto tempo fa, ma solo di recente tradotta nel linguaggio di internet con il meme mondiale Ok boomer. La stessa intervista alle voci dei protagonisti potrebbe diventare un podcast, tra giochi di ruolo, siparietti e flussi di coscienza. Oppure una sceneggiatura. Ecco, leggetela così.

Sofia: “Che poi non è che stiamo cavalcando il trend-podcast. Quando io e Irene abbiamo cominciato a pensare a Venti, abbiamo stabilito subito di lavorare su contenuti che potessero essere declinati su varie piattaforme”.

Irene: “All’inizio immaginavamo per il podcast un long form audio: dieci episodi da un’ora l’uno per declinare ogni tipo di amore: quello materno, quello umanitario, quello spirituale… Bello, ma ambizioso!”.

Sofia: “Magari più avanti”.

Wired: Dunque, largo ad argomenti più pop?



Sofia: “Da come si fa sexting a perché invidiamo gli altri”.

Lorenzo: “Di sicuro evitiamo tematiche che non padroneggiamo e rispetto alle quali non sentiamo di essere credibili, come la politica”.

Sofia: “Abbiamo escluso anche quelle con una data di scadenza ravvicinata e che potessero risultare delicate per chi non ci conosce, per esempio foto di peni non richieste”.

Irene: “Non vogliamo nemmeno essere fraintesi. Mi spiego meglio: se si venisse registrati quando si parla tra amici e si rendesse pubblica la conversazione, chiunque verrebbe messo alla gogna, ché nell’intimità si parla più liberamente. Per il resto non c’è stata grande autocensura”.

Wired: Come in Venti, sono previsti ospiti?

Sofia: “Ci sono dei contributi vocali di amici, persone conosciute e non, dei membri della nostra community: per noi conta ciò che dicono, non il numero di follower”.

Lorenzo: “Tutti hanno a disposizione un minuto, non di più. Noi tre siamo già abbastanza logorroici ed è un attimo che il discorso deflagri in una direzione che non ci aspettavamo proprio”.

Wired: Chi è il bastian contrario?

Irene: “Io!”.

Lorenzo: “Infatti è lei che mi fa paura, anche se Sofia è il capo”.

Sofia: “In realtà a un certo punto comincia un gioco di seduzione tra Lupo e Irene, per cui io faccio un passo indietro”.

Wired: Un pregio e un difetto del formato podcast?

Sofia: “Il bello è che non ti si vede la faccia. Capitemi, è dall’età di 14 anni che convivo con l’ansia dello specchio: mi sveglio, non mi piaccio e mi tocca comunque girare dei video. Davanti al solo microfono sono rilassata, concentrata sul flusso dei pensieri, perché non mi devo preoccupare della postura, dell’inquadratura, del lato migliore… Certo, l’obiettivo finale è riuscire a sentirmi così anche di fronte alla videocamera. Il brutto del podcast? L’assenza di immagini, che molto spesso sono più efficaci di mille parole”.

Irene: “Per me il lato positivo è rappresentato dall’assenza di commenti. Le puntate stanno lì tranquille nell’etere, non esposte al giudizio in tempo reale, il che fa sentire più liberi di essere tre amici al bar, di cambiare opinione. Se il video è il nuovo scripta manent, l’audio è il verba volant 4.0. Il lato negativo, anzi, complicato: evitare che le voci si accavallino”.

Lorenzo: “Intanto, è più facile dimenticarsi del microfono che della videocamera. E anche l’ascolto è più spontaneo: una clip, seppur breve, ti costringe a mettere in pausa la tua vita; un podcast, invece, fa da sottofondo. C’è solo un aspetto negativo: la lunghezza limitata degli episodi. Io vorrei parlare per altre sei ora una volta finito di registrare, perché le nostre conversazioni sono vere, genuine”.

(Foto: ©Bex Gunther)

Wired: Questi ultimi mesi ci hanno trasformati tutti. E ora è tanta roba da gestire.

Irene: “Lupo è un maestro zen. Io e Sofia, invece, abbiamo realizzato che un sacco di cose che facevamo prima e i valori a cui pensavamo di aspirare hanno perso di autenticità. Abbiamo anche dovuto ripensare il canale, che adesso comincia ad abbracciare temi e ospiti complicati, controversi, ma sempre con un tono accogliente: solo negli ultimi giorni abbiamo avuto ospite Nadeesha Uyangoda, giovane autrice de L’unica persona nera nella stanza con cui abbiamo affrontato il tema della razza e delle seconde generazioni; poi, Pajtim Statovci, nato in Kosovo e cresciuto in Finlandia, che ha scritto per Sellerio Le transizioni, una riflessione letteraria sull’identità; Guia Soncini… Stiamo diventando grandi, non solo anagraficamente, tridimensionali, complessi”.

Wired: Che cosa vi fa arrabbiare di più degli adulti?

Irene: “Il loro ripetere che noi giovani volenterosi salveremo il mondo. Ma siamo in tre gatti – molto meno, per esempio, che negli ’80 –, iniziamo a guadagnare quasi a 30 anni: come possiamo riuscirci, se nessuno ci dà una mano, se lo Stato viene meno ai suoi doveri?”.

Lorenzo: “Ed è così che diventiamo una categoria di marketing: il marketing dei giovani che salveranno il mondo”.

Wired: Che cos’altro non comprendono di voi?

Lorenzo: “Mio padre è nato nel ’59 a Lido di Camaiore, in Versilia, e non ha alcun profilo social. È difficilissimo fargli capire quanto la mia percezione della realtà e quella dei miei coetanei sia filtrata da Instagram, Facebook, YouTube… Per esempio, non saprei spiegargli il self branding. Il tasso di alfabetizzazione digitale è talmento diverso fra le generazioni che diventa complicato trovare anche un solo punto di dialogo e questo per me è un elemento grandissimo di divisione. Comincio a percepire uno stacco, un gap persino con chi ha 15 anni”.

Irene: “Il mio, di papà, è del 1954. Lui, alla mia età, sapeva che il mondo era nelle sue mani, che poi avrebbe avuto una pensione giusta… Quando gli dico come vivo, a ragion veduta pensa che sia sbagliato: perché mi faccio portare una pizza da una persona che deve spararsi otto chilometri sotto la pioggia alle 11 di sera? Il che è solo un sintomo di qualcosa di molto più grande in cui siamo immersi e chissà dove ci condurrà!”.

Wired: A proposito di futuro, il prossimo formato con il quale misurarvi?

Sofia: “Il live. Ci piacerebbe molto provare a fare delle cose dal vivo, che siano eventi oppure incontri nelle scuole: io e Irene siamo state nel suo ex liceo, un’occasione one-shot che sarebbe bello replicare”.

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